di Cittadini di Montemesola

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La bellezza dei luoghi che circondano l’abitato pare essere nascosta agli occhi di chi ci vive. I palazzacci sorti negli anni Sessanta prima, le brutture architettoniche degli ultimi quindici anni dopo, hanno ostruito la visuale, impediscono che lo sguardo spazi, si liberi verso il mare, le vallate e l’aperta campagna.

Dove non è arrivata l’edilizia, ci ha pensato l’agricoltura intensiva a confondere la vista. Dalla terrazza panoramica lungo la via che porta fuori da Montemesola in direzione Sud, un tempo si vedeva il mare. Oggi però, è difficile scorgerlo, confuso com’è tra i teloni di plastica che coprono i vigneti.

Continuando lungo quella strada e svoltando a sinistra, in direzione del vicino comune di Grottaglie, provavi invece la sensazione di viaggiare in una dimensione incantata, tra antiche masserie, ulivi secolari e viti. Ora, escluso qualche appezzamento, passi attraverso un’enorme distesa di celluloide: l’uva, se matura prima del tempo, rende molto di più, soprattutto sui mercati esteri.

Anche la Regione Puglia sembra non essersi accorta della bellezza di queste terre, come se fossero state celate anche agli occhi di chi ha dovuto censirle. Nella relazione che accompagna il piano paesaggistico territoriale, Montemesola è citata poche volte, le immagini che dovrebbero documentare il paesaggio sono solo due: una immortala una cava d’argilla, l’altra rende insignificante un paesaggio che da un’altra prospettiva apparirebbe diverso. Sembra quasi che la vista dal colle su cui sorge il paese non sia importante, che nei dintorni non ci sia niente di significativo.

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La storia che state per leggere non è originale, ognuno di voi potrà trovare dei riscontri sul proprio territorio, dove situazioni magari diverse, rispondono alla stessa logica: quella della massimizzazione dei profitti privati, dello sfruttamento incondizionato del territorio e di un’amministrazione comunale priva di progetti, che cede i beni comuni e taglia le spese per fare cassa, mentre i sevizi fondamentali vengono affidati a privati, spesso facendo lievitare i costi invece che ridurli.

Montemesola e la sua gravina

Montemesola è un comune di appena quattromila abitanti a pochi chilometri da Taranto. A luglio l’amministrazione comunale ha deciso di cedere la strada che porta alla gravina, un canyon di origine carsica caratterizzato da alcuni strati risalenti al pleistocene. Una scelta che impedirebbe l’accesso a chi vuole visitare un’area di incredibile bellezza.

Le gravine non sono rare da queste parti, caratterizzano la zona. In esse hanno trovato il loro habitat specie vegetali e faunistiche non comuni, mentre l’uomo le ha abitate da tempi remoti sino al secolo scorso, dando vita a quella che viene definita “civiltà rupestre”.

La Regione Puglia, per tutelare e proteggere queste aree, ha istituito nel 2005 il Parco regionale “Terra delle gravine”, del quale, assieme a Montemesola, fanno parte altri tredici comuni. Ma, tranne che in alcuni casi, l’istituzione del parco è stata vista più come un impedimento che come un’opportunità di sviluppo. Per questo, oggi è possibile che l’amministrazione comunale giudichi la strada che porta in quel luogo come un inutile ricettacolo di immondizia, un bene da cedere per rimpinguare le esigue casse comunali, invece che un’area da valorizzare.

Ma andiamo con ordine.

Il debito

Fino a qualche anno fa gli attuali amministratori si vantavano di aver riportato in attivo i bilanci comunali, poi, però, la Corte dei conti li ha costretti a rivedere alcune voci, ed è così venuto fuori un debito che sfiora il milione di euro.

Ancora oggi nei bilanci sono riportate in attivo cifre esorbitanti, somme da incassare mediante il recupero dell’evasione fiscale, ma, da recenti accertamenti, è risultato il contrario: in molti casi è il Comune a dover restituire dei soldi ai cittadini, perché li ha costretti a pagare imposte più alte del dovuto.

In altri casi è capitato invece che, cittadini in regola con i pagamenti, abbiano ricevuto ingiunzioni gravate da interessi di mora. Una vicenda al limite della truffa.

