di Marc Tibaldi

Claudio Bolognini, I giorni della rivolta. Quelli di Piazza Statuto, Agenzia X edizioni, 2019, pp. 203, € 14,00.

“Non c’è dubbio che ogni evento rappresenta per così dire, il ‘foro d’uscita’ di un processo che è avvenuto al di sotto della superficie della società attraverso progressive accumulazioni e, come quei fenomeni tettonici di crisi, come i grandi terremoti, a un certo punto emerge alla superficie in forma di evento. Cioè, non c’è dubbio che ogni evento rappresenta, per certi versi, la spia di processi invisibili accumulatisi nel tempo e poi bruscamente emersi alla superficie. […] E tuttavia – in questo sta la problematicità del rapporto ­– gli eventi non sono strettamente riconducibili ai processi: pur esprimendo questi processi, sono anche portatori di un novum, di un qualche elemento che è irriducibile alla serialità storica e che ne spiega l’esplodere lì ed ora. In ogni evento, in sostanza, si esprime una processualità e si esprime una istantaneità del fenomeno: si esprime una ripetitività di atti e di gesti nel tempo e si esprime l’irrompere dell’inedito. Ogni evento, in sostanza, esprime un processo di accumulazione ma anche l’esistenza di un detonatore irriducibile alla semplice processualità. […]”, ha scritto Marco Revelli riflettendo sulla genesi della rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino in Le spie ricorrenti del disagio sociale: jacqueries, rivolte urbane, proteste giovanili, subculture della protesta, pubblicato nel volume collettivo Repubblica, Costituzione, trasformazione della società italiana.

Nell’attuale passaggio storico caratterizzato da un’ondata di reazione e da un’impasse immaginativa, riflettere sulla rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino può insegnarci a leggere il presente, a capire come nascono i movimenti e, in qualche maniera, a “provocarli”? “Sì. L’analisi della trasformazione della composizione sociale e una tessitura politica delle relazioni tra soggettività apparentemente distanti sono elementi che possono aiutarci a far emergere una nuova vitalità dei movimenti di base”, risponde Claudio Bolognini, autore di I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (pagg. 203, 14 euro, Agenzia X). È un romanzo che sembra perfetto per diventare la sceneggiatura di un film, ma nello stesso tempo fa pensare a come nascono i movimenti, ai loro periodi carsici e di formazione, che a volte sfociano in eventi incendiari di rivolta, in rivoluzioni o in strutturate rivendicazioni. I tredici protagonisti raccontano le tre giornate di rivolta, ognuno dalla propria esperienza e dal proprio punto di vista, ma in qualche passaggio incrociano la stessa scena vista da diversa angolazione e con diversa interpretazione: come in un montaggio cinematografico. I personaggi che agiscono nella città fordista sono giovani operai e operaie che arrivano dal profondo sud, dal profondo nord e dalle campagne piemontesi, ma anche una studentessa di medicina, un ragazzo calabrese uscito dal riformatorio che ci fa ripensare a Franti, il ribelle di Cuore, un poliziotto del reparto celere, un commerciante… e un vecchio medico comunista che tesse le relazioni tra memoria, scontri di piazza e nuovi compagni. C’è tanta memoria in questo romanzo, detta e non detta: da Edmondo De Amicis, che in piazza Statuto abitava, che con i suoi testi Primo maggio e Lotte civili aleggia dal passato, alle analisi di due libri-chiave per capire quei giorni: L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi e Spartakus. Simbologia della rivolta di Furio Jesi. Due intellettuali che, quando scrissero quei testi, vivevano a Torino e avevano negli occhi gli avvenimenti di quei giorni. “Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città”, scrive Jesi. Nel romanzo di Bolognini succede di più, un bacio tra due dei protagonisti, Maria Rosaria e Pietro, unisce amore e rivolta e li salva dalla carica della polizia.

