di Roberto Gastaldo

Rileggi ancora una volta il testo prima di stamparlo, controllando che ci sia tutto: il nome corretto, la data di oggi, quella dell’ultimo giorno di lavoro, le condizioni concordate per il preavviso. Sembra tutto a posto, lanci la stampa in tre copie e attraversi l’ufficio per raggiungere la stampante. Il tuo diaframma ha una mobilità ridottissima, in compenso il polso sarà quasi a cento. Presi dal vassoio i tre fogli li rileggi ancora una volta, li firmi tutti e tre e poi ti avvii all’ufficio del capo per avere anche la sua firma. Le condizioni sono quelle concordate, non avrebbe alcun senso che cambiasse idea, però il polso accelera ancora di qualche battito.
Tre mesi fa neanche ci pensavi. Non che fossi contento del tuo lavoro o del trattamento che ti riservavano i tuoi superiori ma, insomma, avevi un contratto vecchio, con ancora l’articolo 18, e vecchio lo stai diventando anche tu e quindi più restio al cambiamento e contemporaneamente meno appetibile per le aziende.
E allora aggrappati saldo alla tua ditta e quando arrivano le palate di merda tappa la bocca e gli occhi (il naso non puoi, le mani ti servono per aggrapparti) e trova il modo di respirare e non scivolare. Solo che quando si accorgono che la merda non basta arrivano anche le mazzate e se le prime, più leggere, le hai sopportate, a questo giro non potevi farlo.
«Lunedì sei su un nuovo progetto, a Borgosesia».
Quando il capo te l’ha detto tu, appena chiusa la telefonata, hai controllato sulla mappa dove fosse Borgosesia. Pensavi di ricordarti male invece no, era proprio dove credevi. Un controllo con viamichelin: da casa tua a Torino un’ora e quarantacinque minuti, sola andata, da moltiplicare per due e ripetere per ogni giorno lavorativo dell’anno, sempre che non si trovi traffico o nebbia, cosa che attraversando in inverno le risaie del vercellese richiede una certa fortuna. Un incubo. Quella sera, a casa, avevi aperto linkedin e iniziato a spedire curriculum.
Poi non c’eri andato a Borgosesia. A quelli del progetto non eri piaciuto e allora la prospettiva era diventata Milano, dall’inizio del mese dopo, tempi di viaggio più o meno gli stessi, forse possibilità di usare il treno. Poi l’ipotesi era ancora cambiata: una settimana a Torino una a Padova, per un paio di mesi, più avanti forse Milano, come detto, o forse qualcos’altro ancora, “si vedrà in base alle esigenze”. Esigenze dell’azienda, ovvio, mica pretenderai di averne tu, o tuo figlio che va alla materna e col papà ci vorrebbe giocare. Mentre aspettavi di essere spostato come una stampante (d’altronde non si dice ‘risorse’, anche se si concede ‘umane’?) avevi inserito nelle tue giornate un nuovo appuntamento serale, subito dopo la cena: quello della ricerca di offerte di lavoro. Niente di troppo impegnativo, solo una mezz’oretta al giorno, una bazzecola in confronto ai tempi di viaggio che avevi di fronte.
E comunque alla fine ci sei arrivato, a trovare una via di fuga. Un po’ di corse in giro per la città a fare primi, secondi, terzi colloqui, di persona, in videochiamata, al telefono, mancava solo un colloquio via chat e poi le avevi provate tutte. Situazioni ridicole, però alla fine han funzionato: ora hai un altro impiego e puoi dare le dimissioni. Che poi le dimissioni vere, quelle sul sito dell’INPS, le hai già date, però l’azienda vuole che tu segua una sua procedura, e tu – che devi convincerli a non farti pagare il mancato preavviso – non puoi fare altro che accontentarli. Anche se questo ha significato un prolungato inseguimento dei tuoi capi per costringerli a parlarsi davanti a te, in modo che il loro non volersi prendere la responsabilità di decidere di rifiutarti il ‘condono’ li portasse a un silenzio assenso alla soluzione che avevi proposto.
Ora però, in calce al foglio dove quella soluzione l’hai formalizzata, devi far mettere la firma del responsabile ufficiale ed è per questo che andando verso il suo ufficio hai il polso veloce ed il respiro bloccato, perché anche se sei sicuro che non ti dirà un no in faccia potrebbe optare per un rinvio all’infinito che avrebbe lo stesso risultato.
Speriamo bene.
*
Lo schermo del portatile va a nero e tu lo richiudi e riponi nello zainetto assieme a tutti i suoi accessori. Stasera farà un viaggio breve, deve solo raggiungere l’ufficio del personale dove lo riconsegnerai insieme al badge aziendale, alla tessera dei ticket restaurant e ai biglietti da visita, come hanno voluto rimarcare via mail. Di quelli però ormai hai perso le tracce da anni. Alla fine per il preavviso era andata più liscia di come ti aspettavi: il capo aveva firmato senza storie e dopo aver firmato era ritornato ad essere irreperibile come è quasi sempre.
E stavolta a te andava benissimo che fosse così.