Adesso le tasse sono al massimo; affittano a privati la struttura che ospitava l’asilo comunale a una cifra irrisoria; hanno privatizzato servizi essenziali come l’illuminazione pubblica, la mensa scolastica e gli scuolabus, e si apprestano a vendere, per appena settemila euro, la strada che porta alla gravina. La ragione è sempre la stessa: fare cassa, anche se poi i fatti dimostrano l’esatto contrario.

All’orizzonte manca un progetto per ridare speranza a un paese che, più di molti altri, ha risentito della crisi industriale che ha investito il tarantino, e dove la disoccupazione si aggira attorno a cifre al di sopra della media nazionale (nel 2013 era stimata al 16,3%).

Un paese governato da amministratori che non si sforzano di leggere la realtà e offrire soluzioni. Vanno avanti per slogan (molti dei quali riciclati dal ventennio berlusconiano) e alla giornata, senza dare prospettive ai cittadini che sentono sulle loro spalle il peso della crisi.

Eppure le risposte da dare sarebbero molte, in un territorio che sta passando da salari dignitosi, guadagnati in quanto operai Ilva, a un livello del reddito molto più basso, garantito da lavori stagionali, soprattutto in agricoltura. Un arretramento di decenni, accettato spesso con rassegnazione: “almeno in questo modo molti un lavoro lo hanno, anche se mal pagato” – si sente spesso dire.

La retorica dell’amministrazione, che nasconde dietro le chiacchiere il totale disprezzo per i beni comuni e l’assoluta mancanza di progetti per lo sviluppo, vuole che il lavoro lo portino i privati; il pubblico, a parte privatizzare e cedere beni appartenenti alla collettività, poco può fare.

Tacciono invece sul fatto che una progettualità pubblica potrebbe creare l’humus necessario anche allo sviluppo di attività private. Evidentemente sul bignami del neoliberismo dal quale si nutrono, questo non è scritto.

Così, non ci si rende conto delle opportunità che potrebbero offrire al territorio il parco regionale “Terra delle gravine” e la rete di cammini chiamata Green road, di cui la strada che vogliono cedere fa parte.

Le origini del parco

Per comprendere quanto sta avvenendo in questi giorni, è necessario fare un salto indietro nel tempo, e tornare agli anni precedenti all’istituzione del parco: solo così sarà possibile capire la totale assenza di progetti delle amministrazioni che si sono succedute.

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Siamo nel 2000. Nell’aprile di quell’anno a Montemesola si è insediata una giunta anomala, guidata da Forza Italia, ma appoggiata dai Ds, che esprimono il vicesindaco, e da Rifondazione comunista, che si scioglie qualche anno dopo. Va a sostituire la giunta che ha governato il paese dal 1996 ad allora: un monocolore dei Comunisti italiani che ha perso le elezioni per appena quattrocento voti (1208 contro i 1626 della “grande coalizione”).

Uno dei primi atti della nuova amministrazione è datato 16 novembre 2000, si tratta della proposta di perimetrazione del parco “Terra delle gravine” per quanto riguarda il territorio di Montemesola: stravolgendo la proposta della Regione, sono esclusi dalle aree tutelate il centro storico, anche se l’inclusione nel parco avrebbe garantito fondi per il suo restauro, la valle del Visciolo, quella delle Molinelle, e il versante del colle su cui sorge il paese che degrada verso la gravina.

Circa un anno dopo, il 24 dicembre del 2001, il comune di Montemesola, assieme alla Comunità montana della Murgia tarantina, alla Provincia di Taranto e ai comuni di Crispiano, Ginosa, Grottaglie, Laterza, Massafra e Statte chiede alla Regione di sospendere ogni decisione circa la perimetrazione, anche perché nell’area protetta si è deciso di inserire la gravina di Villa Castelli, un comune in provincia di Brindisi.

Tra il 2002 e il 2004 si ha un giro di preconferenze durante le quali viene stabilito che l’area protetta sarà complessivamente di circa 29mila ettari invece dei 51mila previsti in origine, di questi solo 21.652 costituiranno quella che viene denominata zona 1, l’area a maggior tutela. La porzione di gravina che rientra nel territorio di Montemesola non è tra queste, è classificata come zona 2.

