di Franco Pezzini

Sarebbe certo una provocazione, una forzatura retorica sostenere che il cosiddetto ciclo di Cthulhu rappresenti per Lovecraft una sorta di personale Moby Dick. Ma in chiave di pura macchina per pensare, e ferme restando le ovvie differenze (a partire da quelle formali tra una singola opera-mondo e un corpus di testi diversi cresciuto nel tempo senza progetto unitario), alcuni elementi comuni giustificano il ragionarne: l’appartenenza dei due autori a un medesimo orizzonte americano; la febbrile visionarietà che si è tentati di raccordare anche per Melville a una categoria del Fantastico; un certo vertiginoso immaginario sul mare, inteso in senso fisico ma anche simbolico e mitico; la suggestione di aggregare alla parabola un coacervo di riflessioni sul mondo, l’uomo e la vita; la stessa dialettica con la Bibbia che trasuda dalle pagine melvilliane, ma lascia nel materialista e insieme tradizionalista Lovecraft una sorta di immensa, sghemba ombra. Non certo nel segno delle forzate interpretazioni cristianeggianti che pure hanno nutrito “continuazioni” di epigoni poco filologici (assurdo immaginare di esorcizzare i Grandi Antichi lovecraftiani, o concepirli come malvagi quando sono semplicemente, inconcepibilmente “altri”); ma in riferimento piuttosto al greve mondo religioso delle sue radici familiari e culturali – il New England di Cotton Mather – e a categorie mitiche e linguistiche di tutta un’incombente escatologia profana. Quell’abisso che sta sotto, ai limiti della realtà, richiama all’altro limite, apocalittico: e sarebbe intrigante (anche se probabilmente qualcuno vi ha già posto mano, chissà) un’analisi filologica ad ampio raggio nell’opera di Lovecraft, tanto ricca di parole sulla fine, per ricercare proprio gli echi di un’apocalittica puritana metamorfizzata, o addirittura invertita. “…e il mare non c’era più”, suona del resto l’Apocalisse (21, 1).

Dell’abbinamento all’autore di Moby Dick, Lovecraft ridacchierebbe. D’altra parte, che i suoi leviatani cosmici abbiano qualcosa a che vedere con quello di Melville non pare strano, anche solo per la coscienza in Lovecraft di tutta una grande letteratura americana (citare le sue letture di Hawthorne e Poe è persino banale). E se può essere intrigante leggere in parallelo certe scene di caccia alle balene (prore puntate, urti con i giganti subacquei, grandi corpi smembrati) e quella culminante della terza parte di The Call of Cthulhu, 1928, con la nave che travolge l’immenso capo dell’Antico Abominio facendolo esplodere prima che prenda a riformarsi – una disperata tattica di fuga che parla il linguaggio improbabilmente pragmatico del mito –, il richiamo sembra solo indiretto. A qualcosa che minaccerebbe a livello individuale e comunitario, emergendo dall’abisso: e un senso di minaccia incalza per tutta la vita l’uomo Lovecraft, improbabile capitano Achab a caccia di mostri nel mare di un’America piagata. Quel qualcosa che erompe agglutinando tutte le paure della sua privatissima vita – anche quelle da lui peggio gestite, magari all’insegna di uno sguaiato razzismo – e le paure dell’uomo moderno, in un mix indicibile e tentacolato come un immenso cancro. Ha davvero poco senso pensare di spiegare – oggi, e sulla base delle scarne notizie pervenute – il tumore che lo ucciderà attraverso il richiamo a singole cause come la malnutrizione o una presunta perdita di creatività: ma certo HPL ha una vita logorata un po’ su tutti i fronti, e quello Cthulhu è gonfio delle paure del Novecento, dalle più comprensibili alle più sordide.

