di Franco Pezzini

bon-bon-poe1[Qui la seconda parte]

Il diavolo e il signorino Bon-Bon

E arriviamo così all’ultimo testo di quest’annata di divertissement. Il racconto apparso in data 1 dicembre 1832 sul solito ‘Philadelphia Saturday Courier’ (purtroppo anche di questo non abbiamo il manoscritto) ha un titolo non noto ai lettori italiani, “The Bargain Lost”: si tratta infatti del testo che Poe riscrive quasi completamente per la ripubblicazione nel ‘Southern Literary Messenger’ nell’agosto 1835 con il titolo “Bon-Bon”, e che subirà modifiche fino all’edizione 1850 (postuma, un anno dopo la morte di Poe). Noi prenderemo in esame le due versioni “estreme”, la prima e l’ultima.
Ed è nuovamente un racconto nel segno dell’ironia, un gioco elegante a metà tra scherzo e satira. Come lo leggiamo oggi, appare coronato da un incipit in versi da vaudeville sul tema del bere buon vino (fonte individuata, “Les Premiers Traits de l’Érudition Universelle” del Barone Bielfeld); l’epigrafe originale era invece da Shakespeare, “As You Like It”, una citazione sull’uva fatta per essere mangiata e le labbra per potersi aprire – sempre insomma sulla suggestione del mangiare e del bere. Un dato enfatizzato nella versione ultima che leggiamo, ma già dalle modifiche del ’35 che conducono la storia nella stessa Francia di “The Duc de L’Omelette” e come in quel caso fanno dell’eroe un cultore di buona cucina. Anzi un Masterchef, di cui Poe offre un delizioso ritratto iniziale che merita la lettura:

Che Pierre Bon-Bon fosse un restaurateur di non comuni qualità, nessuno, che durante il regno di… [qualcuno ha pensato Napoleone, ma in realtà più probabilmente – come vedremo – di Luigi XV], frequentasse il piccolo Caffè del cul-de-sac Lefèbvre a Rouen, si sentirà in grado, immagino, di confutare; che Pierre Bon-Bon fosse, in egual grado, versato nella filosofia di quell’epoca, è, a mio vedere, ancor più particolarmente innegabile. I suoi pâtés à la foie erano indubbiamente irreprensibili; ma quale penna può render giustizia ai suoi saggi sur la Nature, ai suoi pensieri sur l’Ame, alle sue osservazioni sur l’Esprit? Se le sue omelettes, se i suoi fricandeaux erano inestimabili, quale littérateur di quel tempo non avrebbe dato, per una “Idée de Bon-Bon” due volte tanto che per le immondizie di tutte le “Idées” di tutti gli altri savants? Bon-Bon aveva saccheggiato biblioteche che nessun altri uomo aveva saccheggiato, aveva letto più di quanto chiunque altro potesse nemmen sognarsi che si potesse leggere, aveva compreso più di quanto alcun altro concepisse che si potesse comprendere; e benché, mentr’egli fioriva, non mancassero a Rouen alcuni autori, i quali asserivano “che i suoi dicta non rivelavano né la purezza dell’Accademia [di Platone] né la profondità del Liceo [di Aristotele]” – quantunque, badate, le sue dottrine non fossero affatto universalmente comprese, non ne consegue tuttavia ch’esse fossero di difficile comprensione; appunto pel fatto ch’esse erano evidenti di per sé, io penso, molte persone erano indotte a considerarle astruse. Proprio con Bon-Bon – ma non lasciatelo trapelare – proprio con Bon-Bon, lo stesso Kant è gravemente indebitato per la sua metafisica. Bon-Bon non era, in verità, un Platonico, né, strettamente parlando, un Aristotelico; né si può dire che egli sciupasse, alla maniera del moderno Leibnitz [si noti che Poe mostra rispetto per Leibnitz mentre spesso prende in giro Kant], quelle ore preziose che si potevano impiegare nell’invenzione d’una fricassée, o, facili gradu, nell’analisi d’una sensazione, in frivoli tentativi di conciliare gli ostinati olio e acqua della discussione morale. No, affatto; Bon-Bon era Jonico [nel senso della filosofia ionica: Talete, Anassimandro eccetera]… Bon-Bon era egualmente Italico [cioè Pitagorico o più probabilmente Eleatico]; ragionava a priori, ma ragionava anche a posteriori. Le sue idee erano innate… o viceversa. Credeva in Giorgio di Trebisonda, credeva in Bessarione [i due protagonisti di una controversia quattrocentesca, 1464-69, a proposito del pensiero platonico, ma su lati opposti]. Bon-Bon era enfaticamente… Bon-Bonista.

