di Danilo Arona

AllespalleIl mio conterraneo Angelo Marenzana è narratore di razza. Che da anni ha scelto di raccontare il lato oscuro della città in cui vive, nel bene e nel male pure lei città di razza. Per caso quella in cui vivo anch’io.

Alessandria è un contenitore perfetto per storie noir, poliziesche e persino horror. Ne ho parlato più volte e Ciò che la nebbia nasconde, oltre che titolo di una recente antologia di contributi di vecchie e nuove leve intente a declinare il grigio alessandrino, è ottimo viatico per capirne. Tornando ad Angelo, i suoi tre splendidi noir con il commissario Augusto Bendicò come protagonista (Legami di morte, Ora segnata, L’uomo dei temporali) hanno percorso quasi un quinquennio di indagini su fatti di cronaca all’apparenza “minore” consumate nel pieno, ben più criminale, del regime fascista. Ipocrisie, paranoie, doppiogiochismi, paure ancestrali e giornaliere sono la nebbia metaforica che fa da contrappunto a quella scaturente dai due fiumi attraversanti la città e che accompagnano le indagini del triste e cinico suo malgrado Bendicò, alle prese sempre con l’omertà di una provincia pavida e inquieta.

Adesso, con Alle spalle del cielo (Baldini & Castoldi), l’archetipico Bendicò cede il passo al meno conforme Lorenzo Maida, che di mestiere fa il commerciante di tessuti ma nel DNA è un investigatore chandleriano con un fiuto alla Conan Doyle. Ma non ci troviamo – e meno male – all’interno del genere classicamente inteso. Se con L’uomo dei temporali la protagonista, al di là dei crimini, era la mitologica Grey City, culla della panspermia dalla quale nacque la mia generazione, accompagnata da tutte le sue nefandezze (le squadracce, gli equilibrismi, i voltafaccia), con Alle spalle del cielo il bisturi è ancora più affilato e penetra in maggior profondità. Se là L’Uomo dei Temporali era, alla Bradbury, quel  Qualcosa di Sinistro che sta per arrivare, un fantasma della mente che come il volatore notturno Pippo tiene sveglia una città e una nazione diventando l’incubo che non fa dormire, qui il Something Wicked è un quasi intollerabile, sul piano della suspense, conteggio alla rovescia verso la finale catastrofe del primo bombardamento su Alessandria.

Siamo nel 1944, molto tempo dopo le indagini di Bendicò, dentro un respiro temporale scandito in quattro lunghi e travolgenti paragrafi, nell’Alessandria turbata dai presagi dell’imminente rovina del fascismo, da una corte dei miracoli di personaggi di inarrivabile squallore morale e dall’aria plumbea, irrespirabile, di tragedia imminente in procinto di arrivare dal cielo nella domenica dell’Ascensione (il 30 aprile). Personaggi oltre gli stereotipi:  il venditore di tessuti eroe indagatore (che è stato poliziotto e pure killer a pagamento), una medium che non è tale, carnefici e vittime dallo status sempre meno definibile man mano si procede nella lettura, industriali  corrotti e poliziotti che dovrebbero scaraventare le loro divise nelle fogne. Ma l’intrigo, per quanto ben costruito e ineccepibile focus del libro di Marenzana, è la superficie di accesso a un mondo ctonio di straordinario fascino: l’inconscio collettivo di una città. Ovvero, come nella migliore tradizione (anche se la definizione di noir va proprio stretta a questo libro), il genere nasconde altro. Un mucchio d’altro.

Se L’uomo dei temporali ci svelava le dinamiche consapevoli e sotterranee dell’inizio della guerra, Alle spalle del cielo ci fa scivolare con premeditata e diabolica cadenza dentro il collo di un imbuto e farci rovinare nei meandri di una cittadina soffocata dalla nebbia e dai danni, ideologici e reali, provocati dalla collisione fatale di coscienze e di cervelli, nefasto effetto della piovra del fascismo. Mentre Lorenzo Maida conduce la sua investigazione non ufficiale, mutuando tecniche rudi oltre i confini del lecito dal suo passato a dir poco crudele, si delinea con chirurgica precisione – quasi una fotografia color ocra in diretta dal passato – l’obiettivo primario dello scrittore: raccontarci ancora una città, Alessandria (e con lei decine di altre città), dall’anima dilaniata dalla guerra solo all’apparenza lontana, dall’angoscia e da un futuro indecifrabile. Il linguaggio diventa così presagio di inascoltata Cassandra, i pensieri bombardano, le parole sono schegge del passato, in un crescendo emotivo che mi ha personalmente riportato alla mente il sublime Giorno della locusta di Nathanael West, laddove la catastrofe finale è la catarsi universale oltre la quale, forse, poter ripartire.

Angelo ha scritto un libro magnifico, che va oltre gli stilemi del genere. Un’opera importante in grado di appagare, per meccanismi e logiche, i cultori della detection, e soprattutto gli psicanalisti mancati come me che cercano l’anima delle parole a ogni riga.

Qui l’anima abbonda, dietro dialoghi stringenti degni del miglior Chandler e squarci di un’Alessandria – non più fisica come ne L’uomo dei temporali, ma cellulare – che val la pena di riportare minimamente:

«… la nebbia saliva dal basso, creando l’effetto da girone infernale, e la città aveva assunto una dimensione impalpabile. Prigioniera, oltre la barriera dei due fiumi, il Tanaro e la Bormida, che delimitavano quel mondo come fossati a difesa dell’invasore. Un mondo dove il silenzio regna perché i rumori non hanno la forza di propagarsi e cadono a terra sconfitti…»

E più in là:

«… però in giro, tra la gente, non si respirava aria di panico. L’attesa ingannava la paura nascondendosi dietro un’affilata lama di ironia. Una risorsa pungente. Quella che spesso aveva salvato gli alessandrini nei momenti bui della storia…»

E ancora:

«… con il suo passato di poliziotto, (Maida) aveva capito che l’apparenza in provincia inganna come un velo di polvere sotto la quale cova il germoglio della verità. E ad Alessandria la polvere si chiamava nebbia…»

Flash straordinari sull’essenza di una città che forse può essere preservata solo attraverso la (buona) letteratura che la pratica, dato che la distruzione della memoria è stata per anni la scellerata attività di presunti cultori del novum palazzinaro. Ai quali abbiniamo, non solo per strappare un sorriso di complicità ma perché il constatarlo diventa funzionale alla disamina  sull’archetipo alessandrino, la profonda conoscenza dei vizi e delle virtù del femminino locale: le donne che si succedono nelle pagine (giovani, anziane, calde amanti o simulatrici medium) sono ben riconoscibili come carne nostra, frammenti di quelle “oscure madri splendenti” con cui abbiamo diviso – fino a quando almeno l’identità di Alessandria è rimasta un unicum – vita, emozioni e progetti. Un formidabile flash, l’ultimo che cito, a imprigionarne il senso e l’idea:

«… lane autarchiche, tela vaticana e scampoli di cotone per soddisfare le esigenze di eleganza delle belle donne alessandrine che non si negavano un abito di buona fattura nemmeno in un momento di guerra…». Quando da lì a poco nella domenica dell’Ascensione grappoli di bombe sarebbero caduti sulla nostra città, provocando 239 vittime.

Resistere con un sorriso cinico di sfida alle avversità, uomini e donne alle spalle del cielo:  questa è l’Alessandria che conosco, indifferente e sprezzante (anche), ma umanissima (se è il caso). Profondamente nera e fantasmatica.

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