di Luca Cangianti

Lenin, Economia della rivoluzione, a cura di Vladimiro Giacché, il Saggiatore, 2017, pp. 521, € 29,00.

“Quando trionferemo su scala mondiale utilizzeremo l’oro per edificare pubbliche latrine” scriveva Lenin a quattro anni di distanza dalla presa del Palazzo d’Inverno. L’immagine evocava lo stravolgimento economico atteso dall’emergere di una società comunista in cui i beni principali sarebbero diventati liberi e lo stesso denaro avrebbe perso le sue funzioni di misura dei valori, di mezzo di circolazione e di tesaurizzazione. Tuttavia, aggiungeva Lenin, “quel periodo è di là da venire.” Gli scritti curati da Vladimiro Giacché in Economia della rivoluzione si collocano all’interno di questa forbice storica: in queste pagine infatti il profilo del rivoluzionario russo è quello del padre costituente e soprattutto dello statista costretto a calare la teoria marxista in un contesto emergenziale di guerra e sottosviluppo.

Vladimiro Giacché limita il suo lavoro di selezione agli scritti economici posteriori alla Rivoluzione d’Ottobre suddividendoli in tre periodi: quello riguardante i primi sei mesi di potere sovietico, il comunismo di guerra e la Nuova politica economica (Nep). Il pensiero di Lenin nel corso di queste tre fasi subisce evoluzioni, sia a causa delle emergenze del momento che per gli esiti delle sperimentazioni cui i singoli provvedimenti economici venivano sottoposti. Nei primi scritti si affrontano: i problemi sollevati dalla legge sulla socializzazione della terra che aboliva il latifondo distribuendo i campi ai contadini; il decreto sul controllo operaio che non intaccava né il diritto di proprietà né la funzione direttiva del capitalista; la nazionalizzazione del settore bancario. Gli scritti del periodo della guerra civile si focalizzano invece sulla crisi alimentare e sulle requisizioni delle eccedenze cerealicole. Nella primavera del 1918 fu infatti vietato il commercio privato del grano e istituito il monopolio statale con acquisto a prezzo fisso. Infine i contributi che vanno dal marzo 1921 allo stesso mese del 1923 sono dedicati alla Nep che sostituì le requisizioni emergenziali – volte al sostentamento degli operai e dei soldati a danno dei contadini – con un’imposta in natura, pagata la quale si riacquistava la libertà di vendere localmente i cereali.

L’intera periodizzazione è tuttavia attraversata da un filo rosso ben definito: secondo Lenin senza lo sviluppo delle forze produttive e la conseguente crescita culturale delle masse il comunismo è impossibile. Di conseguenza la Russia postrivoluzionaria, essendo un paese sottosviluppato e devastato dalla guerra, avrebbe dovuto attraversare una serie di fasi di transizione – quali il capitalismo di Stato e il socialismo – necessarie a “preparare – con un lavoro di una lunga serie di anni – il passaggio al comunismo.” La forma di potere instaurata in Russia dopo la rivoluzione, infatti, lungi da configurarsi come socialismo o comunismo, per Lenin è solo un governo proletario gestito da comunisti che cercano le vie più efficaci per sviluppare le forze produttive. Da questo punto di vista egli consiglia l’introduzione del taylorismo, il sistema del cottimo e quello dei premi; si schiera contro l’egualitarismo retributivo e per l’utilizzo degli intellettuali borghesi: “bisogna imparare il socialismo in larga misura dai dirigenti dei trust, bisogna imparare il socialismo dai massimi organizzatori del capitalismo.”
Secondo Lenin – che in questo segue Marx – il capitalismo è il metodo più potente per sviluppare la produttività del lavoro. Il sottosviluppo russo quindi può essere superato se lo Stato proletario gestito dai comunisti riesce a sviluppare in vitro forme di capitalismo controllate dal potere politico: “Poiché non abbiamo ancora la forza di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è, in una certa misura, inevitabile, come prodotto spontaneo della piccola produzione e dello scambio; e noi dobbiamo quindi utilizzare il capitalismo (soprattutto incanalandolo nell’alveo del capitalismo di Stato) come anello intermedio tra la piccola produzione e il socialismo, come un mezzo, una via, un modo, un metodo per aumentare le forze produttive”. Le forme di questo capitalismo gestito e controllato dallo Stato sono le concessioni estere (che rafforzano la grande produzione di contro alla piccola), le cooperative (che facilitano la sorveglianza statale in economia e preparano il terreno al socialismo), l’intermediazione commerciale (il capitalista viene assunto dallo Stato per fare il commerciante), l’appalto di settori industriali o di appezzamenti di terra a capitalisti nazionali.
Che la soluzione del capitalismo di Stato non sia esente da pericoli è ben chiaro a Lenin: i capitalisti potrebbero avere il sopravvento, “cacceranno i comunisti, e allora sarà la fine di tutto”, oppure “il potere statale proletario” saprà “guidare il capitalismo lungo la via tracciata dallo Stato e creare un capitalismo subordinato allo Stato e posto al suo servizio”.
La garanzia del successo dell’operazione sta tutta nella soggettività dello Stato quale motore e garante del cambiamento. Ma come fanno i comunisti a dominare lo Stato se la società rimane dominata dal capitalismo? Potrebbero farlo solo se fossero un agente storico sottratto agli influssi della società. Ma che i materialisti storici siano esenti dal materialismo storico sarebbe un paradosso: mentre le forze produttive si sviluppano, l’esistenza di funzionari comunisti gestori della proprietà e di proprietari capitalisti non è una realtà che possa rimanere a lungo senza conseguenze per l’orientamento del processo rivoluzionario. Come qualsiasi gruppo sociale cercheranno di rafforzare e solidificare le proprie posizioni avendo leve di potere importanti per riuscirvi. Questo non significa condannare a priori ogni misura transitoria messa in atto da un governo rivoluzionario in condizioni d’emergenza o di sottosviluppo. Significa solo rendersi conto che, in mancanza di un processo espansivo mondiale e di una dialettica tra potere statale e autorganizzazione sociale, una società postcapitalista è soggetta a potenti pressioni degenerative, interne ed esterne.