Con questo ritratto, sotto il tessuto comico di una retorica ammirata, il narratore ci affida l’immagine di un ristoratore di successo (con un richiamo anche nel nome alla commestibilità, Bon-Bon come un dolciume) che si accredita a maestro di pensiero (un po’ come gli odierni Masterchef, in fondo).
Nella versione originale del ’32 il personaggio però non era francese, si chiamava Pedro Garcia, e la storia si svolgeva non in Francia ma in una Venezia grondante preziosismi esotici – sfondo che Poe riprenderà con toni ben altrimenti drammatici nel “The Assignation” di poco successivo. Certo Poe sembrava fare un po’ di confusione con il tipo di nomi, perché Pedro Garcia non appariva come spagnolo ma italiano, e di origini fiorentine; e non era un maestro cuoco, ma un metafisico di professione formato a Padova, Milano e Gottinga, impoverito dalla rivoluzione e calunniato dalle malignità dei critici veneziani che gli rimproverano di non mostrare né la purezza dell’Accademia né la profondità del Liceo… eccetera. Cioè il suo profilo di filosofo era molto simile a quello del futuro Bon-Bon.
Questi è anche fierissimo della sua abilità culinaria:

Nella sua stima, i poteri dell’intelletto erano intimamente connessi con le capacità dello stomaco; e io non sono sicuro, in verità, ch’egli dissentisse molto dai Cinesi, che ritengon che l’anima abbia sede nell’addome; in ogni modo, egli pensava che avessero ragione i Greci, i quali usavano la stessa parola a designare sia la mente che il diaframma [φρένες].

Ma per carità, mette le mani avanti il narratore, non s’intenda che Bon-Bon sia un ghiottone, o altra accusa così avvilente: i suoi difetti sono di minima importanza, “colpe che veramente, in altri caratteri, sono state considerate spesso in luce di virtù”. E tra questi la propensione a non lasciarsi mai “sfuggire l’opportunità di fare un affare”. Qualcosa che non riguarda la cupidigia perché non è necessario un suo vantaggio concreto, ma piuttosto il potersi compiacere per la propria sagacia. Donde la fioritura sul viso di Bon-Bon, rileva la gente, di un sorriso molto diverso da quello mostrato in ogni altra occasione, e che (ecco nuovamente le voci, come nel “Metzengerstein”) dà la stura a una quantità di interpretazioni – fino a citare “esempi d’incomprensibili capacità, d’ambigui desiderî, di innaturali inclinazioni, inoculati dall’autore d’ogni male con astuti propositi personali”. Insomma, ancora una volta c’entrerebbe il diavolo.
Appena degne di menzione, continua il narratore, altre debolezze del Nostro:

pochi sono, ad esempio, gli uomini straordinariamente profondi, che non abbiano un’inclinazione per la bottiglia. Se tale inclinazione sia una causa determinante o piuttosto una valida prova di tale profondità, è difficile dire. Bon-Bon, a quanto mi è dato sapere, non pensava che tale argomento si prestasse a una minuziosa investigazione; e così penso anch’io.

