di Nico Maccentelli

(Capitoli 11 e 12)

11.

I poliziotti sono tutti delle merde… Nel salotto il tv aveva finito di vomitare le ultime notizie sull’arresto di Stefano Venturoli. La foto mostrata nel servizio giornalistico era una di quelle scattate in questura. Stefano aveva gli occhi abbacinati, colto all’improvviso da un flash impietoso.

I poliziotti sono tutti delle merde, ripetè tra sé Silvia. Nando e Veronica vivevano da più di mezzora, in un silenzio glaciale. Da quando il telegiornale aveva alluso a una squallida relazione tra la madre della fidanzata della vittima e la vittima, con la complicità del marito.

In questura avevano assicurato che non sarebbe trapelato nulla. Ed ora Nando e Veronica sbirciavano di tanto in tanto la figlia, per leggere le sue reazioni sul volto.

I poliziotti sono tutti delle merde continuava a pensare Silvia. E i miei genitori dei poveri cretini. Sai te domani a scuola le battute, i sorrisini.

— Io vado fuori — disse Nando in un sussurro. E uscì chiudendo piano la porta, come se un rumore eccessivo scatenasse chissà quale cataclisma. Rimasero in casa le due donne. La ragazza aveva uno sguardo duro, fisso alla televisione. Cambiava canale di continuo, nervosamente.

D’un tratto la madre ruppe il silenzio. — Silvia, io e te dobbiamo parlare.

— E di cosa, mamma? Delle tue scopate con Luca? — chiese Silvia senza staccare gli occhi dalla tv.

— Non è come pensi tu!

— E allora com’è, spiegami. — Davanti a lei ora scorreva un cartoon di Tom e Jerry. E il gatto come al solito se lo prendeva in culo.

— Sì, è vero, abbiamo avuto una relazione e diciamo così… il babbo ha accettato e…

— Il guardone!

— Non dire queste cose! — Veronica scoppiò a piangere. Si teneva il volto tra le mani, emettendo singhiozzi rauchi.

Silvia girò lo sguardo verso la madre. — Ma guardati! credi di farmi compassione? Comunque se proprio ti fa piacere saperlo, non ero innamorata di quell’orango.

Non aveva mai visto sua madre così. Ora capiva che volto avesse l’umiliazione, che atmosfera di cupa disperazione creasse in uno spazio così famigliare e ora così vuoto.

Veronica alzò il capo verso la figlia, tirò su con il naso e disse: — Tu non hai idea di cosa voglia dire vedersi scorrere via gli anni, sentirsi ogni secondo più vecchia.

Silvia spense il televisore mentre Tom cercava di prendere a forchettate il topo sopra una tovaglia imbandita di ogni ben di dio.

Guardò la madre. Capiva il suo disagio. E non riusciva a essere arrabbiata con lei o con il padre. Era preoccupata per le conseguenze esterne alla famiglia. Ma ancora di più provava un odio feroce per la polizia. Quel coglione di ispettore, a quanto avrà venduto la notizia del “tutto in famiglia”?

Ora davanti a sé vedeva una donna distrutta, che la fissava come se aspettasse qualcosa da lei. E la aspettava. Aspettava un appiglio, una via di fuga per ritrovare la figlia, per affrontare meglio i casini che avrebbe comportato questo infame gossip.

Cercò per qualche istante le parole, poi disse: — Mamma, tu sei una donna. Sei fatta di carne, nervi, utero, desideri, voglie, passioni. Non mi scandalizza quello che hai fatto. Io non approvo né biasimo le scelte che hai fatto con il babbo. Semplicemente non le giudico. Per me tutto è come prima.

Veronica abbracciò Silvia e mormorò: — Due donne, siamo due donne.

Silvia sentì che qualcosa era cambiato. Che la famiglia non sarebbe stata più la stessa. Ma la cosa non le dava sensazioni sgradevoli.

Uscì che Veronica era già a letto. Mezzanotte e quaranta. Inforcò il motorino e si diresse verso il Chaco. Aveva bisogno di gente, di tramortirsi nella musica, di non pensare più a niente almeno per una sera.

Dentro, le solite facce. Gli amici la guardavano con un’aria strana, ma nessuno accennava a nulla. Stronzi. Ne parlassero davanti a me almeno, pensò. Chissà che cosa diranno alle mie spalle.

Si diresse verso la toilette. Davanti alla porta del bagno degli uomini incontrò Sandrone. Aveva un’aria maledettamente nervosa.

— Ciao — disse.

Il ragazzo si guardò attorno nervosamente rispondendo al saluto con un breve cenno del capo. Esclamò: — Certo che ci hanno conciato ben bene per le feste.