Marx nella Critica al programma di Gotha teorizza una “prima fase” della società comunista “non come si è sviluppata sulla propria base, ma viceversa, come emerge dalla società capitalistica”, ovvero portando “quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le ‘macchie’ della vecchia società dal cui seno essa è uscita”. Si tratta di una fase di socializzazione delle forze produttive e, di conseguenza, della forza lavoro: è come se il lavoratore ricevesse “dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritir[asse] dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente”. È da notare che né Marx né Engels abbiano mai chiamato questa “prima fase” socialismo, o peggio modo di produzione socialista, dandole quindi una connotazione d’autonomia. Si trattava della teorizzazione di una possibile fase transitoria precedente alla “fase più elevata della società comunista” in cui si produce tendenzialmente tutto con quantità lavorative tendenzialmente nulle, e il capitalismo è superato al livello planetario. Ora, se il proletariato giunge al potere in una fase dello sviluppo delle forze produttive troppo lontana dallo scenario posteconomico del comunismo, la transizione, lungi dall’essere una “prima fase” avrà una più alta probabilità di ossificarsi in formazioni economico-sociali dominate da una perdurante divisione di classe (es. capitalismo di Stato) o di casta (es. socialismo reale). In questi casi, specialmente se il processo rivoluzionario è confinato in un solo paese accerchiato dalla concorrenza capitalista, lo sviluppo delle forze produttive rischierà di configurarsi come un’accumulazione originaria che da un capitalismo meno sviluppato condurrà a un capitalismo più sviluppato – come del resto testimonia la storia dell’Urss.

Le rivoluzioni tuttavia scoppiano senza chiedere il permesso e senza che sia certificato il grado di sviluppo delle forze produttive. I rivoluzionari che si trovano a gestire il potere hanno il compito di trovare le strategie adeguate a sfruttare le brecce di libertà costituenti apertesi con il collasso dello status quo, possibilmente senza perdere mai il contatto con i limiti storici nei quali agiscono e senza dimenticare le lezioni dei fallimenti precedenti. Da questo punto di vista Economia della rivoluzione è un libro di storia dell’economia e del pensiero economico fondamentale. La raccolta e il lucido saggio introduttivo di Vladimiro Giacché ci consegnano infatti l’elaborazione teorica e l’azione politica con la quale Lenin pensò di colmare lo iato tra la miseria ereditata dallo zarismo e la promessa di un mondo di abbondanza. L’esito non fu quello sperato, ma il tema della transizione è destinato a ripresentarsi, come dimostrano non da ultime le esperienze dei governi progressisti latinoamericani. Ecco perché a cento anni di distanza dal 1917 i problemi economici affrontati in questo volume non perdono di attualità.

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