Si noti che il tema del bere, che avrà una drammatica ricaduta nella vita di Poe, è qui ancora motivo di scherzo lieve.
Ovviamente Bon-Bon è raffinatissimo nella scelta dei vini e nella loro metodica associazione a singoli momenti delle giornate e fasi delle sue speculazioni filosofiche. Peccato che altrettanto rigore non lo accompagni nella smania affaristica, che inizia ad assumere “un carattere d’intensità e di misticismo affatto strani, e ad apparire profondamente intinta della diablerie dei suoi studi tedeschi preferiti”: già a suggerire alcune fisse che potranno trovare sviluppi.
La statura del genio del Nostro si coniuga – continua il narratore sornione – col suo maestoso portamento esteriore, ben al di là dei limiti dei suoi tre piedi d’altezza e della testolina, visto che è “impossibile contemplar la rotondità del suo ventre, senza un senso di magnificenza, confinante quasi col sublime […] – nella sua vastità, la dimora adatta all’anima immortale del proprietario”. Cenni di descrizione circonfusi di pretesa ammirazione comprendono un berretto di flanella con fiocchi, un giubbetto color pisello fantasiosamente vintage, pantofole eleganti in porpora, braghe gialle, mantello fluttuante – azzurro con emblemi cremisi – a suggerire qualcosa dell’affettata ed eccentrica raffinatezza; e curioso è del resto il suo Café, con un’insegna a forma di enorme in-folio (che associa le immagini di una bottiglia e di un pâté alla scritta sul dorso Oeuvres de Bon-Bon, in riferimento al duplice fronte dei suoi interessi) e il mix di attrezzature di cucina e volumi filosofici nella sala lunga e bassa che costituisce il locale. C’è anche il letto del Nostro in un angolo, con tanto di tende e baldacchino.
Ed è lì nel Café che una notte d’inverno, “una di quelle notti terribili che si hanno soltanto una volta o due in un secolo” per furia della neve e del vento che fa traballare la casa, cigolare l’insegna e smuove cortine del letto, manoscritti e padelle, che a mezzanotte il Nostro, dopo aver buttato fuori di cattivo umore e con tanto di bestemmia gli ultimi avventori, finalmente può accomodarsi davanti al fuoco. Quel giorno è successo di tutto, circostanze incomprensibili “d’un carattere abbastanza inquietante”: preparando des œufs à la Princesse (uova con punte di asparagi, panna e tartufi) gli è venuta invece una omelette à la Reine (omelette con purea di pollo e una sauce suprême, unita talvolta a tartufi, funghi e olive – in realtà il gioco riguarda unicamente le denominazioni dei piatti), il rovesciarsi di uno stufato ha frustrato “la scoperta di un nuovo principio etico” e soprattutto gli è fallito un affare. D’altra parte è innervosito dal vento, e quando richiama il suo cane – grosso e nero, a traghettarci idealmente verso un certo tipo di scene in zona Goethe – “non poté non gettare un’occhiata inquieta e circospetta verso quei lontani recessi della camera, le cui inesorabili ombre neppure i baleni rossastri del fuoco riuscivano a vincere, se non parzialmente”. E soltanto dopo torna al lavoro su un manoscritto che intende consegnare per la stampa l’indomani: ma sono passati appena pochi minuti quando una voce querula annuncia: “Non ho fretta, Monsieur Bon-Bon”.

– Il diavolo! – esclamò il nostro eroe, balzando in piedi, rovesciando da un lato la tavola e volgendo intorno, stupefatto, gli occhi sbarrati.
– Verissimo, – rispose calma la voce.
– Verissimo!… che cosa è verissimo?… Come siete venuto qui, voi? – vociferò il metafisico, mentre il suo sguardo cadeva su qualche cosa che giaceva lungo disteso sopra il letto.