Nel 1962 Torino è una città segnata dal silenzio sociale, la sconfitta della Fiom sancisce la “normalizzazione” politica degli stabilimenti. Valletta, amministratore delegato Fiat, dichiarava pacificata la situazione in fabbrica. Per sette anni a Torino la conflittualità si genera nelle piccole industrie, mentre il “gigante Fiat” è muto, non esprime conflitto. Alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici, le prime giornate di sciopero indette dai sindacati vedono gli operai della Fiat rimanere al di fuori dalla mischia. Poi, all’inizio di luglio, la situazione si scalda. Gli scioperi hanno un’imprevista riuscita, un successo inatteso da parte degli stessi organizzatori. Ma uno dei tre sindacati confederali, la Uil, sigla un accordo separato e si sottrae alla lotta, un gruppo consistente di lavoratori reagisce alla situazione, marcia sul centro, si reca in piazza Statuto, dove era la sede del sindacato colpevole d’avere rotto il fronte operaio, lo cinge d’assedio, interviene la polizia, si accendono degli scontri sempre più violenti e sempre più estesi, per tre giorni. I sindacati e il PCI sconfessano l’iniziativa, preoccupati di essere identificati con il “disordine” stigmatizzano i fatti e invitano a isolarne i protagonisti. Inizialmente prende le distanze perfino il gruppo più radicale, quello che si riconosceva nei “Quaderni rossi”, diretti da Raniero Panzieri, figura importante nel movimento sindacale torinese pur invitando a riflettere sulla composizione sociale dei dimostranti. Recupererà qualche mese dopo, nel settembre dello stesso anno esce un numero di “Cronache di Quaderni rossi” che riflette sulla rivolta e ne comprende l’importanza.

Il libro più importante su quella rivolta sarà scritto da Dario Lanzardo, allievo di Panzieri che all’epoca faceva parte del gruppo di Quaderni rossi, La rivolta di Piazza Statuto: Torino, luglio 1962, pubblicato da Feltrinelli nel 1979. Un libro che meriterebbe di essere ristampato, con un’opportuna introduzione, proprio per riflettere sull’oggi, su come nascono i movimenti e le rivolte, sulla trasformazione della composizione sociale, su come soggettività apparentemente distanti possono trovare un terreno comune di conflittualità.

E fu sempre Panzieri a spingere il giovane Goffredo Fofi a “fare inchiesta” e realizzare L’immigrazione meridionale a Torino. Fofi registra e contestualizza le vite dei nuovi immigrati. Impressionanti sono i dati sulla mobilità sociale, un fenomeno irruento quanto sconvolgente. Gli immigrati arrivano senza che nessuna struttura si occupi dell’inserimento. L’ azienda dell’auto permea lo spirito cittadino. Lo monopolizza. A cominciare dall’ amministrazione comunale «una semplice appendice» di via Marconi. Targato Fiat è anche il maggiore quotidiano cittadino, La Stampa, “uno strumento formidabile di formazione e di controllo dell’opinione pubblica”. La sua rubrica di lettere più popolare è ‘Specchio dei tempi’, una specie di santino di «recriminazioni antimeridionali». Fofi critica anche i partiti d’ opposizione, sprovvisti di una “seria politica” per “sganciare Torino da un’ipoteca Fiat”. La ricerca ebbe un interessante destino editoriale. Prevista da Einaudi, spaccò il collettivo redazionale. La maggioranza dei consulenti, dopo burrascosi dibattiti, si espressero per il no, mettendo in minoranza Panzieri e suoi amici che in ragione del contrasto vennero licenziati. Il volume fu pubblicato da Feltrinelli (ristampato da Aragno nel 2009). A proposito del rifiuto einaudiano, Fofi – nell’introduzione alla nuova edizione – racconta che il saggio “fu usato come pretesto per un regolamento di conti all’ interno della casa editrice, in un momento di sua crisi politica, provocato dalla nuova realtà del paese e dalla mutazione in atto anche nella sinistra”. E a questa ragione va aggiunta una constatazione, ovvero quella che non può non registrare la “soggezione alla Fiat della nostra casa editrice più ufficiale e superba”.