Una delle ragioni che giustificano il ridimensionamento del parco è che le tutele estese a un’area più vasta avrebbero danneggiato l’agricoltura ma, tra il 2000 e il 2005, invece che la costituzione di nuove imprese agricole, la regione autorizza l’ampliamento di quattro cave sul territorio di Montemesola, due delle quali (attualmente in disuso) ricadenti su porzioni del territorio che in un primo momento erano state incluse nell’area tutelata, dove un’operazione del genere non sarebbe stata possibile.

Il parco “Terra delle gravine” viene istituito con una legge regionale datata 27 dicembre 2005, e solo con le modifiche apportate con la legge regionale del 21 aprile 2011 la gravina di Montemesola entra a far parte della zona maggiormente tutelata. Però, anche le amministrazioni subentrate alla “grande coalizione”, una guidata sempre da Forza Italia, e l’attuale, che fa capo all’Udc, non si sono mai preoccupate di valorizzare quell’area, né di puntare sulla promozione del territorio.

La gravina di Montemesola

Tra tutte le gravine dell’arco Jonico, quella di Montemesola è unica, sia per la cascata alimentata dalle piogge che la contraddistingue, sia per la storia e le costruzioni che la caratterizzano.

Le grotte che adornano le pareti del canyon furono usate come abitazioni sin dal neolitico, assieme a capanne delle quali sono stati rinvenuti alcuni buchi per fissare i pali. Da rilievi archeologici condotti a metà degli anni Ottanta, sono emersi reperti ceramici, sempre risalenti al neolitico, e un tratto di strada, probabilmente di epoca romana.

Nel 1804 il marchese che allora dominava su queste terre volle trasformarla in un vero e proprio parco: vi fece costruire una porta monumentale e diverse strutture, tra le quali il castelletto panoramico di Don Ciro, tuttora esistente.

Pare che nel primo anno del Decennio napoleonico i soldati francesi di stanza a Taranto apprezzassero particolarmente questo luogo, come tutti gli abitanti di Montemesola e del circondario, e, come loro, vi giungevano per passare il tempo libero in un posto considerato tra i più belli della provincia.

L’alluvione del 1806 distrusse quasi ogni cosa, così, delle opere che erano costate al marchese circa 4mila ducati, a noi sono giunte solo le rovine.

Anche le scale che consentivano di accedere alle grotte dipinte furono distrutte dall’alluvione. In una di esse, quella di Sant’Angelo, pare fosse raffigurato un nano armato di scure, che ammoniva i visitatori dicendo: “Sappi che qui è luogo sacro”. Probabilmente il nano, e chi gli mise in bocca quelle parole, non furono i primi ad affermare la sacralità del luogo. Forse quel posto è considerato sacro da millenni.

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Secondo Michele Pastore, dell’Istituto per l’ambiente marino costiero del Cnr, e Sabrina Del Piano, della provincia di Taranto, la gravina di Montemesola custodirebbe un altare sacro, forse di origine proto-villanoviana, del tutto simile, tranne che per i materiali, alla Scala santa e al Masso del predicatore, due opere rinvenute nel viterbese negli anni Ottanta e risalenti alla stessa epoca. Come questi è costituito da una scalinata scavata nella pietra che permette di accedere alla superficie superiore, mentre, alla base, si apre una grotticella artificiale di forma emisferica.

Poco distante, tra monte Castello e la masseria Era, in una località collegata alla gravina da una strada che oggi il passaggio di una provinciale tronca, vi sono i resti di un altro villaggio neolitico; nei suoi pressi sono stati rinvenuti reperti riconducibili a una stazione di caccia risalente alla stessa epoca.

I vecchi di queste parti raccontano un’antica storia: il giovedì notte vagherebbe per il paese una processione di morti, guai a riconoscere qualcuno di loro! Il malcapitato che lo facesse sarebbe condannato egli stesso alla morte, o a forti febbri.

Una leggenda probabilmente di origini molto antiche, che, se posta in correlazione con la stazione di caccia neolitica e con l’altare sacro, evoca suggestioni ancestrali, che riportano alla “Storia notturna” studiata da Carlo Ginzburg e a una mitologia che nel Sud Italia ha pochi riscontri.

