di Danilo Arona

Spesso i miei saggi più significativi si autoproducono durante le interviste che generosi amici affezionati al mio lavoro di ricerca – sparso qua e là, in rete o in cartaceo, su Carmilla e altrove – ritengono di chiedermi. E la presunta bontà delle risposte dipende quasi sempre dall’intelligenza delle domande. Oggi quindi vi propongo il sunto, ridotto a saggio autonomo con l’elisione delle domande, di un’intervista fattami da Vincent Spasaro nel 2014, dove circolano un paio di considerazioni che, con il senno del poi, mi fanno un po’ tremare i polsi. Ma che siano pure i posteri a giudicare…

Citando uno dei miei inconsapevoli maestri, Quirino Principe, eccelso musicologo ed esoterista solitario, qui confesso che l’avere costanti rapporti con il Mistero (quello autentico e per questo passatemi la maiuscola) mi procura un esaltante piacere paragonabile soltanto a quello sessuale. Ciò affermato con il minimo sindacale di autoironia, temo di essere un uomo agnostico che vive uno stato di perenne contraddittorietà perché, pur non credendo nell’aldilà cattolico, credo nei fantasmi, non per convinzione, ma per averli “visti” e “sentiti” all’opera in parecchie circostanze in una certa mia fase di vita, anni ’90 soprattutto, dedicata al giornalismo investigativo sul paranormale e sulle storie “di confine”. Case infestate, streghe moderne, storie misteriose di provincia, soprattutto provenienti dal mio Piemonte più oscuro e sconosciuto.

Di questa attività di giornalismo investigativo, su cui ho tenuto una rubrica settimanale sul giornale di Alessandria “Il Piccolo”, si occuparono parecchi fogli di informazione, da “L’Espresso” a “Sette” del Corriere, da “Repubblica” alla RAI che una volta in seguito a un mio articolo sulle sette di Acqui Terme spedì Alda D’Eusanio con la troupe de “La vita in diretta” nella cittadina termale. Lì mi si definiva sempre, saccheggiando Bonelli e Sclavi, “indagatore dell’incubo del Monferrato” o “Dylan Dog delle Langhe”, senza ovviamente la mia approvazione peraltro mai richiesta (e ci mancherebbe…). Non è che mi ci ritrovi, ma le cose sono andate così. Insomma se lo potevi definire un lavoro, per i miei gusti era un lavoro divertente. Questo mio approccio al mistero è senza dubbio iniziato all’inizio degli anni ’80, quando, divenuto giornalista pubblicista e comunque già vecchio per pensare a un percorso professionale normale, ho deciso di ritagliarmi uno spazio di specializzazione in territori poco battuti dai colleghi sui quali mi sentivo ferrato per tutto quanto avevo letto e sperimentato in precedenza, per il mio percorso di studi (mi sono laureato in filosofia a Genova nel ’74) e per un humus cinematografico “misterioso” che mi accompagna, com’è noto a qualcuno, sin dalla prima adolescenza.

La ricerca sul campo mi ha poi insegnato a impostare e a gestire una narrativa ai confini del fantastico proprio di taglio giornalistico, una tecnica in grado di offrire verosimiglianza alle storie più strampalate e che si ritrova ben applicata, credo, in libri come Black Magic Woman, Cronache di Bassavilla e Santanta, dove i protagonisti Io narranti sono esattamente indagatori dell’incubo, atei e non credenti (mie personali proiezioni) alle prese con demoni ed eteriche creature di dimensioni parallele. Quel periodo di giornalismo investigativo è finito per un insieme di ragioni che fanno parte anche della mia vita e che qui non avrebbe senso riportare. Però le storie più incredibili continuano a farmi visita e a surrogare, in modo quasi esclusivo, il mio immaginario… che nel frattempo si è evoluto, o involuto (ai lettori l’ardua sentenza), in una narrativa diversa, più apocalittica, planetaria e meno provinciale.

A questo cambiamento non so dare una vera spiegazione. Avverto soltanto la sensazione che i “piccoli” fantasmi di provincia si sono uniti con tutti gli altri del pianeta per dar vita a un’entità cosmica, maligna, che non ci vuole affatto bene e che tutti i giorni – basta leggere i giornali – offre a chi sa vedere e leggere tra le righe della cronaca la ragione della sua esistenza. Credo di averne già scritto, senza la consapevolezza di oggi, anni fa, nel 2006, in Cronache di Bassavilla, laddove una protagonista che si chiama Lucia, per spiegare i molti misteri del libro, lancia – a pagina196 – l’ipotesi del SuperSpettro. In questo modo: Temo che non esistano i fantasmi. Magari ne esiste uno solo. Lo nutriamo noi con le nostre paure e le nostre speranze. E possiede, perciò, milioni di facce e di forme. Tutti i mostri e tutti i terrori del mondo. Un’unica, immensa entità, grande come la Terra… perché, forse, è la Terra stessa».