Nella prima versione la scena si svolgeva invece, dopo i rintocchi di mezzanotte della grande campana di San Marco, nello studiolo di Pedro, pieno di edizioni preziose e sontuosamente arredato con tocchi di esotismo orientaleggiante: e, notiamo, si parlava dei soliti arazzi dal sapore di sipario, e di una lampada a forma di arabesco – elementi poi perduti, ma la cui presenza pare indicativa delle consuete ossessioni di Poe. Il teatro, gli Orienti…
E c’era un elemento divertente. La frase che nel testo finale suona “It was one of those terrific nights which are only met with once or twice during a century” presentava inizialmente questa forma: “It was a dark and stormy night”, “Era una notte buia e tempestosa”, poi talmente paradigmatica da essere ripresa persino da Snoopy. In realtà “It was a dark and stormy night” l’aveva scritta per primo Edward Bulwer-Lytton nel romanzo “Paul Clifford” – storia di un simpatico bandito che eviterà l’esecuzione fuggendo in America – edito nel 1830, dunque subito prima del racconto di Poe (composto, ricordiamo, per il concorso del 1831). Vedervi una strizzata d’occhio è almeno plausibile.
Appunto in quel contesto notturno Pedro lavorava su questa voluminosa opera manoscritta destinata alle stampe il giorno dopo, dal titolo “Una completa esposizione di cose che non vanno esposte”, e siglato da un motto sbeffeggiante del Pulci: un’opera di cui purtroppo nulla si conserva perché – ammiccamento divertito a una certa Italia gotica – “è indubbiamente scomparsa per qualche intrigo ecclesiastico”.
Ma torniamo al nostro povero e stupefatto Bon-Bon. Cui il diavolo spiega che stava appunto dicendo di avere tempo: la faccenda per cui si trova lì non è urgente, e dunque Bon-Bon termini pure la sua “Esposizione” – il che ovviamente agita ancora più il Nostro, che si domanda come sappia a cosa lui lavori, ed esclama “Buon Dio!”. “Ssst!” lo tacita l’interlocutore alzandosi dal letto: la lucerna stessa (che qui ha perso la forma originale di arabesco) si ritrae al suo avvicinarsi, e il cuciniere filosofo ne considera l’aspetto – un tipo alto alto e magro magro, con un costume aderente e sbiadito di stoffa nera nella moda d’un secolo prima (il classico Mefistofele teatrale vestito alla seicentesca, il che già colloca Bon-Bon in un archetipico Settecento), ma di misura un po’ striminzita per la sua taglia, scarpe dalla fibbia lucente, testa calva a parte una lunga coda dalla nuca e occhiali verdi a schermare gli occhi. Dietro l’orecchio sinistro porta una specie di stilo come un impiegato la penna, e pur non avendo la camicia, presenta una lurida cravatta bianca, “le cui estremità, scendendo esattamente parallele, facevano pensare (benché, direi, senza intenzione), a un ecclesiastico”. Tanto più che da un taschino sul petto spunta il volumetto “Rituel catholique”… (Non è chiaro cosa Poe intenda con questi titolo generico, ma potrebbe trattarsi del “Rituale romanum” a uso anche degli esorcisti.) In più è pallidissimo, con fronte solcata da rughe di meditazione e bocca in “espressione della più remissiva umiltà”: e avvicinandosi accosta le mani con un sospiro e uno sguardo accattivante di assoluta santità – tanto che il metafisico gli stringe la mano e lo fa sedere.
Ma non certo perché un tanto acuto osservatore di uomini e cose possa aver equivocato sulla natura del personaggio (per inciso con piedi di forma peculiare, un cappello di altezza insolita, un tremolante gonfiore sul retro dei pantaloni e falde dell’abito un po’ troppo aleggianti). Il fatto è che Bon-Bon vuol fare il furbo, e per la precisione estorcere a quel visitatore “alcuni importanti principî morali” da inserire nel suo libro: per cui lo fa accomodare, ravviva la fiamma con qualche fascina, risolleva il tavolo ponendovi alcune bottiglie, e si siede faccia a faccia con l’interlocutore. Peccato che, nonostante tutti i suoi piani, si trovi imbarazzato fin dalle prime parole.
