di Alessandro Barile

Colonialismo

Lo scorso 15 febbraio Emmanuel Macron, candidato centrista alle prossime elezioni presidenziali francesi, dichiarava ai microfoni di una tv privata algerina: «La colonizzazione fa parte della storia francese. E’ un crimine, un crimine contro l’umanità, una vera barbarie e fa parte di questo passato che dobbiamo guardare in faccia presentando anche le nostre scuse alle vittime». Una posizione originale nel contesto politico transalpino, viste le difficoltà della Francia nel fare i conti con il proprio trascorso coloniale. Ancora oggi, infatti, la legislazione francese (legge 158-2005) riconosce giuridicamente il ruolo positivo che la colonizzazione ebbe nelle terre d’oltremare e in particolare in Africa del nord e Indocina.

Non solo. Ogni 25 settembre viene celebrata la «Giornata della riconoscenza nazionale», riconoscenza dovuta agli Harkis, i collaborazionisti arabi del regime coloniale francese in Algeria, gli stessi che negli anni Sessanta contribuirono alla formazione dell’Oas (l’Organizzazione armata segreta), che in un solo anno, tra il 1961 e il 1962, uccise 2700 persone di cui 2400 algerini. Gli stessi Harkis che, ancora oggi, costituiscono il nocciolo duro dell’elettorato lepenista (sono circa 800.000 presenti tuttora in Francia). Le due leggi di cui sopra vennero approvate dal Parlamento con il consenso trasversale (e sintomatico) di centrodestra e centrosinistra, e quei pochi deputati socialisti che si ribellarono furono richiamati all’ordine o addirittura, nel caso di George Frêche, espulsi dal partito. Questo il contesto politico e culturale entro cui si situa la dichiarazione di Macron, una dichiarazione che potremmo addirittura definire coraggiosa, e già questo fatto contribuirebbe a una parziale risposta alla domanda: «perché ci odiano?».

Immancabile, e prevedibile, lo sdegno del Front national. Meno scontato quello di François Fillon, l’azzoppato candidato del centrodestra, per il quale la dichiarazione «è indegna di un candidato alle presidenziali». Da destra e sinistra, storicamente in Francia l’arco della legittimità politica passa dalla legittimazione coloniale. Anche questo costruisce un piccolo pezzo della risposta al «perché ci odiano?». Ma in Italia?

Nel nostro paese, secondo tradizione, le tragedie altrui si trasformano in farsa. Ci pensa il Corriere della Sera a dare voce al nostro rimosso coloniale, per mano di Giovanni Belardelli. La dichiarazione di Macron, “coraggiosa” in Francia ma, tutto sommato, ovvia in Italia, si trasforma in «ignoranza dei fatti storici» e in «dilagante anacronismo». Secondo il giornalista, «il colonialismo rappresenta oggi per noi qualcosa di negativo e inaccettabile, ovvio; ma così non è stato per la maggioranza di quanti vivevano nell’Europa dell’800»; «c’è qualcosa di tristemente paradossale nel fatto che in Europa la storia finisca con l’essere sostituita – come dimostra il giudizio di Macron sul colonialismo – da una specie di ars deprecandi, di dubbia, o forse nessuna, utilità». Contestualizzare dunque, ammonisce il bravo giornalista: inutile ragionare col senno del poi su vicende considerate normali e legittime dagli europei di allora. Un ragionamento inappuntabile in effetti: perché condannare la schiavitù se nell’America dell’800 era considerata un diritto? Perché scandalizzarci per i pogrom antisemiti o, chissà, per la tortura, visto che il pensiero dominante dell’epoca legittimava condotte razziste e violente? Non fa una piega. Questo richiamo alla contestualizzazione dovrebbe però avvalersi di maggiore cautela. Era davvero così trasversale e socialmente accettato il colonialismo nel XIX secolo? E’ davvero solo la “mentalità moderna” ad averci illuminato sui crimini perpetrati ai danni di quei «popoli senza storia» vittime predestinate del progresso occidentale? Anche questo artificio ideologico spacciato per cautela storicista non risulta essere così ovvio come sembra in apparenza.

Belardelli cita Marx inserendolo nel calderone colonialista. Persino Marx, che certo non può essere annoverato tra i sostenitori del capitalismo, leggeva nel colonialismo uno dei caratteri necessari del progresso moderno, ci ricorda l’improvvisato storico del Corriere. Veramente? Ad un’indagine leggermente più accurata, così non sembra. Nel capitolo XXIV del Primo libro del Capitale, Marx dice: «Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Alle manifatture nascenti la colonia assicurava un mercato di sbocco e un’accumulazione potenziata dal monopolio dello smercio. I tesori catturati fuori d’Europa direttamente per mezzo del saccheggio, della riduzione in schiavitù e dello sterminio per rapina [corsivo nostro], rifluivano nella madrepatria per ritrasformarvisi in capitale». Prosegue (e si chiude) il Primo libro con il capitolo XXV sulla Moderna teoria della colonizzazione, una decina di pagine centrate sul rapporto tra lo sfruttamento coloniale e l’accumulazione originaria del capitalismo europeo.