A circa due chilometri in linea d’aria dalla gravina, vi è invece monte Salete, un rilievo in territorio di Grottaglie, ma più vicino a Montemesola, dove è dimostrata la presenza dell’uomo dal neolitico fino all’età medievale, e dal quale, secondo alcune fonti, proverrebbero i primi abitanti di Montemesola: gente di cultura greca che, attorno all’anno Mille, si oppose al volere dell’Arcivescovo di Taranto che pretendeva si trasferissero nella vicina Grottaglie.

Secondo alcune ipotesi, quel luogo potrebbe essere il sito in cui sarebbe sorta la Sallentia polis Messapion, la città messapica citata dal geografo Stefano di Bisanzio che darebbe il nome all’intero Salento.

Lì, sul finire degli anni Sessanta, fu trovata una trozzella (un tipico vaso messapico), oggi conservata alla gliptoteca Carlsberg di Copenaghen, sulla quale erano raffigurati due atti di sfida agli dei, quello di Diomede, tutto sommato perdonabile, e quello di Capaneo, da punire senza pietà. Quasi a rimarcare il contatto di questi luoghi con il sacro anche in epoca classica.

Tutto questo però, a chi amministra sembra interessare poco, sia dal punto di vista storico-culturale, sia da quello del marketing territoriale.

In paese quasi tutti ignorano che due anni fa alcuni ricercatori, assieme alla Libera università di Amsterdam, hanno condotto delle ricerche a monte Salete, e il sindaco non perde occasione  per rimarcare che parlare di turismo a Montemesola è un’utopia, come ha più volte fatto nella recente campagna elettorale.

Eppure, se ci fossero dei progetti, l’utopia sarebbe molto più concreta di quanto voglia far credere.

Utopia o possibilità?

Montemesola è una località centrale, a pochi chilometri da Taranto, Martina Franca, Crispiano e Grottaglie, tutti luoghi in cui la presenza turistica è in crescita. Lecce dista poco più di un’ora, e meno di un’ora ci si mette per arrivare a Bari. Il mar Piccolo di Taranto è ad appena cinque minuti, mentre le località balneari della costa orientale del tarantino distano poco più di venti chilometri.

In altre regioni, una località del genere sarebbe valorizzata e presa come punto di riferimento, qui si fa passare la totale assenza di progettualità e lo sperpero di risorse pubbliche come la norma. Il resto sono utopie.

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Così, mentre viene pavimentata per la seconda volta in due anni via Regina Margherita, sprecando un finanziamento regionale rivolto ai centri storici; mentre il palazzo marchesale, dove sono staterimosse le chianche settecentesche, viene “restaurato” malamente e lasciato chiuso a marcire; una delle collezioni di strumenti musicali più importanti d’Italia lascia Montemesola alla volta di Lecce, perché qui non ha trovato lo spazio per essere esposta. Allo stesso modo i magazzini del Marta, il museo archeologico di Taranto, sono pieni di reperti trovati da queste parti, in attesa di essere messi in mostra, e uno degli ori di Taranto, la collezione più pregiata del museo, proviene proprio da queste zone. L’archivio storico comunale invece, è abbandonato a sé stesso, tra polvere e umidità. Il palazzo marchesale, del quale buona parte appartiene al Comune, però è chiuso, bollato come inutile dal sindaco. La sua apertura e la destinazione a ospitare tutto questo, utopie anch’esse.

Torniamo alla gravina

Nel frattempo la gravina è passata di mano. Gli eredi del vecchio marchese, che avevano sempre lasciato libertà di accesso, tanto che negli anni, oltre che meta di bambini in cerca di avventura, era diventata punto di riferimento per escursionisti, appassionati di trekking e di canyoning, l’hanno ceduta. Adesso è di proprietà di un grosso imprenditore agricolo che non solo ne impedisce l’accesso, adducendo varie scuse, ma ha chiesto al comune di acquistare la strada che porta in quel luogo.

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Il comune ha subito acconsentito, aprendo in tutta fretta la procedura di sdemanializzazione, una procedura basata su di una relazione tecnica che ricalca in tutto e per tutto quella presentata dal possibile acquirente, il quale descrive quella strada come un vicolo cieco, ricettacolo di ogni tipo di pattume, dalle siringhe ai preservativi usati.