— I miei sono stati conciati per le feste. Tu cosa c’entri?

— Ah, non lo sai?

— No. Cosa dovrei sapere?

— Niente, niente.

— Ah, no adesso me lo dici. Stefano è in galera con un’accusa di omicidio, la mia famiglia sta diventando lo zimbello di questa fottuta città perbenista, tu sai qualcosa e non me lo vuoi dire?!

Sandrone rispose istericamente: — Non c’entra nulla la tua famiglia! E neppure Stefano. Comunque se proprio vuoi saperlo c’è in corso un’indagine anche su di noi.

— E per cosa?

— Per cosaa?! — cantilenò Sandrone. E aggiunse: — Spaccio di droga! Mio padre mi ammazza!

— Tuo padre è magistrato e non hai nulla da temere.

— No, mica… gli ho solo rovinato la carriera!

Silvia scosse la testa. — Io dico che mi sembrate tutti dei pazzi. Comunque qualcuno dovrà avere pur sparato a Luca, no?

— Non me frega niente di chi ha sparato a Luca. So solo che vi saluto.

— E dove vai?

— Sparisco… mio padre mi ha organizzato una vacanza di un paio di mesi. Destinazione ignota.

— Vai, vai — disse e aggiunse mentalmente “coglione”. Gli girò le spalle e si diresse verso la pista da ballo.

Il disck jockey stava sparando della gran techno pesa. La gente ballava pigiata in un’enorme penombra, rotta da improvvise sciabolate di luce colorata. Silvia trasalì. Non c’aveva mai fatto caso, ma quel posto assomigliava in modo sinistro al Laser game.

Camicioni scozzesi tardo-grunge, canottierati maragli, qualcuno con gli occhi da calato, piroettavano attorno alle ragazze un po’ dark e con trucchi forti, come mosconi ubriachi, fieri oranghi dal passo sbruffone, conanpettoruti di periferia, marlborati perenni, teste a spazzola col ciuffo sulla fronte, impasticcati cronici, leonardicapriati dal mento volitivo, tirasassi dal cavalcavia, più semplicemente apprendisti al tornio in qualche boita delle zone industriali di provincia.

Silvia non aveva voglia di ballare. E non avrebbe ballato comunque. Bastava agitarsi un po’ e respirare un po’ più affannosamente, perché il fumo denso la soffocasse. Sentiva già i vestiti intrisi di miasmi e si sentiva sudata.

Ebbe come un senso di soffocamento. Si allontanò dalla pista e, dopo essersi fatta timbrare il polso da un buttafuori, uscì nell’atrio del locale.

Era la prima volta che le accadeva di scappare così da una calca che aveva sempre solcato fino alle ore più piccole. Forse era troppo nervosa. Calma, doveva ritrovare la calma. Davanti a lei vide un ragazzo alto, con una maglietta bianca, i jeans lacerati sulle ginocchia e un gran bel pacco tra le gambe. Lo guardò meglio. Aveva un viso affilato e pallido, la barba incolta e occhi penetranti. Raz Degan! esclamò tra sé.

Il ragazzo appoggiò lo sguardo su di lei. Silvia sentì una strana fitta al petto e deglutì. Che sano! constatò. Il Degan le sorrise. Lei si sciolse in uno sguardo complice.

— Ciao, mi chiamo Raf! — disse il ragazzo.

— Raz… cioè Raf, portami via da qua. Portami via, ti prego!

E mentre lui la prendeva sottobraccio, Silvia si sentiva già sciogliere, sotto.

La spallina della sottoveste, caduta all’altezza del gomito destro, dava di Silvia la sensazione di una donna che aveva fatto l’amore a lungo, fino a stancarsi. Il suo viso aggrottato, riflessivo ma un po’ emaciato, contribuiva a darle un’aria greve e scoglionata.

Fumava lentamente Silvia, seduta sul letto, con la schiena appoggiata alla spalliera e le gambe nascoste sotto le lenzuola. Dal bagno proveniva lo scroscio del lavandino e i forti soffi di naso di Raf, accompagnati da versi gutturali. Il sabato pomeriggio scivolava nella quiete più completa, che dava allo spazio un’aria soffusa, quasi irreale.

Lo aveva conosciuto solo la sera prima e lo aveva voluto. Ma ora lo avrebbe riposto volentieri in un cassetto come un pantalone appena finito di indossare, lo avrebbe buttato in un cestino di rifiuti, gli avrebbe spento il membro come si fa con un apparecchio elettrico quando si smette di usare.