È strano, sarà il cielo plumbeo o il freddo o chissà cosa, ma nell’uscire per l’ultima volta dall’ufficio non senti il sollievo che ti saresti aspettato. No, in realtà detto così non è onesto. Tu sai benissimo che il freddo umido di questi giorni non è la causa del tuo umore, il punto è che sei preoccupato di quello che potrai trovare dall’altra parte, e che comunque non ti aspetti di trovare qualcosa che ti piaccia; nella migliore delle ipotesi sarà poco fastidioso, sopportabile.
Esci sulle scale e scendi all’ufficio personale.
«Devo riconsegnare computer, badge e ticket, sono all’ultimo giorno», dici.
Ti fanno accomodare, compilano un paio di moduli e te li fanno firmare, controllano che ci sia tutto e ti rendono le cuffie, anche se le aveva pagate l’azienda, perché non fanno parte della dotazione standard, tu le rimetti nello zainetto e chiedi se c’è da fare altro.
«A posto così», ti rispondono, e tu attraversi l’ultimo corridoio prima dell’aria aperta, che una volta raggiunta ti da un po’ di sollievo ma non dissolve del tutto l’oppressione che provi.
Domani si inizia dall’altra parte. Vedremo.
*
Ingrani la prima e parti con molta cautela, nevica e a terra se ne sono già accumulati un paio di centimetri, non tanti però abbastanza per rendere scivoloso l’asfalto. Percorsi i primi cento metri dalla via vicino casa ti immetti sul corso e la neve sparisce, sostituita dalla fanghiglia marroncina più usuale per l’inverno torinese. Ovviamente il traffico si trascina con molta fatica, ma ti sei mosso con largo anticipo quindi non hai fretta. Con il tempo necessario avanzi di semaforo in semaforo, superi anche la discesa verso corso Regina senza che la macchina si imbizzarrisca quando sei costretto dalle altre auto a frenare e in venti minuti parcheggi sotto la nuova sede. Rispetto a Borgosesia o Milano non c’è paragone.
Il tempo per un caffè poi sali al primo piano, ti presenti alla reception e chiedi del nominativo che ti hanno mandato ieri via telefono; ancora non è arrivato ma un suo collega (e anche tuo? Un consulente qui sarà visto come un collega o come un nemico?) arriva e ti accompagna nell’ufficio. Per strada ti guardi attorno e vedi spazi stretti, uffici piccoli e scrivanie altrettanto piccole, una situazione un po’ claustrofobica.
Ti siedi, ti presenti, inizi a installare sul portatile quel che ti dicono ti servirà, l’impressione è di una certa confusione, indeterminazione, per chi è al primo giorno di prova presso la ditta che lo paga e al primo giorno di consulenza da un cliente nuovo non è proprio la situazione ideale, ma non puoi far altro che abbozzare. Aspettiamo.
*
Sei arrivato ala fine della giornata senza far nulla di sbagliato ma anche senza capire bene cosa dovrai fare. Adesso stai uscendo, scendi le scale perché le preferisci agli ascensori e ti avvii verso la tua macchina; Burian continua a soffiare freddo anche se la neve ha smesso di cadere da qualche ora, tu stringi le spalle per conservare il calore e ti viene da pensare che è lo stesso gesto che l’istinto suggerisce per proteggere petto e addome dai colpi. Ti senti in difesa, e anche in una posizione scomoda. Di certo c’è un miglioramento rispetto alla situazione in cui ti avevano sprofondato con l’ultima assegnazione, ma stai ancora un po’ peggio di quella precedente, che era un po’ peggio di quella precedente, che era un po’ peggio di quella precedente…
È un processo lungo ma non va all’indietro all’infinito, anzi ha un inizio ben preciso: il venti marzo duemilaquattordici, data di emanazione del Jobs Act. Perché hanno un bel dire che non riguarda chi il lavoro già ce l’ha, ma se il tuo capo sa che il tuo prossimo lavoro potrà essere a tempo indeterminato solo di nome allora sa anche che può stringere molto di più la presa, pretendere più straordinari non pagati, più extra, e se non accetti far pressione fino a che non te ne vai, che articolo 18 o no, se la ditta è abbastanza grande da poter fare a meno di te un modo di farti scappare lo trova.
Per te è stata la distanza, per un altro saranno gli orari o ripetuti dinieghi delle ferie o le umiliazioni. Tutti abbiamo un punto di rottura e una volta che tu te ne sei andato si assume qualcun altro, coi contratti nuovi. Anzi, a pensarci bene magari nemmeno te li si chiede gli extra, ti si fa scappare e basta: alla ditta conviene.
Eppure tra i tuoi colleghi pare che pochi lo capiscano, che anche se i più colpiti sono altri, anche chi ha il cosiddetto posto fisso ci perde.
Sembrano convinti che non li riguardi e si rifiuteranno di fare qualsiasi cosa al riguardo fino a due giorni prima di quando toccherà anche a loro e, scimmiottando il titolo di un vecchio film, dire «goodbye articolo 18».
La rassegnazione è sempre la migliore arma del padrone.
Attraversi la strada, le macchine si muovono ancora lentamente.
È come se gli autisti non si fidassero della strada, come se, pur non vedendo davanti a sé nessun ostacolo evidente, avessero timore di trovarsi improvvisamente una sorpresa sotto le ruote.
La stessa sensazione che provi tu pensando al domani.

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