Come di sicuro annoterebbe Quirino Principe, questa è un’immagine che può far sorridere. Ma io non ci giurerei. E non sorrido affatto. Quel che sta accadendo – con la Terra, in rivolta letterale contro di noi – mi pare possa interpretarsi come prova a favore di una tesi all’apparenza bislacca. Ma non voglio perdermi in fumose elucubrazioni fra il mistico e il metafisico, visto poi che mi sono dato poco fa dell’agnostico. Tentando di completare la risposta, non so affatto dove mi porterà questa “passione”. Posso dire che di sicuro continuerò a indagare con gli strumenti della fiction supportati dall’approccio giornalistico che non ho mai abbandonato. Invitando quindi chi mi segue a leggere i miei lavori non soltanto come parti (dal verbo “partorire”) di una fantasia più o meno bacata, ma come frammenti di verità sconosciute che non possono che essere trasmesse al pubblico per via romanzata. E non è il caso di sottolineare che in parte ci credo.

Ci starebbe bene a questo punto un aneddoto di un certo spessore.  Forse l’ho già menzionato in  passato, ma val la pena di raccontare la parte più rabbrividente del mio primo incontro con Quirino Principe. Alla domanda su quale fosse stata la sua esperienza demoniaca più “pesante”, questa fu la risposta:

Una persona che conosco bene e di cui non posso fornire generalità mi confidò di avere avuto contatti con un padre gesuita, Cipriano Casella, che lo avviò a una conoscenza di assoluta profondità delle cose occulte. Quest’uomo si dedicò per almeno vent’anni allo studio e alla decifrazione di testi fondamentali e originali, quali la Clavicula Salomonis. Io lo seguii per un po’ aggiungendo alle letture comuni un testo prediletto e terrificante, Turba Philosophorum. Al principio degli anni ’70, per motivi diversi, ci trasferimmo entrambi a Milano dove scoprimmo, nella biblioteca Trivulziana, altri testi ancora più occulti, la trascrizione di uno dei quali può dare, secondo tradizione, possibilità di diretto approccio alle entità infernali. Tale trascrizione è infatti “condicio sine qua non” perché possa stringersi un patto di vario grado, anche revocabile. Quando il mio conoscente decise di adire a un simile contratto, ci perdemmo di vista per circostanze indifferenti, ma so per certo tuttavia che egli, accedendo a un ulteriore passaggio rituale, si fabbricò una “imago” di creta secondo le prescrizioni di un libro-guida e che la notte fra il 31 ottobre e il primo di novembre del 1971, dinanzi alla suddetta “imago”, professò soggezione al demone Metatron e adorazione di lui. All’alba la mensola su cui era posata l’imago era cosparsa abbondantemente di sangue, uscita dall’ascella sinistra della statuetta, il che significava accettazione del patto da parte dell’entità. In cambio egli ottenne per dieci anni doti di memoria e di potenza intellettuale del tutto prodigiose e inspiegabili con criteri naturali. Posso ancora dire che, a una verifica effettuata subito dopo, il sangue si rivelò identico nella composizione e nel gruppo a quello della persona che aveva stretto il patto.

Quando Quirino mi raccontava queste cose correva l’anno 1994 e allora come oggi non è che mi bevessi proprio tutto. Perciò, percependo il mio scetticismo, Quirino si alzò e uscì dalla stanza per tornarne poco dopo con in mano un oggetto avvolto in un panno scarlatto che depose con delicatezza su un tavolino vicino. Lo svolse lentamente e apparve una statuetta di circa 15 cm, dipinta a colori divenuti sbiaditi. Raffigurava un piccolo demone, con le corna, il viso ossuto, le mani adunche e unghiute. Con sul petto un quadrato dipinto, sulla tempera ocra, con una vernice bruna. E Quirino mi disse: Osserva questa striscia, questa macchia sotto l’ascella. Ti posso assicurare che è assolutamente indelebile. Ma adesso non chiedermi come mai sono in possesso di questa statuetta.

Bene, forse potrebbe bastare questo colpo di teatro per dare senso all’aneddoto, però manca un tassello. Ho ritrovato Quirino tre anni dopo, al terzo convegno sulla stregoneria di Triora, nell’ottobre del ’97, ambedue relatori. Ci siamo salutati con affabilità e lui, prima di salire sul palco a esporre la sua relazione “In armonia con Satana” (questo era il titolo…) mi ha confidato in un soffio: Mio buon amico, l’ascella è tornata a sanguinare. I patti estinti si stanno rinnovando in automatico e stanno giungendo per noi, noi occidentali, tempi orribili. Cadranno torri che si pensano incrollabili e scorrerà il sangue dalla terra e sulla terra. Riguardati e misura sempre le parole quando scrivi. Si è alzato, ha raggiunto il podio e ha poi scandalizzato, da par suo, il pubblico. Concludendo con questa frase: L’universo è Satana. Noi camminiamo sulla pelle di Satana, sulle sue ali di pipistrello. Satana è questo pavimento, questa tavola, questo pubblico che mi ascolta paziente. È l’unica realtà esistente perché l’altra è perduta, divenuta mitica. Noi dobbiamo servire questa realtà ed essere molto cauti nel parlare dell’altra. Sguardi sconcertati e qualche fischio di dissenso però, ripensandoci con il senno del poi, mancavano quattro anni al crollo delle Torri Gemelle e quelle parole, trasmesse a me in via puramente privata, risuonano dopo l’11 settembre del 2001 di tanto in tanto nella mia mente. Così come torna la fase cupamente profetica “scorrerà il sangue sulla terra” a ogni strage di massa ormai troppo ricorrente.

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