Infatti il diavolo, dopo aver osservato che dunque Bon-Bon lo conosce, abbandona del tutto la compunzione affettata e prende a sganasciarsi mostrando le zanne e facendo ululare compiaciuto il cane e miagolare spaventato il gatto. Evidentemente – e comprensibilmente – il giovane Poe non ha mai avuto contatti con la letteratura occultista che richiama reazioni del tutto opposte di canidi e felini.
Bon-Bon non intende imitare le reazioni scomposte degli animali, ma certo è turbato dal fatto che il titolo a lettere bianche del volumetto “Rituel catholique” scompaia per essere sostituito dall’altro in rosso “Registre des condamnés” (a parte il malizioso mutare di tenore, l’accostamento tra lettere che cambiano e volume sul petto con condanne infernali richiama al “Vathek”) – il che influisce sul suo improvviso farfugliamento a proposito del “rimarchevole onore” di quella visita. “Sua Maestà” (ricordiamo il titolo già attribuito al diavolo in “The Duc de l’Omelette”) urbanamente lo interrompe, “non dite di più… vedo come stan le cose”, si toglie gli occhiali vedi e così facendo permette allo stupefatto Bon-Bon di accorgersi che gli occhi non li ha. Alla richiesta di spiegazioni, l’ospite risponde dignitoso che la “ridicola stampa […] in circolazione attualmente” gli ha dato del suo aspetto un’idea falsa: ma quegli occhi che per Bon-Bon sono indispensabili, non lo sono a lui che sa vedere i pensieri – per esempio della gatta laggiù. “Essa sta pensando che noi ammiriamo la lunghezza della sua coda e la profondità della sua mente; e ha concluso, or ora, ch’io sono il più distinto degli ecclesiastici e che voi siete il più superficiale dei metafisici” – tutta una dimensione, insomma, che a Bon-Bon sfugge. Mentre, spiega il diavolo, la sua vista è quella dell’anima… La suggestione è estremamente interessante perché l’unica fonte nota sarebbe – si tratta ovviamente di un’ipotesi – la mitologia vudù dove il dio di guerra e sangue Shango è appunto senza occhi: Poe potrebbe averlo conosciuto tramite gli schiavi? Si noti che invece in “The Duc de L’Omelette” il diavolo non riusciva a leggere nei pensieri dell’avversario.
Nella prima edizione il diavolo si presentava in modo un po’ diverso. Portava una toga romana ma nera, uno stilo all’orecchio e una borsa cremisi di materiale indefinibile perché luminosa, il tutto abbinato a cravatta e colletto “del 1832” (non è chiaro se si trattasse di un elemento originale della stesura 1831, che proiettava cioè verso la moda del futuro, o di un ritocco ’32 nel segno della contemporaneità): in compenso non sfuggiva all’occhio erudito di Pedro che i sandali del diavolo fossero del tipo usato “prima del diluvio, come riportato con minuziosa accuratezza nella ‘Tolemaide’ del Rabbi Vathek” – ovviamente un gioco ammiccante a Beckford. Ma niente sganasciamento del diavolo, niente “Rituel Catholique” in tasca, niente mancanza d’occhi. Il narratore aggiungeva però di aver trovato in certi archivi di Venezia – classiche fonti fittizie – la notizia che “Garcia, il metafisico, era un uomo estremamente piccolo, ma combattivo”… Torniamo al testo definitivo.
Il diavolo versa da bere a Bon-Bon e lo invita a mettersi comodo come fosse a casa sua. E incalza che il suo libro è acuto, “un’opera secondo il mio cuore” (nella versione originale aggiungeva di essere venuto da lontano, perché – fermo restando che gli uomini di certe materie non sanno niente – le dottrine del protagonista erano approdate più vicine al punto di ogni altra, e “I like your doctrines, Signor Pedro”).
Poi certo, continua il diavolo, qualche miglioramento è possibile. Molte cose gli fanno venire in mente Aristotele – per inciso l’ha conosciuto bene, gli piaceva molto per il pessimo carattere e per i granchi che prendeva: al punto che è stato lui per pura compassione a fornirgli quell’unica “divina verità morale” nella sua opera, il fatto che gli uomini starnutiscano via le idee superflue…
Bon-Bon continua a bere (sta cominciando ad avere il singhiozzo da sbronza) e offre ad diavolo la tabacchiera, offerta che quello graziosamente declina passando a parlare di un’altra sua vecchia conoscenza, Platone. Si erano incontrati al Partenone, Platone gli aveva confessato

