Di Andrea Vaccaro

Il pezzo costituisce una delle voci del volume Guida ai Narratori fantastici italiani di Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro, in uscita presso Odoya.

Giorgio De Maria (1924 – 2009) rappresenta uno dei “casi” editoriali più bizzarri del recente panorama letterario italiano. Morto nel 2009 in solitudine e povertà, ma ormai lontano dalla scrittura dalla fine degli anni Settanta, il suo nome viene improvvisamente riscoperto qualche anno dopo la sua morte grazie all’azione del critico e scrittore australiano Ramon Glazov, che riporta alla luce, in traduzione inglese, l’ultimo romanzo di De Maria, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo, pubblicato originariamente in Italia nel 1977 da un piccolo editore milanese, Il Formichiere (che già tenne a battesimo il primo romanzo di Tiziano Sclavi, Film). Il romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel febbraio del 2017 con il titolo The Twenty Days of Turin: A Novel, con la traduzione dello stesso Glazov, suscita l’entusiasmo di pubblico e critica, tra cui Jeff VanderMeer, il più importante esponente del new weird contemporaneo. Viene inserito tra i migliori romanzi usciti nel 2017, ed è così che la sua completa riabilitazione avviene anche in Italia, con una nuova edizione del testo per Frassinelli nel settembre dello stesso anno.

Nato e vissuto a Torino, Giorgio De Maria si presenta subito come una figura eclettica: laureato in lettere, insegnante, pianista mancato (un crampo alla mano mise fine alle sue ambizioni), critico e autore teatrale, tra i principali esponenti del movimento musicale Cantacronache, giornalista per La Stampa, collabora con la rivista fondata da Giambattista Vicari Il Caffè, dove appaiono le sue prime opere di narrativa. Nel giugno del 1958 viene pubblicato sulla rivista il racconto “La fine del quotidiano. Racconto di fanta-arte”. L’inizio del racconto è folgorante (soprattutto letto ai giorni nostri): Da una enciclopedia domestica del 3000: Voce: ARTE o RIPRODUZIONE «Fenomeno nato con l’uomo, spentosi prima di lui con l’assassinio di Papa Benedetto XVI (20 febbraio 1995) […] Consisteva nell’istinto di riprodurre più o meno fedelmente immagine contratte dalla retina. Spiegazione del fenomeno si ebbe soltanto in seguito alla scoperta delle micro cellule di Rommler (1989)… L’assassinio di Papa Benedetto XVI! avviene per mano di Emilio Eboli, protagonista e paladino del movimento del “quotidianismo”, in lotta contro l’esplosione oscena e surreale dell’arte guidata dal vate oscuro Maurice Bataille, con la sua Parigi degli orrori: La torre Eiffel era indescrivibile; ovunque, dai supporti, dalle travature, penzolavano figure umane in posizioni stravolte e altre raggomitolate in se stesse, rimanevano perennemente a mezz’aria come se un fotografo le avessero riprese in quel preciso istante. La storia presenta molte delle caratteristiche che si ritroveranno nelle opere successive di De Maria: una profonda riflessione sulla condizione dell’uomo moderno, l’impiego di realtà future o alternative come scenario della vicenda, una profonda tensione spirituale. Nel successivo “Il generale Trebisonda” (Il Caffè, luglio 1964) si ipotizza (in un mondo alternativo o futuro?) una guida spirituale, il Gran Maestro Tibetano, per gli Alti Comandi militari, secondo i dettami del Ministero della Guerra. In un’atmosfera degna dei migliori racconti di guerra di Bierce, è ancora una volta la spiritualità a venire in soccorso il destino ineluttabile del generale Trebisonda e delle sue truppe. In “La morte a Missolungi” (Il Caffè, n. 3-4, 1971), un triangolo amoroso tra un umile mercante, sua moglie e il poeta maledetto Lord Byron, si trasforma presto in un inquietante caso di vampirismo artistico. De Maria scrive negli anni ’60 anche una sceneggiatura per la Rai, a tema fantascientifico, Prova d’appello, degna del miglior episodio di Black Mirror: in un gioco televisivo si decide la vita o la morte dei condannati a morte in base alla loro popolarità. Purtroppo la sceneggiatura rimase nel cassetto e fu pubblicato nella rivista Sipario solo molti anni dopo.