Paul Roland, classe 1959, è noto come cantautore del rock-folk psichedelico inglese, e per i suoi testi ha saccheggiato spesso il mondo dell’orrore e del fantastico letterari (cfr. per esempio qui). Però si è misurato in più occasioni anche con la scrittura, e ora è disponibile in Italia per Tsunami edizioni un suo godibile Il sogno e l’incubo. Vita e opere di H.P. Lovecraft (pp. 221, euro 19, Milano 2017). Un volume in realtà fluidamente divulgativo – le frequentazioni neopsichedeliche, gotiche e comunque alternative dell’autore non lasciano al testo alcuna aura di maledettismo –, senza pretese di scrittura letteraria ma con la ricchezza della buona divulgazione. Su singole affermazioni può sussistere spazio per discutere (“Prima di Lovecraft non esisteva un genere horror in quanto tale”, oppure certi giudizi di grana un po’ grossa sui predecessori del Nostro), ma il tenore generale è buono, e il testo merita la lettura. Anche per un motivo niente affatto banale: il suo schema sobrio e classicissimo, un racconto della vita ritmato dai cenni sulle opere che con quel quotidiano s’interfacciano, rimarca anche per il lettore più distratto la dimensione di uno sviluppo/evoluzione nel tempo. Di HPL si parla moltissimo, anche in Italia (penso all’occasione quest’anno dell’ottantennio dalla morte), con iniziative anche di buon livello: ma non sempre si ricorda che il cosiddetto sistema-Lovecraft non è frutto della pianificazione – neppure progressiva – di un pantheon o pandemonium, ma si sviluppa a strappi liberissimi con variazioni anche sghembe negli anni. Considerando l’incredibile intensità del suo ritmo di scrittura e, a monte, la sua continua immersione in un mondo visionario, la dimensione dinamica della sua opera richiede attenzione.

Ciò che d’altra parte si può ripetere per un altro fronte, il suo pensiero politico. La sua lottizzazione quale feticcio di una “rivoluzione conservatrice” o tout court fascista – come continua a essere ammannito – risulta almeno problematica. Anzitutto per il pasticciato trascolorare di un suo itinerario, che vede incalzarsi e sovrapporsi simpatie per l’aristocrazia inglese e per il razzismo hitleriano (conosciuto al filtro della stampa americana del tempo, muore nel 1937 prima di sviluppi che qualche ulteriore ripensamento gliel’avrebbero offerto – mentre non paiono turbare certi suoi fan), ma poi anche per la critica marxista dell’economia e per il collettivismo, per Roosevelt e, nell’ultimo anno di vita, per la socialdemocrazia: un’evoluzione – ma il termine è improprio – che, pur mostrando qui e là onesti tentativi di sintesi, tradisce nervi scoperti e insicurezze individuali, inquietudini culturali e scelte estetizzanti, crisi profonde d’identità e confusioni goffe. Nelle sue pagine troviamo i brontolii su un paese minacciato dagli immigrati (dove l’abbiamo già sentita?) e da un meticciato in qualche rapporto con le raccapriccianti ibridazioni dei racconti orrifici; troviamo un passato favoleggiato, un XVIII secolo dal sapore di alienazione, e un ripudio della modernità borghese che spinge a fascinazioni almeno un po’ contraddittorie; troviamo il terrore di una perdita dell’io, pronta a divorarlo come i genitori in qualche punto del Caos Estremo (così rischia di accadere a Randolph Carter nel Kadath) o piuttosto in una clinica per malattie psichiatriche. In quest’ottica non è scorretto definire – alla grossa – di destra le sue idee, ma il termine va inteso in senso dialettico (penso alle ricerche di Massimo Spiga sul Lovecraft anticapitalista) e comunque con la coscienza di contenuti diversi nel tempo; e sarebbe interessante proporre in Italia il suo immenso epistolario, spesso sforbiciato nelle traduzioni sulla base di scelte ideologiche. Tra contraddizioni e intuizioni, brutture e ricchezze, e nonostante le fughe ideali nel passato, Lovecraft resta esponente di una certa cultura del Novecento e delle relative paure, impennate, ripugnanze: un prodotto della modernità, che pretendere di “uniformare” in feticcio significa tradire. Ovviamente la sua grandezza non sta lì, e la strumentalizzazione ideologica di un autore che non aveva la politica tra i propri interessi di fondo è operazione che si qualifica da sola.