ch’era al verde di idee; io gli ordinai di scrivere che ο νους εστιν αυλος [cioè “il pensiero/mente è άϋλος, immateriale” – non αυλός, flauto]; egli mi rispose che l’avrebbe fatto, e se ne andò a casa, mentre io me ne andavo verso le piramidi [luogo arcano, adatto al diavolo, e collegato già negli autori dell’orientalistica a storie di creature sovrannaturali]. Ma la coscienza mi rimordeva d’aver proferito una verità, sia pure per aiutare un amico, e m’affrettai a tornare ad Atene. Giunsi dietro la sedia del filosofo, proprio mentre stava scrivendo αυλος, e, dando al lambda un buffetto con un dito lo capovolsi, in modo che, ora, la sentenza suona ο νους εστιν αυγος [cioè “il pensiero/mente è luce”, che in questo contesto farsesco si potrebbe anche tradurre “il buonsenso arriva col mattino”], che è, lo capite bene, la vera base della sua metafisica.

Ovviamente in Platone non c’è nulla del genere, ma Poe sta qui ricordando un episodio citato in “Koran” di Richard Griffith (ma spesso ricondotto a Lawrence Sterne) su un prete cinquecentesco che imbattutosi appunto nella frase νους εστιν αυλος, “la mente umana è άϋλος, immateriale”, e avendo trovato il richiamo allo strumento a fiato, aveva articolato quindici argomentazioni accademiche per dimostrare il nesso tra l’anima e un fischio.
Continuando a bere, il ristoratore domanda allora all’ospite se sia mai stato a Roma, e quello risponde che l’aveva fatto una sola volta nel corso di un’anarchia durata cinque anni (intende il periodo 86-82 a.C. tra la morte di Mario e il ritorno di Silla), durante i quali gli unici magistrati erano tribuni del popolo – e dunque non ha conoscenza di alcuna filosofia romana. La battuta richiama insieme probabilmente un certo disprezzo (anche di Poe) verso il popolo come massa e insieme la sottostima al tempo per il pensiero filosofico latino, con tanto di citazione in calce di una frase di Condorcet sui romani che scrissero “di filosofia (Cicerone, Lucrezio, Seneca), ma era la filosofia greca”. Alla domanda poi su cosa pensi di Epicuro, il diavolo si chiede se voglia criticarne il pensiero: è lui Epicuro, e quando Bon-Bon – un po’ brillo – protesta che si tratta di una bugia, il diavolo si mostra molto lusingato. Bon-Bon continua a bere.
Il visitatore torna allora all’opera del suo ospite, contestandogli “tutte quelle frottole intorno all’anima. Vi prego, signore, che cos’è l’anima?” – e c’è una lunga sequenza molto divertente di battute in cui il filosofo cerca di rispondere e l’altro continua a contraddirlo, fino a farsi girare la domanda da Bon-Bon irritato (e che approfitta per bere ancora). Il diavolo minimizza meditabondo, la questione non è così importante, lui ha “assaggiato… cioè a dire, […] conosciuto alcune anime assai malvage, e alcune anche… abbastanza buone” conclude schioccando le labbra. E qui Poe si diverte a giocare su uno spunto di Aristotele, dove parla delle funzioni dell’anima, cioè nutritiva, sensitiva e razionale: solo che, sull’onda degli interessi del foodie Bon-Bon, da nutritiva passa a nutriente… Avendo però il diavolo accidentalmente toccato il volumetto che ha in tasca, gli parte una raffica di starnuti (nella prima versione ciò accadeva invece quando la appoggiava sul volume di Pedro, che prendendo appunti annotava: “N.B. Divorum inferorum cachinnatio sternutamentis mortalium verisimillima est”).
Poi il diavolo continua con commenti sparsi sul sapore di singole anime, Cratino (“passabile”), Aristofane (“piccante”), Platone (“squisito… non il vostro Platone, ma il Platone poeta comico; il vostro Platone avrebbe fatto rivoltare lo stomaco persino a Cerbero… puah!”), e via via altri commediografi e poeti greci e latini come il caro Quinty, come lui chiama Quinto Orazio Flacco, che all’inferno intonava un Seculare (nel senso del “Carmen saeculare”) mentre veniva abbrustolito su un forcone. Ma i Romani ultimi difettano di sapore, “Un Greco pienotto vale una dozzina di loro, e, per di più, si conserva, il che non si può dir d’un Quirite… Sentiamo il vostro Sauterne”. Dove la presa in giro delle citazioni dotte si gioca in un sapore da tavola calda: e in effetti l’idea delle anime mangiate dal diavolo trova precedenti di possibile ispirazione per Poe nella I lettera di Pietro (“il diavolo, si aggira come un leone affamato, cercando qualcuno da divorare”, 5, 8), in Dante (“Inferno”, XXXIV) e soprattutto nei visionari “Sueños y discursos” di Francisco de Quevedo Villegas (1627) di cui non casualmente è uscita una riedizione in inglese a Philadelphia proprio nel 1831.
Mentre Bon-Bon, che ormai ha rinunciato a stupirsi, si sforza di tirar giù le bottiglie in questione, sente un rumore come di coda che si dimena, e non volendo mostrare di aver colto “un comportamento così indecente da parte di Sua Maestà, si limitò a dare un calcio al cane, ingiungendogli di star fermo”. Il diavolo continua coi commenti sui sapori degli autori romani che richiamano quelli greci (per esempio, “Tito Livio era positivamente Polibio e nessun altro”) e intanto a Bon-Bon è venuto il singhiozzo. L’interlocutore incalza:

– Ma se io ho un penchant, Monsieur Bon-Bon… se io ho un penchant, l’ho per un filosofo. Tuttavia, lasciatemelo dire, signore, non tutti i diav… voglio dire non tutti sanno come scegliersi il loro filosofo. Quelli lunghi non sono buoni; e anche i migliori, se non sono sgusciati come si deve, tendono ad essere un po’ amarognoli, per via del fiele.