Come Luca, l’aria rozza di Raf nascondeva comunque quella ruvida tenerezza, quella ingenuità violenta dei maschi che non amano essere messi in discussione. A questo tipo di uomini non voleva né poteva resistere. Doveva farseli, era più forte di lei.

Aveva voglia di volare a casa. I getti d’acqua che udiva provenire dal bagno evidenziavano l’iter della toelettatura del ragazzo. Adesso le ascelle e il collo. “Si fa poche docce…”, pensava Silvia. Ma il suo odore, aspro di sudore, la inebriava. Le piaceva la sua barba sfatta, la sua pelle ben aderente ai muscoli e affollata di peli, peli ovunque. L’aveva perlustrata tutta la notte quella pelle.

Improvvisamente le venne in mente a Stefano. Pensò ai suoi sorrisi improvvisi, ai suoi silenzi imbarazzati, a com’era un libro aperto e non solo per lei, alle sue goffe conversazioni. Pensò alle sue esagerate esplosioni di ilarità, che avvenivano puntualmente alla fine delle freddure che ogni tanto propinava agli astanti, raggelandoli nelle serate d’osteria. A volte rideva solo lui. 

Era stato bello con Stefano. Un po’ disperato nel suo amore. Un amore che era come la nebbia, che si tagliava col coltello. Sempre. Un amore che la perseguitava, che la seguiva passo a passo anche adesso che era in galera. Sentiva lo stesso la sua presenza.

Ma Stefano non era un Raz. Non girava per la strada come un Raz, non fumava come un Raz. Non la prendeva come un Raz, come un Raz non la scuoteva sin nelle viscere al solo contatto. Era un uomo da esserci amica. Non altro. E doveva aiutarlo. Aveva fatto male a spifferare i casini tra loro tre alla polizia.

Non sapeva cosa le avesse preso. Luca, a vederlo lì, disteso, cadavere, con gli occhi aperti nell’ultimo sguardo verso qualche obiettivo da colpire, l’aveva sconvolta. Aveva perso la testa. La vicenda con Luca e Stefano era uscita così, quasi per caso, senza rendersi conto che su questo aspetto la polizia avrebbe costruito tutte le sue più stupide congetture.

— A cosa pensi? — Raf aprì l’armadio per cercare una camicia pulita.

— A niente — Silvia si tirò su la spallina e si alzò dal letto. — Preparo qualcosa?

— Buona idea. Io vado giù a prendere le sigarette — Raf guardò l’orologio. — Merda! il tabaccaio a quest’ora è già chiuso!

— Prendi le mie. Ne ho un altro pacchetto.

Raf si accese una sigaretta. — Che interrogazione hai lunedì?

— Fisica.

— Educazione fisica?

— Buonanotte! — Silvia andò in cucina e mise sul fuoco una pentola d’acqua.

— Ehi, non mi pigliare per il culo! ho avuto un ottimo punteggio alla Scuola Radio Elettra!

— Ma se di fisica non ne sai perché ti arrabbi?

Raf soffiò fuori con forza il fumo dalla gola. — Mi arrabbio per il tuo modo di rimarcarlo, con frasi, sorrisini e smorfiette.

Silvia rise. Non sapeva se la conversazione stava per diventare lite, oppure gioco. — Comunque se tu mi dici “Educazione fisica”, sei tu che te le cerchi.

Raf la raggiunse in cucina, le prese il viso tra le mani e la baciò sulle labbra.

— Dai dimmi a cosa pensavi prima.

Silvia contraccambiò il bacio, ma poi si scostò con un brivido uterino al contatto di quella barba ruvida. — A niente. Devo andare. — Fece per alzarsi.

Raf tornò a baciarla. Silvia capì che non sarebbe andata a casa tanto presto.

 

12.

— Sei uno stronzo! — l’avvocato Gualtiero Gualtieri rigirava una matita tra le dita con una rapidità ossessiva. Ma l’espressione del viso era calma, come d’attesa. Tornò a dire: — Sei proprio uno stronzo Stefano!

Lo diceva col cuore, perché il ragazzo era il figlio di un suo grande amico d’infanzia: Sauro Venturoli, concessionario di una nota casa automobilistica tedesca.

— Ma non potevi dirlo prima che sei abbonato al poligono comunale e che ogni tanto per scaricarti vai a tirare quattro colpi? E poi perché non hai detto che cosa hai fatto dalle 15 alle 16? — L’avvocato fece un attimo di pausa, poi scandì bene le parole: — Se è vero quello che mi stai dicendo.

— Anche tu non mi credi.

