di Mauro Baldrati

daniel-blake-982x540Di per sé il film non necessita di elaborate riflessioni. E’ semplice, ben fatto, forte, con una sceneggiatura che tiene fino alla fine. Costituisce un ritratto spietato, a tratti verista, del mostro burocratico che infuria nel welfare inglese, o almeno ciò che ne resta, dopo le scorrerie liberiste di Margaret Thatcher. E’ preciso, persino puntiglioso, nel suo impianto “avvocatesco” come l’ha definito Goffredo Fofi.

Daniel Blake è un falegname reduce da un brutto infarto, che l’ha privato anche del sostentamento. Il suo referto medico, infatti, gli impedisce di lavorare. Per cui non gli resta che richiedere l’assegno di invalidità. E qui inizia l’incubo, il viaggio allucinante nei meandri di una burocrazia dominata da moduli da compilare on-line, che per Daniel, un uomo vecchio stampo che non conosce i computer, sono un ulteriore motivo di sofferenza. Si scontra, spesso protestando e indignandosi, con normative che si contraddicono l’una con l’altra, imposte da gelidi funzionari che non hanno nulla di umano, sembrano macchine parlanti. La pensione gli viene negata, dopo una specie di odissea che strappa indignazione ma anche più di una risata allo spettatore, travolto da un mix di ironia e teatro dell’assurdo, che suscita domande tipo: “Ma come sono messi gli inglesi? Peggio di noi!”.

Daniel non ha altre risorse che l’indennità di disoccupazione, in attesa di un ricorso che non può presentare perché manca “la telefonata del responsabile” che conferma il rifiuto della pensione. Ma anche qui la maschera crudele della burocrazia mostra la sua smorfia. Per accedere al sussidio deve dimostrare che passa 35 ore alla settimana a cercare lavoro, soprattutto con un sistema on-line (di nuovo). In uno dei suoi sussulti di “cittadino” fa presente che non può cercare lavoro, perché i medici l’hanno giudicato inabile. E allora deve fare richiesta di assegno di invalidità, ribatte la funzionaria-macchina (risate tra il pubblico). Respinta, dice. La funzionaria-macchina non si scompone, chiede cosa intende fare: vuole compilare il modulo o no?

La storia va avanti con ritmo incalzante, con un accanimento che risulta persino eccessivo, probabilmente per difesa psicologica dello spettatore, che forse ha rimosso i deliri burocratici di casa propria, e vederli rappresentati con un tale puntiglio crea un meccanismo difensivo di stupore. Daniel più volte ha la tentazione di lasciare perdere, di mandare tutto al diavolo, ma sa che questo è proprio ciò che vogliono “loro”: eliminare i richiedenti bisognosi, buttarli in strada in stato di emarginazione terminale a sopravvivere coi buoni del banco alimentare. Ogni tanto un raggio di luce, nella fotografia volutamente squallida e povera, si sprigiona dalla solidarietà che si manifesta tra gli appartenenti alla stessa classe degli esclusi, delle vittime del sistema liberista classista. Come il rapporto tra Daniel e una madre single con due figli che riesce a malapena a sfamare. E’ una specie di vitalità, un elemento di speranza nel gelido deserto della burocrazia.

Se fosse un film neorealista avrebbe un finale aperto, con auspici positivi, ma il terribile senso di impotenza che pervade il personaggio si chiude, coerentemente, in tragedia: la tragedia di un cittadino che non vale nulla, che non esiste, la cui dignità viene calpestata fino alla fine.

Fine, appunto.

Invece no. Perché qui sta il limite del film. Un limite che non riesce a riscattarsi nel clima di forte denuncia sociale. Un clima avvocatesco, non politico.

Quello che Ken Loach rappresenta si può dividere in due archetipi: un sistema sociale-burocratico che ha dichiarato guerra: all’umanità, all’uomo in quanto tale. Guerra alla specie. Che cos’è la guerra? E’ predazione, occupazione violenta di territori, di comunità, eliminazione dei diritti e dell’autodeterminazione. I popoli sono invasi da truppe di occupazione che dispongono di loro, del lavoro, del futuro. Chi sgarra viene eliminato.

Il secondo archetipo è una vittima, Daniel Blake. Una delle tante, privato delle sue poche risorse, che vengono inglobate dagli occupanti. Se non serve più, che si faccia da parte. Se muore, è meglio. Una zavorra in meno. Daniel si trascina nel suo ruolo di vittima, continuamente. Cerca di opporre la sua dignità al meccanismo antiumano che lo domina. Ma poiché il sistema risponde con nuove aggressioni burocratiche, si sente umiliato. Ma come, umiliato? Che si fa in caso di guerra, contro le truppe di occupazione? Se non esiste un esercito che possa combattere a viso aperto si fa resistenza. Ogni mezzo è lecito contro chi ci ha dichiarato unilateralmente guerra. Resistenza, anche solo individuale se non vi sono altre risorse. Senza avere mai per la testa, neanche lontanamente, il dubbio dell’umiliazione. Invece Daniel continua a opporre il suo stato di “cittadino”, coi suoi valori integri, onestà, sincerità, a funzionari-macchina senza scrupoli che sono pronti a terminarlo. Come la lettera finale, scritta a mano, che viene letta in un momento altamente emotivo dalla ragazza madre: Io sono un uomo, scrive Daniel, non sono un ladro, non un parassita, ma semplicemente un uomo. Un ladro? Un parassita? Quando ti hanno tolto tutto, ti hanno rovinato la vita e la salute, a te, ai tuoi cari, ti poni il problema di essere un ladro? Non credi di dovere resistere ad ogni costo, cercando per quanto possibile di fregare il blocco di occupazione? Non sta qui la vera dignità, nella resistenza?

Per esempio la scena del graffito, esemplare: arrivato al punto di massima esasperazione scrive sul muro il suo nome, la sua storia: lasciatemi fare ricorso, prima di farmi morire di fame. Riceve gli applausi della gente, attestati di solidarietà, e l’arrivo della polizia. Arrestato, gli viene consegnata un’ammonizione. Per una volta nessuna sanzione, anche considerando la sua condotta esemplare, ma alla prossima… Daniel subisce a testa bassa e se ne va con le spalle curve, cittadino umiliato. Cazziato e perdonato. Per ora.

Ma come? Sei l’Archetipo nell’Archetipo e non lo scrivi di nuovo, e ancora, di notte, senza farti vedere, e se ti arrestano neghi: io? Non l’ho scritto. Chissà chi è stato. E poi lo riscrivi, riempi la città di scritte, fai viaggiare il tuo messaggio di lotta, di resistenza. Affermi la tua esistenza. Perché sei in guerra. E non l’hai dichiarata tu.

Per questo il film ha vinto la Palma d’Oro. Questi premi istituzionali, cinematografici, letterari, sono attenti alla qualità, alla denuncia sociale, e questo film non scherza; ma c’è un limite preciso: ben venga l’indignazione, la rappresentazione delle storture, la prepotenza, l’ingiustizia, ma non si deve uscire dall’emotività; non si deve scavalcare lo steccato della regola non scritta: non ci si azzardi a entrare nella fase strutturale, mettendo davvero in discussione l’esistenza stessa del sistema, il suo ribaltamento e la sua distruzione.

Questo mai.
Se lo fai, se salti lo steccato, il premio te lo scordi.

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