di Luca Cangianti

Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018, pp. 105, € 11,00.

L’Europa da sogno di pace postbellico si è trasformata in un incubo disciplinare che infesta le vite delle classi subalterne. La fuoriuscita dall’Unione economica e monetaria suscita tuttavia ancora molte obiezioni: alcuni temono il mero ritorno reazionario e xenofobo allo stato nazionale, altri la rinuncia a porre lo scontro con il capitale finanziario sull’adeguato piano globale conseguito negli ultimi decenni. Secondo questi punti di vista, di fronte al deficit di democrazia e agli squilibri dell’Unione europea (assenza di sistemi di welfare comunitari, politica economica e fiscale non omogenea) bisognerebbe spingere innanzi il processo di convergenza fino alla creazione di uno stato federale. Al momento invece assistiamo a una dinamica centrifuga che accentua i divari tra i singoli paesi. D’altra parte è lecito ipotizzare che, dati gli attuali rapporti di forza politici e sociali, qualora si procedesse verso una maggiore integrazione statuale, sarebbero formalizzati assetti regressivi rispetto alle costituzioni nazionali del dopoguerra, con esiti sfavorevoli alle classi subalterne.

In questo panorama La gabbia dell’euro di Domenico Moro sposa una posizione molto netta: le classi popolari per recuperare margine d’azione politica e reagire all’attacco ai redditi e alla qualità della vita devono revocare il trasferimento agli organismi sovranazionali delle funzioni di controllo sul bilancio pubblico e sulla moneta: “L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase capitalistica globale, nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale. Altrove, nei Paesi anglosassoni, il neoliberismo si è attuato senza il ricorso a vincoli esterni. In Europa continentale, soprattutto in Italia, Spagna e Francia, a causa dei particolari rapporti di forza economici e politici esistenti tra le classi sociali, si è reso necessario far ricorso alla leva del vincolo esterno europeo. Questa leva ha consentito di bypassare parlamenti e sistemi elettorali che, esprimendo interessi variegati, non consentivano la tanto auspicata governabilità”.
Secondo l’autore un programma che ponga all’ordine del giorno tale indicazione non deve temere di esser tacciato di nazionalismo o di aderenze a pulsioni reazionarie: l’internazionalismo è il riconoscimento degli interessi delle classi subalterne a prescindere delle differenze nazionali, mentre il cosmopolitismo – che secondo Moro è l’ideologia dell’Unione europea e delle élite finanziarie – è il suo rovesciamento in chiave individualistica. Il capitalismo contemporaneo sviluppa infatti la sua logica accumulativa mediante investimenti all’estero, sia di portafoglio che diretti, per realizzare economie di scala e sfruttare la manodopera a basso costo dei paesi periferici. Le imprese dominanti ormai sono quelle transnazionali, l’imperialismo è deterritorializzato e il debito pubblico, da sostegno al consumo, si è trasformato in una barriera allo sviluppo del capitale finanziario: “La continua pressione a contenere i debiti sovrani (con la conseguente contrazione del welfare e degli investimenti pubblici) e la riforma bancaria sono funzionali a drenare risparmio dal finanziamento del debito pubblico alle imprese, mediante la crescita del mercato dei capitali e della borsa. Così facendo, però, l’euro e le politiche di austerity hanno accentuato la contrazione della crescita complessiva dell’area euro e aumentato la divergenza tra gli Stati europei.”
Moro ammette che concetto di nazione sia “potenzialmente ambiguo” e vada “maneggiato con cura”, tuttavia l’immaginario politico che propone non è quello naturalistico della comunità basata sulla terra e il sangue, ma quella di coloro che subiscono il dominio delle élite transnazionali. Queste, rescisso il legame con i rispettivi territori e nazioni, rendono possibile che il concetto di popolo possa esser utilmente impiegato dalle classi subalterne. L’autore ha in mente l’esempio dei movimenti bolivariani in Sudamerica che in Italia potrebbe esser declinato come “patriottismo costituzionale”, cioè come comunità volontaristicamente costituita sul rilancio dei valori della Costituzione. Meno calzante è il parallelo con i riferimenti nazionali e risorgimentali utilizzati dalle formazioni partigiane collegate al Pci. In quel caso, infatti, ci fu un effettivo regresso dall’internazionalismo comunista delle origini alla linea togliattiana e staliniana di collaborazione nazionale con i monarchici e i partiti borghesi.

In astratto non è possibile affermare che per le classi subalterne sia preferibile una forma statuale o parastatuale con i confini dell’Europa, di una parte di essa o dei singoli stati nazionali. Alla domanda se sia preferibile uscire o meno dall’Unione economica e monetaria non bisognerebbe rispondere con un “sì” o con un “no”, ma con un “dipende”. La questione infatti più che economica è politica e cioè: a quale livello è ipotizzabile che si presentino conflitti tali da prefigurare una rottura con l’ordine dominante? La situazione più auspicabile sarebbe sicuramente un ciclo di lotte sincronizzato su tutto il territorio europeo. Ma si tratta di uno scenario probabile a fronte delle politiche europee che aumentano i divari tra i vari paesi membri? È più facile immaginare che situazioni di rottura si diano a livello nazionale o al limite di specifiche regioni dell’Unione. Di conseguenza è bene porre per tempo e con la dovuta chiarezza un’ipotesi di fuoriuscita dall’euro, altrimenti si rischia di replicare la tragica esperienza greca.
Alla luce di questi ragionamenti il saggio di Domenico Moro ha una grande utilità politica. Le sue pagine, scritte con linguaggio accessibile a tutti spiegano come l’Unione europea sia un formidabile dispositivo di dominio da smontare affinché il massacro sociale sia fermato e le classi subalterne possano rafforzare la propria soggettività politica. Tale ipotetica rottura tuttavia non sarà un mero ritorno alla dialettica novecentesca, quando nello stato nazionale il livello politico e quello economico erano sostanzialmente coincidenti. Oggi questi due universi sono disallineati dalla stessa dinamica dello sviluppo capitalistico e spetta alla soggettività antagonista capire come sincronizzare i due aspetti – un compito titanico, forse non attuabile nell’immediato, ma teoricamente ineludibile per immaginare un futuro dal volto umano.

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