— Non ho detto questo. Ma la prima cosa che farò quando uscirò di qui è quella di andare al poligono comunale a controllare il registro delle presenze di quel pomeriggio.

Stefano abbassò gli occhi. Le sue labbra erano state così tormentate dai denti che ormai lunghe screpolature rosse ne solcavano i bordi. — E domani cosa succederà?

— Succederà che dirai la verità, nel bene e nel male. Ma anche se puoi provare la tua presenza al poligono, ciò non prova automaticamente che la polvere da sparo sia quella della pistola con cui ti sei dilettato prima di andare al Laser game. E poi è difficile a questo punto fermare questo carrozzone. Questi non possono dire: scusate siamo stati dei deficienti, non abbiamo capito nulla, ci scusi signor Stefano e omaggi alla famiglia. E poi la tua passione per il tiro a segno non depone a tuo vantaggio. Ma cristo santo, non potevi sceglierti un passatempo più tranquillo e amici meno stronzi?

“E fidanzate meno troie…” aggiunse Stefano, ma solo mentalmente.

— La vedo grigia per te, mio caro. È bene che tu sappia a cosa stai andando incontro. Ma ci batteremo coi denti e con le unghie. L’ho giurato a tuo padre.

I flash illuminavano il viso del ragazzo, mentre due agenti lo caricavano dentro una Pantera. La sua uscita dalla questura per essere tradotto alla casa circondariale, avveniva appena in tempo per apparire nel TG delle 20. L’Alfa partì sgommando e tutti furono contenti della scena: spettacolare e ben riuscita.

Improta gongolava come Pippo, l’ippopotamo dei pannolini. Tra breve avrebbe servito tutti i particolari dell’indagine alla torma di giornalisti assetati di news, ma che fossero facili, ben commestibili. Il Sostituto Procuratore Piercamilli aveva lasciato quest’onore a lui: all’artefice di queste indagini, chiuse a tempo di record.

Il commissario si portava a casa anche un altro successo: tre denunce per spaccio di coca al liceo Righi. I giornali avrebbero messo tutto insieme, la morte di Casella, la coca, un gran casino. Ma ad Improta non gliene fregava nulla. Parlassero, parlassero pure.

Yuri seguì il commissario verso la saletta delle conferenze. Improta non aveva fatto altro per tutto il giorno che rimarcare le sue brillanti intuizioni: che imparasse da lui, quell’ispettore fresco di nomina.

I giornalisti affluivano nella sala. C’erano donne con occhiale, foulard e tailleur, molto dinamiche, uomini con baffo brizzolato e catene d’oro al collo, da sempre di casa in quei corridoi, qualche giovane leva con codino alternativo e registratore con adesivo di radio qualcosa. Entrarono tutti.

Improta li guardò con aria trionfante. Se li gustò ben bene, uno ad uno. Fissò Cattabriga con un ghigno d’intesa e s’aggiustò la cravatta. Aprì la bocca per iniziare il discorso, ma una mano lo toccò su una spalla. Si girò di scatto con aria infastidita. — Macheccazz… — L’agente che lo aveva interrotto prima ancora che iniziasse, gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

Yuri vide il commissario sbiancare in viso, sgranare gli occhi e respirare affannosamente come se stesse cercando di trovare anche il più esile filo d’aria. Improta rispose al poliziotto sibilandogli a sua volta qualcosa all’orecchio, poi si rivolse agli astanti, ormai incuriositi dal suo atteggiamento nevrotico. — Signori, dovete perdonarci, ma la conferenza stampa non può più avere luogo, almeno per oggi.

— E perché? — chiese un giornalista.

— Scusateci ma non possiamo dirvi nulla.

Una donna visibilmente infastidita per la situazione strana, incalzò: — Ma ci può dire almeno qualcosa sull’omicidio di Casella e sul ragazzo arrestato?

Improta ripetè le ultime parole della giornalista — Il ragazzo…

La donna non demordeva: — Ci sono novità, vero?

Il commissario si riprese rapidamente dal momentaneo smarrimento. — Signori, e che diamine! non insistete! Domani sul caso Casella vi daremo tutte le informazioni che vorrete. Buona sera.

Si allontanò facendosi largo nella calca, dribblando registratori e telecamere. Anche Cattabriga fece fatica ad abbandonare la sala, ma alla fine riuscì a guadagnare l’ascensore e a raggiungere il commissario al secondo piano. — Ma cosa è successo? — chiese.

Improta tirò un pugno furente contro lo stipite d’una porta. Aveva il volto paonazzo. — Cos’è successo?!!

 

(Fine della sesta puntata, la prossima: domenica 14/04/2019)

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