Ma dalle analisi sulla composizione sociale di quegli anni passiamo di nuovo alla rivolta che animò i nuovi soggetti. Scrive ancora Revelli: “Il risveglio del 1962 può dunque essere indubbiamente letto come l’effetto di un lungo processo di revisione culturale da parte delle avanguardie sindacali e, in generale, del movimento sindacale italiano. E questo ci spiegherebbe la dimensione della processualità, e il perché dopo un lungo silenzio questo soggetto collettivo torni a parlare, ma non ci spiega né la repentinità del fenomeno né la sua violenza, la sua virulenza, la forza con cui questo irrompe alla superficie e che è tale da spiazzare le stesse avanguardie politiche che lo avevano evocato. Cosa emerge alla superficie torinese in quel luglio 1962? Emerge una profonda trasformazione della composizione sociale e della composizione tecnica della fabbrica consumatasi in quegli anni, un processo che avviene nel corso degli anni Cinquanta, attraverso l’emarginazione, per certi versi, del vecchio operaio di mestiere, del vecchio operaio qualificato – che era stato la spina dorsale del movimento socialista e comunista all’interno della fabbrica – e attraverso l’immissione di nuove figure operaie, figure importate, per così dire (le prime ondate di immigrazione dal sud), figure di lavoro scarsamente qualificate, erogatori di lavoro semplice, privo di qualificazione”.

“Sono questi – continua Revelli – che irrompono tra il 1956 e il 1962 nei reparti della Fiat. In piazza Statuto vengono alla superficie i nuovi lavoratori della catena di montaggio, che erano un soggetto sconosciuto nella Torino dei decenni precedenti, che era cresciuto silenziosamente all’interno della fabbrica, ma che non aveva, fino ad allora, preso la parola né con linguaggio sindacale né per comunicare alla città la propria esistenza: erano lavoratori invisibili, o meglio: visibili solo nella forma dell’immigrato, visibili a Porta Palazzo, nei crocchi che si formavano la domenica, visibili a Porta Nuova, quando arrivavano con la valigia di cartone, visibili nel labirinto delle stanze a pagamento in cui dormivano a turno, le otto ore di notte quelli del turno di giorno e le otto ore di giorno quelli del turno di notte”.

Per riflettere su ciò che ci siamo proposti è interessante riportare l’analisi sul concetto di rivolta fatta in Spartakus da Furio Jesi, che vive il clima dei giorni di piazza Statuto. La rivolta – sostiene Jesi – è un’“improvviso scoppio insurrezionale che di per sé non implica una strategia” a differenza della rivoluzione, coordinata e orientata alla presa del potere; la distinzione è prima di tutto nella coscienza di chi vive “una diversa esperienza del tempo”. Mentre il tempo della rivoluzione è lineare, storico e quotidiano, il tempo percepito nella rivolta è lampeggiante, mitico e festivo: mentre la rivoluzione “è deliberatamente calata dentro il tempo storico”, la rivolta lo sospende e instaura “un tempo in cui tutto ciò che si compie vale di per se stesso, indipendentemente dalle sue conseguenze e dai suoi rapporti con il complesso di transitorietà o di perennità di cui consiste la storia”. “La rivolta è vissuto mitologico: esperienza ad alto livello di significatività in cui si concentra l’intera esistenza e in cui la folgorazione di una redenzione riscatta chi vi partecipa. La vita rivela il proprio senso in un attimo estatico di autoaffermazione e di pienezza. Il valore della rivolta è nel significato che assume per chi ne partecipa più che non nella sua realizzazione”, scrive Enrico Manera (su www.doppiozero.com) a proposito del concetto di rivolta in Jesi.

È in questo contesto – sociale, concettuale e pragmatico – che si svolge I giorni della rivolta, il romanzo di Claudio Bolognini, una situazione che prefigura il ventennio successivo, con il ’68, il ’77 e il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, dalla produzione fordista a quella postfordista. Bolognini per costruire il romanzo ha lavorato su fonti archivistiche e su testimonianze di protagonisti. La storia non è vera ma verosimile, un riassunto eccezionale di storie personali e del contesto sociale. La scelta di creare un racconto polifonico, con diciassette personaggi che raccontano in prima persona gli avvenimenti di quei giorni con diversi punti di vista, è ispirato a All involved di Ryan Gattis (in italiano Giorni di fuoco, pubblicato da Guanda). Impossibile non pensare a Vogliamo tutto, il romanzo di Nanni Balestrini, che pur ambientato nel 1969 e costruito con struttura narrativa e lavoro linguistico totalmente differenti, vuole arrivare – come I giorni della rivolta – alla medesima mitopoietica della ribellione collettiva ed esistenziale e di una trasmissione della memoria delle lotte. Quello che ci serve oggi per ricostruire una soggettività molteplice e agente.

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