di Diego Leandro Genna

La notizia aveva fatto il giro del mondo. Nella sala conferenze, gremita più che mai, l’incontro era già cominciato: le telecamere puntate, i registratori accesi, i microfoni e ogni genere di dispositivo rivolto a documentare la reazione del governo a quell’evento da tutti definito “sensazionale”.
Mi guardavo intorno. Una perturbazione emotiva aleggiava nella sala, un’agitazione sommessa, insita negli sguardi, nei gesti, nei corpi, difficile da contenere. E questa nube d’inquietudine era attraversata da scariche di sgomento, percettibili dalle smorfie improvvise nei volti degli ascoltatori.

Il Segretario di Stato aveva appena terminato il suo discorso. Lo aveva imbandito di allusioni e doppi sensi di basso profilo retorico, utilizzando espressioni come “far emergere la questione”, “correnti contrarie” e “deriva degli eventi”. Tuttavia nel suo discorso c’era qualcosa che andava oltre la neutralità. Era come se, senza osare, avesse spianato la strada per l’intervento a seguire. Il momento più atteso. Il discorso del Presidente.
Fece ingresso dalla solita porta laterale. Scortato. Il passo deciso. Abito scuro con cravatta blu. Aria seria ma non preoccupata. Non salutò nessuno. Il silenzio assoluto calò nella sala. Tutti gli occhi erano puntati su di lui. Debuttò con toni epici: “La Storia ci pone di fronte a una grande responsabilità. Oggi è un giorno importante per il nostro paese e per il mondo intero, un’enorme possibilità di sviluppo e nello stesso tempo una grande sfida”. Si aggiustò la cravatta e riprese il discorso. “Non possiamo far finta di niente, non più: dobbiamo affrontare il peso delle scelte che negli anni hanno portato all’affiorare di una simile realtà”. Nemmeno lui lesinava doppi sensi. Tuttavia i suoi toni erano diversi, si era capito dalla prima frase. Erano più aggressivi, e c’era un fervore nei suoi occhi, un’inflessione paternalistica e trionfante nella voce che suscitava untuoso sconcerto tra i giornalisti. Dove voleva arrivare?
Di certo io, semplice addetto alla sicurezza, non immaginavo quale sarebbe stata la politica del nostro governo. Ascoltavo stando immobile come una statua, con la schiena contro la parete, scrutando la sala dietro i mei occhiali scuri. Osservavo le facce dei giornalisti arrivati da tutto il mondo e ascoltavo.
“In altre occasioni sarebbe stato considerato un disastro, una calamità alla quale far fronte con ogni mezzo. Adesso non è più così. Questo modo di vedere le cose va radicalmente cambiato, fa parte del passato, del vecchio mondo, e oggi siamo entrati in una nuova era. È arrivato il momento di spostare i nostri limiti, geografici e mentali, e di farlo con consapevolezza. Per tutti noi è una meravigliosa possibilità di crescita. E non mi riferisco soltanto alle opportunità di sviluppo che si presentano per risollevare le sorti del paese e rilanciare l’economia, ma parlo di ciascuno di noi, affinché si possa spostare la frontiera della propria sensibilità oltre la cortina di indifferenza e di moralismo stagnante nella società. Si è presentata un’occasione per rimuovere i nostri preconcetti, per aprirci a un modo nuovo di vedere le cose, una rivoluzione nel pensiero, nell’agire, nell’essenza dell’umanità. Una nuova frontiera. Una frontiera che per noi è anche qualcosa di materiale, di fisico, che sta là fuori ed è pronta a offrirci nuovi spazi da colonizzare con le migliori iniziative, per il bene di tutti. Gli esperti stanno già pianificando una serie di programmi per valorizzare il territorio che si è annesso al nostro, un’area che dai primi rilevamenti aerei risulterebbe quasi uguale, come superfice, a quella di cui già disponiamo. Questo significa molte cose per ciò che riguarda la crescita della nostra società, in termini demografici, sociali ed economici. Basti pensare ai possibili investimenti che saremo in grado di attrarre da tutto il mondo in questo nostro nuovo territorio. Territorio, e con questo concludo, che non appena il Consiglio presenterà alle Camere il progetto di annessione, sarà parte integrante della nostra nazione a tutti gli effetti!”.
Ma che cavolo sta dicendo, mi chiedevo, e forse se lo stavano chiedendo in tanti dentro quella sala. La gamma di espressioni nei volti dei presenti andava dal disgusto all’ammirazione, passando per bocche spalancate, occhi sbigottiti e sguardi confusi. Era troppo presto per comprendere gli sviluppi di quell’evento storico. Era difficile immaginare lo spostamento dei nostri confini, porsi delle nuove frontiere. Il Presidente concesse una sola domanda, alle altre avrebbe risposto il Segretario di Stato.
La domanda gli fu fatta da un’affascinate giornalista in tailleur:
“Che ne sarà delle altre isole di spazzatura che vagano per gli oceani, ci sarà una corsa alla conquista, una seconda ondata di colonialismo nella storia?”. L’accento era straniero, la provocazione chiara e diretta.
Il tono del Presidente divenne sprezzante. “Quello che voi chiamate isola orientale di immondizia, il Pacific Trash Vortex, o come qualcuno lo ha definito, metastasi della società dei consumi, farà parte del nostro Stato, è sotto la nostra giurisdizione, per evidente e inoppugnabile continuità territoriale, che le piaccia o no. In ogni caso, per rispondere alla sua domanda, non penso che gli Stati siano disposti a farsi la guerra per accaparrarsi le altre isole che si trovano negli Oceani, ma se dovessero toccare le loro coste, com’è avvenuto fortunatamente a noi, in quel caso, credo che non disdegnerebbero la possibilità di un’espansione territoriale”.

Lo ricordo ancora come fosse ieri. Tutto il resto è storia.

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