Certo in Marx non c’è vittimismo umanitario, e certe influenze positiviste contribuirono a fargli leggere tutta la vicenda sempre nel quadro generale dei rapporti di produzione. Ma lo smascheramento del colonialismo, e la sua condanna senza mezzi termini, risultano evidenti. Così come sono evidenti riguardo alla questione irlandese, cioè nel rapporto tra Inghilterra e la sua colonia più vicina (e più importante, secondo Marx). In una lettera a Laura e Paul Lafargue del 1870, scriverà: «Per accelerare lo sviluppo dell’Europa, è necessario accelerare la catastrofe dell’Inghilterra ufficiale. A questo scopo bisogna colpire in Irlanda. E’ questo il suo punto più debole. Se l’Irlanda va perduta, l’”Empire” britannico è finito»[…] «Dopo essermi occupato per anni della questione irlandese, sono giunto al risultato che il colpo decisivo contro le classi dominanti in Inghilterra (ed esso sarà decisivo per il movimento operaio all over the world) può essere sferrato non in Inghilterra, bensì soltanto in Irlanda».

In una lettera a Kugelmann, sempre del 1870 e intitolata significativamente «Un popolo che ne soggioga un altro, ribadisce le proprie catene», Marx scriverà: «Il punto di vista dell’Associazione Internazionale di fronte alla questione irlandese è dunque molto chiaro. La prima esigenza è quella di spingere in avanti la rivoluzione sociale in Inghilterra. A questo scopo occorre portare il colpo decisivo in Irlanda». Dovrebbe risultare chiaro, a questo punto, che mai Marx giustificò o legittimò il colonialismo, inserito al contrario nel più vasto processo di accumulazione su cui si basava la forza del capitalismo europeo dell’epoca. Ma Marx era un noioso intellettuale col pallino della lotta di classe. Potrebbe per ciò stesso risultare poco affidabile.

Addirittura nel XVIII secolo ci pensò Jean-Jacques Rousseau a smascherare le nefandezze coloniali nel suo Emile, e successivamente nei suoi lavori Contratto sociale e Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini. Nel 1771 Denis Diderot, il filosofo dell’Illuminismo, nel suo Supplemento al Viaggio di Bougainville, scrive un lungo commento attorno alla scoperta di numerosi arcipelaghi della Polinesia. Nel testo, Diderot contrappone alla violenta e corrotta civiltà europea la comunità tahitiana, vicina alla natura. Racconta uno dei protagonisti del racconto: «Piangete, infelici tahitiani! Piangete. Ma ciò sia per l’arrivo, non per la partenza di questi uomini malvagi e ambiziosi: un giorno li conoscerete meglio. Un giorno essi torneranno, col crocefisso, che vedete pendere dalla cintura di quello, in una mano, e con la spada, appesa al fianco di quell’altro, nell’altra, per incatenarvi, sgozzarvi o assoggettarvi alle loro stravaganze e ai loro vizi; un giorno sarete loro schiavi, corrotti, vili e infelici come loro. Ma io mi consolo; sono alla fine della mia strada; le calamità che vi annuncio non le vedrò mai».

Ancora prima, nel 1763, fu Giuseppe Parini nel componimento Il giorno a smascherare le atrocità coloniali dei conquistadores spagnoli, e più in generale di quella “economia imprenditoriale” che l’autore avversava come fonte di egoismo e ingiustizie sociali. Ma prima di tutti, addirittura nel 1542, fu il vescovo spagnolo Bartolomè de Las Casas a relazionare il massacro indigeno nelle Indie occidentali compiuto dai colonizzatori spagnoli, nella sua celeberrima Brevísima relación de la destrucción de las Indias, un’invettiva contro le politiche spagnole in America Latina: «L’isola Spagnola [Haiti] fu la prima dove entrarono cristiani dando principio alle immense stragi e distruzioni di queste genti, e per prima distrussero e resero deserta, cominciando i cristiani a servirsi delle mogli e dei figli degli Indiani, e a far loro del male, e a mangiare le sostanze dei sudori e delle fatiche loro, non contentandosi di quello che gli Indiani davano loro spontaneamente, secondo quanto ciascuno possedeva, che è sempre poco».

Contestualizziamo, dunque. Questo rapido e incompleto excursus delle opinioni ricorrenti sul colonialismo nei secoli passati dovrebbe facilitare l’operazione. Chiarendo che, ieri come oggi, non esiste una “mentalità condivisa” sulla vicenda coloniale, ma che questa viene letta, oggi come nei secoli passati, in base alla propria adesione o meno ai rapporti di forza dominanti. Chi questi rapporti li contesta era portato anche in passato a interpretare criticamente l’avventura colonialista; chi invece avalla o si accoda alle retoriche dominanti, anche oggi legittimerà le politiche neo-coloniali, più o meno malamente mascherate. E questo contribuisce a porre un ulteriore mattone nell’edificazione della risposta alla domanda: «perché ci odiano?». Perché i rimossi e i tic neo-coloniali, di cui è zeppa la cultura massmediatica nazionale, sono tutt’altro che marginali nella costruzione del discorso pubblico. Una semplice e ovvia dichiarazione contro il colonialismo aizza la cagnara mainstream europea volta a legittimare (presentandola come operazione di contestualizzazione storica) il nostro passato coloniale. E allora, perché turbarci di fronte all’odio delle popolazioni colonizzate?

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