Sgusciati cioè “tirati fuori dalla carcassa”, chiarisce a beneficio di Bon-Bon, che spaventato (e continuando a sobbalzare – “ghiup!” – per il singhiozzo) cerca di spostare la sua attenzione su un’altra categoria, i medici: ma il diavolo si dichiara nauseato dal gusto di Ippocrate, che oltretutto gli aveva causato il raffreddore (quando l’aveva lavato nello Stige) e persino il colera asiatico. Del resto bisogna sapersi industriare: tanto più che in un clima come quello infernale spesso un’anima non si conserva più di due o tre ore, e se non la si piazza subito in salamoia – che peraltro non la rende buona – prende a puzzare e marcisce. A Bon-Bon allora sfugge di esclamare il nome di Dio, la lanterna prende a oscillare e il diavolo, dopo un momento di agitazione gli risponde a bassa voce: “Ve lo dico chiaro e tondo, Pierre Bon-Bon; non dobbiamo più bestemmiare”.
Poi, mentre il filosofo continua a bere, il diavolo continua a spiegare che la maggior parte dei suoi simili muore di fame, qualcuno si adatta alla salamoia, mentre lui ha trovato il sistema di procurarsi le anime vivente corpore, il che permette di conservarle bene. Quanto al corpo – tema che, tra un singhiozzo e l’altro, preoccupa il sempre più brillo Bon-Bon – il negozio da lui proposto non lo tocca affatto, le parti non ne hanno mai avuto alcun inconveniente.

– […] Vi furono Caino, e Nemrod, e Nerone, e Caligola, e Dionisio, e Pisistrato e… mille altri, che, negli ultimi tempi della loro vita, non seppero mai che cosa volesse dire avere un’anima; eppure, signore, tali uomini furono un ornamento della società. Non vi è A…, ora, che voi conoscete bene quanto me? Non è egli in possesso di tutte le sue facoltà mentali e corporali? Chi sa scrivere un epigramma più pungente? Chi sa ragionare con più arguzia? Chi – ma aspettate! Ho nel mio taccuino, il suo accordo.
Così dicendo, tirò fuori un portafogli rosso e ne trasse alquante carte, su alcune delle quali Bon-Bon colse, con un’occhiata, le lettere Machi… Maza… Robesp… e le parole Caligola, Giorgio, Elisabetta.

