di Danilo Arona

Alien di Ridley Scott uscì in Italia a fine ottobre del 1979. Pochi giorni dopo nelle edicole dello stivale usciva la rivista di Armenia Aliens che a suo modo intendeva capitalizzare sul presumibile successo del film. La redazione era un bel remake dei sette samurai: Curtoni, Lippi, Pagan, Nicolazzini, Caimmi, Alessandri e io che mi occupavo di cinema. Quando andai a vedere il film (che visionai due volte piuttosto entusiasta) ne scrissi ovviamente per la rubrica da me curata su Aliens che si chiamava Fantascope. La recensione, con la massima velocità consentita dai tempi per un mensile, uscì l’anno successivo sul n° 4 nel mese di febbraio, con un bel supporto grafico da me fornito e proveniente dal Necronomicon di Giger.

Reduce qualche giorno fa dalla visione di Alien Covenant mi sono messo alla ricerca di quel numero di Aliens per leggere che scrivevo nel 1979. Lo ricordavo proprio vagamente, ma ero certo che il mio commento sarebbe stato una buona base di partenza per un giudizio contemporaneo. Non vi stupisca se uso il termine “ricerca”. Possiedo la biblioteca ideale del fanatico fantahorrorista, ma sono disordinato, nevrotico e per nulla archivista. Insomma, ci ho messo del mio ma la fortuna in questo caso mi ha assistito. Premesso allora che, quando leggi all’età di 67 anni quel che scrivevi a 29 un po’ ti senti sprofondare (vergogna, tenerezza, senso dell’indecenza…), ci sarebbe un generoso frammento che vorrei riportare qui, oggi, anno di grazia 2017:

«… di sesso neanche a parlarne. Ma tutto sommato l’assenza insospettisce. E basta un rapido colpo d’occhio alle scenografie e alla stessa figura del mostro per capire che tale assenza ha una sua cospicua controparte. Come Scott ha detto più volte, le opere di H.R. Giger – autore del disegno di Alien, del paesaggio del pianeta, dell’interno dell’astronave aliena e dell’uovo – sono al tempo stesso eleganti e oscene e il risultato è una strana sensualità. Giger ha dichiarato che Alien è la risultante di suoi precedenti lavori, in modo particolare le illustrazioni per il Necronomicon lovecraftiano, all’interno del quale si può constatare che il mostro era già stato creato nel ’76, ma si può soprattutto verificare che cosa intende Scott quando usa il termine “osceno”: nei mostri di Giger gli attributi sessuali sono talmente evidenti ed evidenziati che è impossibile pensare alla casualità. Rambaldi, nel costruire la testa del mostro, ne ha conservato integralmente la forma fallica, mentre per motivi squisitamente tecnici ha sostituito con la micidiale lingua dentata l’ulteriore pene in erezione che fuoriusciva dalla graziosa bocca della creatura. Nella stessa astronave aliena ci sono evidenze sessuali per non dire della forma dell’ingresso al suo interno, opportunamente ambigua: la sommità dell’uovo non lascia comunque dubbi, dal momento che sia prima che dopo la sua apertura la forma è senza equivoci quella di una vagina.»

Sul seguito si può soprassedere, ma, se si può affermare che riletto oggi il tutto suona come la scoperta dell’acqua calda, nel ’79 la faccenda non era così scontata. Trentotto anni dopo Giorgio Longhi sul sito Vulcanostatale.it così scrive:

«Una particolarità dello Xenomorfo risiede nella profonda connessione tra sesso ed orrore, che caratterizza il ciclo vitale di questa creatura malefica… Ogni aspetto del ciclo vitale del mostro può richiamare in qualche maniera la sessualità, a cominciare dal modo in cui viene iniettato l’embrione in corpo. Inserito tramite una specie di tubo vagamente fallico, questa fase di inoculazione richiama molto esplicitamente la fellatio e rende la donna una mera incubatrice del feto alieno (il facehugger deposita un embrione detto Chestburster nella gola dell’ospite che, dopo un breve periodo, emerge violentemente dal torace dell’ospite. Vista in questo modo sembra un circolo di una gravidanza dell’orrore. Questo aspetto della gravidanza che evoca terrore è un topos che ricorre in vari film ispirati alla saga di Alien. Proprio recentemente il film Alien: Prometheus, di cui è regista lo stesso Ridley Scott, rende palese quest’aspetto della gestazione di un mostro extraterrestre con il personaggio di Elizabeth Shaw che, dopo un rapporto sessuale con il suo partner, infettato da un agente alieno aggressivo, diventerà a sua insaputa un recipiente passivo di una creatura. Dopo una serie di strane contrazioni, la donna scoprirà con sgomento di portare in grembo un feto misterioso che si sta agitando più del dovuto. Presa dal panico, Elizabeth si precipita in infermeria per rimuovere l’embrione e riuscirà ad estrarlo solo dopo un’angosciante scena dove la protagonista si fa tagliare, dilatare e ricucire il ventre da una “cabina chirurgica”. Il fatto che sullo schermo sia mostrata una donna incinta che abortisce supporta un’interpretazione dello Xenomorfo come creatura sessuale.»

Bene, benissimo Longhi. Nel ’79 avevo quindi ragione. E fui troppo timido nel non voler proseguire in modo più hard l’analisi sulla capacità perturbante della creatura – peraltro ci avrebbero ovviamente pensato i vari sceneggiatori che si sarebbero cimentati con i vari sequel della saga. Perché, con buona pace del Ridley Scott del ’79 – poco più che quarantenne mentre oggi a 80 ancora segna l’immaginario planetario – che dichiarava che “Alien non ha particolari messaggi da trasmettere in quanto si tratta di un film di puro intrattenimento”, pochi altri film sono stati in grado di solleticare in tanta profondità l’inconscio planetario con l’equazione terrore / sesso. Tutti quelli che si sono succeduti sino a oggi, frutto di singolari coalizioni di cervelli come peraltro fu lo stesso capostipite, altro non hanno fatto che capitalizzare sugli incubi visualizzati da Giger che, come recita il mito, provenivano dalla zona nera del pavor nocturnus di cui soffriva l’artista svizzero. Giganteschi e mortali falli xenomorfici dal potere smembrante e ingravidante al contempo. Timothy Leary al tempo dichiarò che secondo lui Alien era una donna che trasmetteva ai maschi il potere del parto… ma, insomma, sulla piattaforma del Perturbante l’Inconscio è in grado di proporre i più arditi percorsi interpretativi.

Devo confessare che in Alien Covenant, al di là delle incongruenze con il resto della saga, il potere perturbante delle creature mi sembra venuto meno. Di sicuro il tempo è passato, per tutti e anche per Scott, ma questo mi è parso soltanto un onesto e piacevole “film di mostri” privo di quella “penetrante” carica rivoluzionaria di allora. Comunque notevole, e in qualche modo alludente al dramma attuale della pollution contemporanea, che gli ingravidamenti oggi avvengano attraverso i primi orifizi a disposizione, come naso e orecchie. Un invito a non restare distratti e inerti in un mondo dove i pericoli arrivano sempre più spesso dall’infinitamente piccolo.

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