di Alexik

“Nulla può erigersi a difesa contro la falce del tempo, se non la prole che sappia sfidarla quand’essa ti rapirà da qui”. (W.Shakespeare)

Il 15 marzo una generazione intera è scesa in strada per il diritto al clima, dando vita al più grande sciopero studentesco transnazionale che la storia ricordi.
Lo ha fatto in piena autonomia, facendo a meno dell’ambigua presenza dei partiti della sinistra istituzionale, e anche delle classiche componenti di movimento.
Lo ha fatto in piena coscienza, sapendo di essere la prima generazione la cui esistenza verrà completamente e interamente sconvolta dalla devastazione climatica causata da questo modello di sviluppo, la prima generazione di ragazzini che non potrà essere guardata dagli anziani con invidia.

Chi li ha liquidati frettolosamente per “la genericità degli slogan”, la “moderazione delle forme di lotta”, il “rischio di strumentalizzazioni”, non ne ha capito la forza e le prospettive.

Saranno questi milioni di adolescenti il volano per i prossimi cicli di lotta.
Avranno modo di affinare l’analisi e radicalizzare l’azione, di imparare a diffidare di chi li blandisce tradendoli.
Avranno modo di scontrarsi con i padroni della terra, nel momento in cui dovranno attaccare grandi interessi economici consolidati.
Dovranno lottare tanto, e non per vocazione all’eroismo o per scelta ideologica, ma perché non hanno alternative. Non possono permettersi una sconfitta.

Intanto, alla faccia della loro presunta “genericità”, hanno identificato quella che si è imposta oggettivamente come la contraddizione principale: la contraddizione fra capitale e natura che ci sta conducendo verso la fine del tempo concesso agli umani su questo pianeta.

È una dimensione inedita, che sconvolge il nostro comune modo di pensare.
Siamo stati abituati da sempre a concepirci come parte di una continuità temporale caratterizzata dai tempi lunghissimi e indefiniti, al cui interno trovavano compimento, oltre alle nostre vite, l’evoluzione della storia umana, la dialettica delle contraddizioni, la lotta di classe, i conflitti, l’avvicendarsi delle progenie…
La generazione del Friday for future è la prima a intravedere la fine del tempo e percepirla come propria potenziale esperienza soggettiva.
Non riesco a immaginare quanta rabbia possa avere dentro.
È il panico di cui parlava Greta Thumberg alla platea del Forum Economico Mondiale di Davos.
Questa generazione giovanissima si sta assumendo l’onere, il carico, la responsabilità di rappresentare l’interesse generale dell’umanità, nei termini della salvaguardia dei bisogni comuni di specie.
Avrà bisogno di compagni sinceri, e potrà trovarli se li cercherà nei territori, fra chi li difende.

È nei territori infatti che si combatte concretamente contro gli impianti e le infrastrutture climalteranti. Che si tocca con mano la militarizzazione e l’arroganza dello Stato contro intere popolazioni, refrattarie ad accettare nuove devastazioni.
È lì che si sperimentano forme di democrazia e organizzazione dal basso, la creatività delle lotte e la solidarietà.

Roma. Marcia per il clima e contro le grandi opere imposte, 23 marzo 2019.

I territori conoscono anche storie interessanti da ascoltare.
Mostrano le cicatrici lasciate dai cicli industriali del ‘900, che tanto hanno contribuito al disastro climatico che viene. Raccontano di quando le devastazioni ambientali venivano considerate dai più il prezzo necessario da pagare all’interno di un patto sociale che comunque garantiva migliaia di posti di lavoro.
Il che voleva dire mangiare tutti i giorni, smettere di emigrare, far studiare i figli, accedere alla società dei consumi…

Il patto sociale aveva anche una sua narrazione e una promessa: “Se lavori duramente, taci e ti “comporti bene”, potrai migliorare la tua condizione e quella dei tuoi figli”.
La ribellione avveniva quando gli operai scoprivano le placche del mesotelioma pleurico al momento della pensione, o di aver costruito casa vicino a una discarica di rifiuti industriali.
Troppo tardi. L’illusione di una via giudiziaria alla giustizia si infrangeva sulle assoluzioni dei   dirigenti, managers e padroni, come nei processi per il petrolchimico di Porto Marghera, l’Eternit, la Marlane di Praia a Mare o l’Anic di Manfredonia, mentre tonnellate di veleni nei terreni e nelle acque rimanevano intonsi.

Da allora le cose sono molto cambiate … nel senso che oggi l’estrattivismo che impatta sui territori promette devastazioni sociali, ambientali e sanitarie per gli abitanti senza che vi sia nulla in cambio, al di fuori di qualsiasi patto sociale.
Distrugge tessuti economici e di sopravvivenza costruiti con fatica in cambio di pochi posti di lavoro temporanei.
La narrazione edulcorante non tiene più, anche perché nel frattempo, dai processi di Porto Marghera e dell’Eternit, le popolazioni hanno appreso che a fronte dell’avvelenamento ambientale, dei lutti e dei tumori non ci sarà nessuna bonifica e nessuna giustizia.
Per questo le lotte hanno cominciato a svilupparsi prima che le devastazioni avvengano, per impedirle, prendendo esempio dalla prima e più importante, quella dei No Tav.
E ad estendersi sempre di più, come reazione a un salto di intensità e di quantità nella messa a profitto dei territori.

Sabato scorso i protagonisti di queste lotte hanno riempito le strade di Roma in centomila, marciando per il diritto al clima e contro le grandi opere imposte.
Sono arrivati da tutta Italia, dalla Valsusa e  dal Salento, dal Veneto delle grandi navi e dalla Liguria del terzo valico,  dai comitati contro le trivellazioni di Abruzzo, Molise e Basilicata, dalla Sicilia del MUOS, dagli stoccaggi di metano lombardi ai No Snam abruzzesi, dalla Campania contro il biocidio e da Taranto contro l’ILVA, dai Comitati per l’acqua alle mamme vulcaniche e tanti e tante ancora a dimostrare coesione ed unità di intenti.
Centomila manifestanti evidentemente invisibili, coperti da un rigido silenzio stampa da parte dei TG e quotidiani mainstream.
Gente da nascondere bene, perché non sia mai che un tale processo di ricomposizione non susciti interesse anche fra le fila di una nuova generazione in lotta. (Continua)

[Nella foto in alto: Roma, Piazza Venezia. Friday for future – 15 marzo 2019.]

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