Nel 1968 esce il primo romanzo pubblicato da De Maria, I trasgressionisti, cui seguono I dorsi dei bufali (1973) e La morte segreta di Josif Giugasvili (1976), romanzo in cui, ancora una volta, De Maria si affida alla Storia, con la S maiuscola, per tessere la tela del suo romanzo: in questo caso siamo in Russia, e l’evento è la morte di Josif Giugasvili, meglio noto come Stalin. Il romanzo si sviluppa a scatole cinesi, con l’inserimento dei diari di Saska, fedele servo di Stalin, e un fantomatico “taccuino nero”, in cui si narrano le vicende del poeta/attore Volodia Vassilievic (forse ispirato al cantante poeta e cantante russo Vladimir Vysockij), la cui attività artistica, come una sorta di involontario Cyrano, giocherà un ruolo fondamentale nelle violenze e nella fine di Giugasvili: ancora una volta, così come nel racconto “La fine del quotidiano”, centrale è il rapporto tra arte e autorità, tra immaginazione e potere, tra azione e spiritualità.

Nel 1977 viene pubblicato il quarto, e ultimo romanzo di De Maria, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo. La storia si svolge a Torino, dieci anni dopo quelle che furono definite le “venti giornate di Torino”, quando la città fu colta da un improvviso caso di insonnia e psicosi collettiva da parte di alcuni suoi abitanti. Dopo dieci anni un uomo cerca di fare luce su quanto accaduto. Il romanzo è pervaso da un senso di angoscia e claustrofobia, alimentato dall’incapacità del protagonista (e dell’essere umano tout court) di comprendere la realtà circostante e di affrontare l’ignoto. Ancora una volta il tema della spiritualità, di vedere al di là del velo, è il nucleo portante del romanzo. Il protagonista, un semplice privato cittadino, un impiegato, suonatore di flauto mancato (così come musicista mancato fu lo stesso De Maria), e del cui nome non si fa mai menzione, indaga su i primi casi di insonnia, e delle visioni a essa collegate: Giovanni […] diceva di avere molto sonno ma di potersi assolutamente addormentare… parlava di un lago molto basso, del fondo del lago dove invece di sassi c’erano bassorilievi. E ancora: I sonniferi non potevano servirgli, non potevano fare abbassare il fondo del suo lago, non c’era niente che potesse farglielo abbassare… Ricordo che parlava di spazio, di spazio!… Voleva dello spazio!… Diceva che entro di lui lo spazio era sparito, non ne aveva più per muoversi, per girarsi; disse anche questa frase terribile: se anche volessi uccidermi non troverei lo spazio per morire! Un terrore metafisico, una descrizione che ricorda le atmosfere di opere come Il processo Kafka, che lo stesso De Maria indicò come fonte di ispirazione, o L’altra parte di Alfred Kubin. Le percezioni (o forse la stessa realtà percepita) sono strane e “sbagliate”: il suo olfatto avrà avvertito uno strano odore, come d’aceto, che a quel tempo stava inquinando l’aria… Ma anche chi non è colpito dall’insonnia, è testimone di strani fenomeni uditivi: Non avrei, in breve, un termine per definire l’urlo che ho sentito… Chiamarlo bestiale? Disumano? Semmai, ma il grado di approssimazione è sempre molto alto, lo descriverei come un terribile grido di guerra con al fondo qualcosa di grigio, di metallico… Una descrizione degna delle migliori storie di Weird Tales, e la mente corre non tanto a Lovecraft (a cui viene spesso ora accostato De Maria), ma ancor di più alla penna straordinaria di Fritz Leiber. L’insonnia sfocia in violenza, quando le persone colpite, o meglio, afflitte da questo male inspiegabile scendono in piazza, come automi, vuoti ricettacoli di violenza. E quando per le strade la violenza dilaga, le descrizioni seguono la follia e il delirio degli avvenimenti, senza rinunciare a una certa dose di elementi “splatter”: Rosaura Marchetti […] ebbe il volto fracassato, due lividi circolari attorno alle caviglie, delle ecchimosi all’altezza della vita. Due mani dotate di forza impressionante dovevano averla agguantata nella zona mediana del corpo e quindi oplà! in alto quanto bastava per prenderla ai malleoli e farla roteare: un centrifugazione terminata col suo spietato abbattimento contro un corpo solido. Va rilevato che il «corpo solido» contro cui la signora Marchetti fu sbattuta era questa volta un monumento: il monumento a Edmondo De Amicis […] il volto baffuto dello scrittore piemontese, sporgente dal lastrone di marmo, ancora imbrattato di sangue e di materia cerebrale; gli spruzzi sanguinosi della vittima che si irradiavano fino a lambire i bambini dei bassorilievi. Torino, forse la vera protagonista della vicenda, da città magica per eccellenza, diventa “teatro dell’incubo”: le sue statue, i lunghi viali, i palazzi sono testimoni (e forse anche complici) di questa esplosione dell’irrazionale. Attraverso l’accumulo di descrizioni e situazioni cariche di mistero e follia, riesce a trascinare il lettore in un vortice di paura e angoscia. Col proseguire delle indagini, altri elementi vengono alla luce, e una maggior analisi delle terribili urla ci riportano a descrizioni che non possono non richiamare alla mente Lovecraft: un sommesso impasto di voci, da cui ogni tanto ne emergeva una, di timbro metallico, che pareva esprimere una precisa volontà di aprirsi un varco. E ancora: Sentii allora sopraggiungere un cupo gorgoglìo, un rimestare profondo di acque melmose, seguito da un risucchio, che manifestatosi dapprima come una discreta suzione a poco a poco andò trasformandosi in un avido, diffuso abbeveraggio, come se centinaia di bocche si stessero immergendo in un pozzo gigantesco intenzionate a prosciugarlo… Pareva che una sete millenaria avesse trovato finalmente una fonte a cui saziarsi.