Nella relazione, ovviamente, non si dice che vendendo quel tratto di strada si troncherebbe un cammino di origini antichissime e si precluderebbe l’accesso alla gravina; non si fa alcuna menzione al fatto che quella strada fa parte della Green road, una rete di cammini ideata dal Gal colline ioniche, che attraversa la parte orientale della provincia di Taranto e che porta dai colli sino al mare.

Anche il Gal sembra non essere convinto di quanto ha ideato, e si è detto poco interessato alla vicenda di Montemesola. Così, mentre i paesi lungo il tracciato della Green road vengono riempiti di indicazioni e, in alcuni casi, dotati di biciclette elettriche e stazioni di ricarica, non esiste ancora, neanche online, una mappa dettagliata del percorso, ma solo un’immagine quasi stilizzata che lo rappresenta.

Probabilmente il turismo è considerato un’utopia anche da chi dovrebbe promuoverlo e viene dotato di cospicui fondi per farlo.

A questa concezione senza prospettive del territorio, alla assoluta mancanza di progetti, questa volta però hanno trovato qualcuno che si oppone.

La tua firma

Singoli cittadini, l’Arci e il Pci di Montemesola hanno avviato una petizione che chiede al Comune di ritornare sui propri passi o, in alternativa, al presidente della Regione di non firmare il decreto che rende effettiva la sdemanializzazione della strada, un atto che rappresenta il primo passo prima di procedere alla vendita.

A oggi, le firme raccolte, tra cartaceo e online, sono quasi novecento, la maggior parte delle quali di cittadini di Montemesola. Ma per rendere evidente che la valorizzazione di questi luoghi non è un’utopia, è necessario che tante siano le firme di coloro che questi posti li hanno visitati o vorrebbero farlo, perché affascinati dalle storie e dalla natura che li caratterizzano.

Non si tratta di proporre una monocoltura del turismo che sostituisca quella dell’acciaio, siamo ben consapevoli che il turismo, da solo, a volte porta più danni che benefici, sia in termini di bassi salari, sia di gentrificazione.

Allo stesso modo siamo consapevoli che solo la valorizzazione delle bellezze storiche e ambientali può ridare un po’ di ossigeno a un’area martoriata dalla grande industria (tra le altre cose, Montemesola è uno dei cinque comuni classificati a rischio ambientale nella provincia di Taranto).

Pensare a una produzione pulita, con un indotto degno di questo nome, in un territorio che produce acciaio da decenni e dove non è nata neanche una fabbrica di pentole, non è un’utopia, è solo guardare le cose da una prospettiva diversa. Una prospettiva che non mira solo all’interesse di pochi e alla massimizzazione dei loro profitti, ma cerca di assicurare benessere diffuso in un ambiente vivibile, non ammorbato da veleni.

Un ambiente dove turismo, industria e agricoltura possano convivere, come fanno in moltissimi altri luoghi, e concorrano insieme al benessere di chi quei luoghi li vive.

Un ambiente dove nessuno può proporre stipendi da fame grazie all’elevata disoccupazione, e in cui un’industria sostenibile tiene alto il livello generale dei salari.

Quella per cui lottiamo è una società di uomini liberi, in cui nessuno è ricattabile, anche grazie alla presenza del reddito di base, che, tra le altre cose, contribuirebbe anch’esso a innalzare il livello dei salari.

Certo, in un paese senza una politica industriale e senza progetti per lo sviluppo, come l’Italia, queste possono sembrare utopie, come, nel nostro piccolo, vengono bollati come utopie tutti i progetti che mirano a uno sviluppo sostenibile della zona. Bisogna però essere consapevoli che non si tratta di utopie, ma di alternative realizzabili.

La nostra lotta per impedire la vendita di una strada e per rendere pubblica la gravina è solo un piccolo passo, ma il cammino è lo stesso che in milioni, da secoli, percorriamo: quello per una società giusta in cui vivano uomini liberi. Per questo ti chiediamo di firmare, anche se vivi lontano dai luoghi di cui hai letto. Una nostra vittoria è anche un piccolo passo verso un mondo nuovo.

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