di Mauro Baldrati

Il tema del razzismo è molto presente nella filmica di Spike Lee. E’ impegnato, come uomo e come regista. E lo tratta con diversi registri: enfasi, ironia, cinismo, rabbia.

Anche in questo film scambia un po’ i registri: certi passaggi sono quasi fumettistici, soprattutto quando sono in scena gli esponenti del KKK, rappresentati come subumani microcefali che sparano oscenità talmente primordiali da strappare più di una risata in sala. Mentre i militanti del Black Power sono belli, allegri, vitali, ballano e ascoltano musica, in opposizione ai trucidi incappucciati che, al solo apparire, ci spingono a toccare ferro per la sfiga che sprigionano dalla loro aura scalena (anche se… una lama affilata ci sfiora la schiena strappandoci un brivido perché anche a casa nostra, nel 2018…).

Spike Lee sa costruire i personaggi, e gli eventi, con mano leggera, di velluto quasi. Si potrebbe dire con una patina di mainstream; eppure non scivola mai nel comico, nella commedia, o nel blaxploitation, anche se non manca qualche riferimento. E’ un mix auto cosciente di leggerezza e di rappresentazione del male, di rispetto e di voglia di sbertucciare.

C’è anche una storia, seria, avvincente: l’infiltrazione di un poliziotto nero, Ron Staiworth (interpretato dal figlio di Denzel Washington), nel KKK. Per fortuna Spike non usa il classico plot poliziesco hollywoodiano, con tutti quei colpi di scena e inseguimenti in auto che cappottano e distruggono mezza città e gli abiti firmati e quelle squadre speciali coi monitor ad alta definizione e i satelliti e gli attori belli e giovani che corrono di qua e di là. E’ una vicenda solida, ma anche qui usa un registro di semplicità che tuttavia non toglie un grammo di suspence, e intriga, per la gestione dell’alter ego: Ron ovviamente non può mostrarsi di persona, per cui istruisce un collega bianco, Flip Zimmerman, che sarà il suo avatar sul campo. Lui parla con gli psicopatici razzisti solo al telefono, imitando alla perfezione il parlato dei “fratelli americani bianchi”. Flip è ebreo, e quindi anche lui un emarginato, al secondo posto nella scaletta hate-level, dopo i negri (o meglio, sempre “gli sporchi negri”). Due ruoli speciali, diretti e recitati benissimo, con Flip che deve lanciarsi in continue filippiche sugli “sporchi giudei” che vogliono dominare l’America con un complotto per emarginare i “bianchi cristiani protestanti”, dopo “avere ucciso Gesù Cristo”. Alcune telefonate di Ron col caporione del Klan, che sembra un deficiente svalvolato (interpretato mirabilmente da Topher Grace), sono scene di alto teatro, così come i guai che deve fronteggiare Flip in prima linea che rischia di essere scoperto lasciano col fiato sospeso. Ron è anche infiltrato nel gruppo dei Black Power, ma stringe un’amicizia molto stretta con la bellissima attivista sosia di Angela Davis, alla quale poi confesserà chi è veramente, chiudendo così la sua missione (e qui, a volere proprio “fare i piedi alle mosche”, la sceneggiatura scricchiola un po’).

Il tutto è abbastanza ironico, come sempre in Spike Lee, ma anche maledettamente serio, coinvolgente. Si/ci concede pure due camei emozionanti: una conferenza di Stokeley Carmichael, l’ex attivista dei Black Panther (poi allontanatosi perché le sue idee, vicine al primo Malcom X, erano troppo separatiste rispetto ai Panther, che accettavano anche i bianchi radicali – le White Panther – alle manifestazioni), tornato col nuovo nome Kwame Ture; e Harry Belafonte (quello vero, mentre Carmichael ovviamente è un attore, essendo morto nel 1996) che, di fronte a una platea commossa e indignata, racconta il linciaggio di un ragazzo nero, frettolosamente processato per lo stupro di una ragazza bianca, che fu trascinato in catene, accoltellato, castrato e bruciato vivo dal Klan.

Può anche darsi che alcuni dei nostri fratelli spettatori di area anarco-comunista storcano il naso per la mano leggera che il regista usa per alcuni aspetti, come l’ambiente della polizia, che sembra esente dal virus del razzismo, benché i colleghi di Ron-Flip siano tutti bianchi. C’è solo uno psicopatico, un caratterista, che poi viene neutralizzato. E Ron è un moderato, crede che, come poliziotto, possa contribuire a cambiare il sistema dall’interno. Potrebbero, insomma, accusare Spike Lee di essere troppo di destra. Che, in fondo, in lui batta un cuore amerikano. Però il film è tratto da una storia vera, le memorie del poliziotto omonimo, che ha vissuto in prima persona questa avventura e così l’ha raccontata. Inoltre si “riscatta” nel finale (un po’ sbrigativo, ma ci sta), dove arriva la mano nera del potere che impugna la mannaia della censura.

In realtà il finale, quello vero, è costituito dagli straordinari filmati degli scontri del 2017 a Charlottesville tra nazisti e antirazzisti, in Virginia, dove un’auto assassina si è lanciata tra la folla degli antirazzisti ferendo numerosi manifestanti e uccidendo una ragazza. Evento al quale, dopo molte ore, sono seguite le fantasmagoriche dichiarazioni di Trump sull’odio reciproco.

Per tutti questi aspetti, per lo stile, l’approccio che non si tira indietro di fronte alla gentilezza senza rinunciare alla sincerità e all’impegno, che non fa sconti, e non esente da autoironia, questo film potrebbe rappresentare una nuova, moderna versione di cinema-arte popolare. E per questo lo salutiamo con rispetto, perché ne abbiamo bisogno in questa fase storica così lugubre e malvagia.

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