Torino, città della magia e dello spiritismo, muta ancora una volta: attraverso un registratore speciale, vengono registrate le voci/le urla/i suoni, ma non si tratta delle “classiche” voci dei morti, qui si tratta di qualcosa di più arcano e sconosciuto. In tutto il romanzo c’è la consapevolezza di superare i canoni della classica storia dell’orrore e di fantasmi. Quasi beffardamente a un certo punto si dice: “Sì, però nelle ghost-stories alla fine le allucinazioni si rivelano fondate: i fantasmi ci sono davvero”. In effetti qui non ci saranno “fantasmi”, ma qualcosa di diverso, di altro, di non-conoscibile. Nel romanzo non è assente un’altra tematica tanto cara a De Maria, il rapporto tra potere e arte, con l’invenzione della Biblioteca. L’invenzione della Biblioteca, se pur può avere discendenze borghesiane, si distacca dal metafisico luogo sognato dal maestro argentino: nessuna pretesa di eternità o di infinito, bensì ricetto di diseredati, asociali, scrittori mancati: Il frequentatore tipico della Biblioteca era un individuo timido, desideroso di approfondire la propria solitudine e di farla pesare al massimo sugli altri. Ma dove l’invenzione di De Maria diventa geniale è la visione della Biblioteca come luogo di condivisione di esperienze vissute, reali: Tu, potrai collaborare frequentandola per leggere, oppure portando dei tuoi manoscritti che saranno archiviati e numerati e che verranno a costituire a loro volta il materiale di lettura. A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea… noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari… possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba? Non sorprende che alla lettura del romanzo si sia gridato al talento visionario e anticipatore di De Maria, con la predizione dell’avvento di Facebook e del fenomeno dei social. E non si fatica a vedere anche una forte polemica dell’autore verso il mondo di quell’editoria che tanto aveva disatteso le sue speranze. L’aspetto più straordinario del romanzo è la capacità di creare una vera e propria escalation dell’incubo, arrivando sino al finale, uno dei più belli in assoluto della letteratura fantastica italiana. Lo sdoganamento negli Stati Uniti ha portato ad accostare il romanzo di De Maria ad autori quali Poe, Lovecraft (è possibile, se non probabile, che De Maria abbia letto Lovecraft nella prima e più celebre raccolta mondadoriana del 1966, I mostri all’angolo della strada), ma è certamente la letteratura italiana ed europea a rappresentare la principale fonte di ispirazione, da Kafka a Buzzati, da Musil a Landolfi, e se degli accostamenti tra i grandi del fantastico in lingua inglese si devono fare, alla mente corrono due grandi come Robert Aickman e Fritz Leiber, maestri, come De Maria, nell’esprimere l’irruzione dell’irrazionale nella realtà. Nello stesso anno di Le venti giornate di Torino esce Dissipatio H.G., il romanzo postumo di Guido Morselli, autore che tanti punti in comune ebbe con lo stesso De Maria, in particolare la cecità del mondo dell’editoria nei loro confronti. De Maria sopravvisse alla sua opera, ma dopo la pubblicazione di Le venti giornate di Torino, che non ebbe successo e cadde presto nel dimenticatoio, interruppe l’attività di scrittore, attraversò diverse crisi mistiche per poi precipitare nei meandri della follia, e morire nel 2009 in povertà. Grazie alla lungimiranza di Ramon Glazov il nome di Giorgio De Maria sta lentamente uscendo dall’oblio, così come speriamo l’intera sua produzione, percorso a cui ha dato il via Le venti giornate di Torino, capolavoro della letteratura weird, e non solo italiana.

 

Bibliografia

La fine del quotidiano. Racconto di fanta-arte, in Il Caffè, a.VI, n.6, giugno 1958; Il generale Trebisonda, in Il Caffè, a.XII, n. 2, luglio 1964; La morte a Missolungi, in Il Caffè, a.XVIII, n. 3-4, 1971; I trasgressionisti, Mondadori, 1968; Il dorso dei bufali, Mondadori, 1973; La morte segreta di Josif Giugasvili, Il Formichiere, 1976; Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo (Il Formichiere, 1977), Frassinelli, 2017; Prova d’appello, in Sipario, n. 383, 1978.

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