E da lì estrae il patto in questione, dove “In cambio di certe doti mentali che non è necessario specificare e, inoltre, di mille luigi d’oro” un certo A. “dell’età d’un anno e un mese” (ancora infante ma già in grado di contrattare) cede ogni diritto “sull’ombra chiamata” la sua anima. “A.” è senz’altro François-Marie Arouet, cioè Voltaire, che dal tenore dei discorsi sembrerebbe ancora vivo al tempo della scena descritta: muore nel 1778, e visto che tra i patti c’è anche quello firmato da “Robesp…” cioè evidentemente Maximilien Robespierre, nato nel 1758, a rigore la storia sembra ambientarsi in quel ventennio, sotto il lungo regno di Luigi XV, fino al 1774, o nei primissimi anni di Luigi XVI. L’immagine peraltro di un Robespierre diabolico sarà molto presente nell’immaginario popolare anglosassone, basti leggere “Zanoni” di Edward Bulwer-Lytton, 1842.
Tra gli altri nomi di presunti firmatari, a parte Machiavelli (“Machi…”), il cardinale Mazzarino (“Maza…”) e Caligola, c’è un’“Elisabetta” che è la grande regina inglese celebrata come vilain in età romantica per aver fatto giustiziare Maria Stuarda; e poi un “Giorgio” che può essere Giorgio III del Regno Unito, il re folle (forse per porfiria, o intossicazione da piombo o arsenico) contro cui gli americani hanno condotto vittoriosamente la loro rivoluzione, o forse – con un po’ di forzatura cronologica – Giorgio IV che Poe detesta.
Ma per quanto in gamba, commenta il diavolo, quel tipo (cioè Voltaire) s’inganna come ha fatto Bon-Bon: come se un’ombra – così la chiama – potesse cucinarsi in fricassea…
Nella prima versione, in questa parte molto simile (mancavano però i singulti da sbronza del metafisico), al posto del richiamo a Robespierre si leggeva RICHEL, ovviamente il cardinale Richelieu (anche se nella seconda versione, 1835, la dicitura appariva scorciata in “RICH…” e si è pensato a Riccardo III), e il nome DOMITIAN campeggiava al posto di quelli di Caligola e “George”. Inoltre l’“A.” di Arouet/ Voltaire era decisamente indicato come “V…”, e il patto appariva esplicitamente firmato “FRANCOIS MARIE AROUET”.
Torniamo insomma al mito di Faust che nel corso dell’Ottocento romantico, sull’onda di Goethe e non solo, conosce uno straordinario successo: Faust, in realtà, e infiniti suoi epigoni, si pensi solo a Vathek, al citato Peter Schlemihl, alle figure in senso lato faustiane di Byron ma anche di Hoffmann, al “Melmoth” di Maturin (1820), a “The Devil and Tom Walker” di Washington Irving (1824), alle leggende su Giuseppe Tartini e Niccolò Paganini, fino al “Maître Zacharius ou l’horloger qui avait perdu son âme” di Jules Verne, 1854, ispirato a Hoffmann e allo stesso Poe. Non manca il cosiddetto “The Yankee Faust” Jonathan Moulton, eroe americano (1726-1787) dalle leggendarie avventure e che avrebbe cercato di giocare il diavolo, vendendogli l’anima a patto che quello gli riempisse gli stivali di monete d’oro il primo giorno di ogni mese: prima si sarebbe procurato la maggiore raccolta di stivali del New Hampshire, e poi ne avrebbe tagliato le suole sopra buchi del pavimento, in modo che gli stivali non potessero riempirsi e la cantina fosse inondata d’oro. Resosi conto del trucco, il diavolo gli avrebbe bruciato la casa per vendicarsi (l’incendio è autentico, 15 marzo 1769), e le monete sarebbero sparite.
Ma ormai, causa il vino, il nostro Bon-Bon non ha più molto controllo: anzi, tra i fumi dell’alcool si è fatto la pensatina di un accordo col visitatore, comincia a citare la propria anima e il diavolo sembra interessato. Bon-Bon commenta che la sua anima è

– […] peculiarmente qualificata… per… ghiup! uno…
– Che cosa, signore?
– Stufato.
– Ah!
Soufflée.
– Eh?
– Fricassea.
– Davvero!
Ragout e fricandeau

E ora vorrebbe concludere l’affare. Ma il diavolo si alza ribattendo che non ci pensa neanche: e in una deliziosa serie di battute alternate a quelle del filosofo sempre più basito e ruttante singhiozzi, chiarisce che al momento è già ben provvisto, inoltre non ha fondi, e in più “sarebbe poco bello” da parte sua approfittare delle “presenti condizioni disgustose e indecorose” dell’interlocutore (nella prima versione si limitava a citare la sua “situazione peculiare”). Come in “The Duc de L’Omelette”, neanche qui si sogna di barare: ovviamente per orgoglio e non per bontà, ma è ciò che garantisce il lieto fine.
Per cui il visitatore si ritira e sparisce. E nello sforzo di tirargli dietro una bottiglia, Bon-Bon finisce con lo strappare la catena della lampada, che gli finisce in testa atterrandolo. Tutta la storia, insomma, potrebbe essere la fantasia di un Masterchef ubriaco con fisse da letture tedesche, svenuto per una botta in testa.
Il delizioso racconto, che riscuote successo e commenti positivi sulle qualità dell’autore, coi suoi dialoghi scoppiettanti è ancora una volta prova di una genuina vocazione teatrale – cui peraltro Poe non dedicherà che un singolo tentativo, l’incompleto dramma “Politian” (1835).
Ma in ogni caso con il “Metzengerstein” i suoi racconti pubblicati quell’anno sul ‘Philadelphia Saturday Courier’ sono ben cinque e tutti anonimi: ed è a quel punto che un editoriale – probabilmente a firma dell’editore Lambert A. Wilmer – ringrazia pubblicamente Poe come autore, lodandone originalità e stile. Intanto il Nostro sta preparandosi a opere più impegnative: e in particolare a “MS. Found in a Bottle”, che apparirà l’anno successivo.

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