Del resto la riduzione ideologica è solo una delle maschere del fraintendimento; l’altra è la riduzione para-psichiatrica, a caso clinico. Un pericolo con cui rischia di flirtare qualunque biografia di Lovecraft, e che Roland affronta invece con un certo garbo: perché se è vero che alcune oggettive cause di disturbo – in senso genericissimo, psicologico e relazionale – hanno influito sulla sua opera, quel nesso non è riducibile a psicologismi da rotocalco. Snobbato per decenni dalla critica alta, HPL ha rappresentato terreno di caccia per sensazionalismi di ogni risma; i suoi racconti sono stati furiosamente sezionati da critici prevenuti, spesso per malanimo verso la letteratura “popolare”; confuso coi suoi estasiati imitatori, gli sono stati imputate le prove un po’ goffe di Derleth e di tutto un sottomondo di lovecraftiani di maniera. Un esempio divertente (e irritante) di come si sia lavorato su Lovecraft emerge dalla disamina riservatagli da David Punter nella sua Storia della letteratura del terrore per tanti versi eccellente – consulto l’edizione 1997: dopo una serie di giudizi superficiali e trancianti, compresa la solita insalata con Derleth, Punter afferma che nei testi lovecraftiani il nome di Irem, una leggendaria città orientale, costituirebbe la malcelata (“nulla potrebbe essere più chiaro”) abbreviazione di I remember – “a testimonianza dell’impossibilità di sbloccare il sentiero che riconduce al passato o di ridurre in tal modo l’ostilità di questo passato”. Peccato che “Irem delle colonne” sia, più semplicemente, un toponimo importante di quel folklore arabo che Lovecraft saccheggia sulla scia di William Beckford: e se l’assonanza Irem / I remember può tradire solo eventualissimamente connessioni inconsce, non va dimenticato che i suoi testi sono assai meno ingenui di quanto l’originario sbocco editoriale richiedesse, anche nella spendita di citazioni erudite e magari ironiche. A maggior ragione nell’età di internet l’entusiasmo lovecraftiano della critica fai-da-te, in sé preziosissima (resta valida l’apologia dei dilettanti che celebrava Schopenhauer), non può però evitare il confronto con altre categorie di analisi, pena il richiudersi nello stanco già detto o nella logica dell’equivoco.

Lovecraft, insomma, non è un banale caso clinico e non è un maestro di ideologia ma di scrittura: quei toni popolari che per primo biasima, ma che gli vengono richiesti dagli editori, svelano caratteristiche assai più sofisticate di quanto per anni si sia sostenuto e un’autentica potenza visionaria. Certo, torniamo al problema dell’Italietta e ai guasti dei traduttori: per fortuna l’ormai storica edizione di Giuseppe Lippi per Mondadori ha permesso di rendere giustizia al tessuto di testi che corrono però ancora qui e là in versioni inaffidabili. Ma tutto ciò va affrontato e studiato – e lui sarebbe d’accordo, perché a questo teneva – coi modi della letteratura: questa sì liberante, a illuminare dimensioni e categorie che hanno valore ben oltre i limiti denunciati (sottoscrivo in toto queste riflessioni). HPL non si esaurisce, per nostra fortuna, nel suo razzismo o nelle posizioni a tratti fascistoidi.

Diciamo che anche sulla sua opera occorrerebbe con urgenza in Italia un’operazione di ampio respiro, armata per lettori accademici ma insieme di agevole accostamento per il grande pubblico, come quella ottimamente condotta su Tolkien in Difendere la terra di mezzo di Wu Ming 4. Un’operazione cioè che sviscerasse le grandezze del narratore Lovecraft, il suo posto nella storia della letteratura (che oggi trova riconoscimento, almeno in America) e lo specifico del suo apporto; che mantellasse la farragine di letture falsanti offertene per puerile (“se lo scrittore XY mi piace, deve avere le mie idee”) o faziosa manipolazione; che facesse un punto non solo sul profilo dell’autore, in limiti e grandezza, ma anche sui miti che lo riguardano. Compreso quello goffamente italico di Fascisti su Yuggoth. Che poi i lettori possano talora preferire le favolette da strapaese, come in certi eventi tolkieniani dove a tutt’oggi lo spazio è offerto ai sostenitori della TTTradizione e degli hobbit evoliani, ciò appartiene purtroppo alla realtà che conosciamo.

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