di Sandro Moiso

Trump_cover Andrew Spannaus, Perché vince Trump, Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2016, 106 pagine, € 10,00

Andrew Spannaus, esperto di macroeconomia e geopolitica di origine americane, vive ormai da 18 anni in Italia e negli ultimi anni è spesso intervenuto nella discussione sulle cause e le conseguenze della crisi economico-finanziaria.
Nell’istant book appena pubblicato da Mimesis, nella collana “Il caffé dei filosofi”, egli affronta in maniera agile e concisa il tema delle attuali elezioni presidenziali americane dedicando particolare attenzione ai motivi che hanno fatto sì, da un lato, che Donald Trump sia diventato il candidato repubblicano alla Casa Bianca e, dall’altro, il relativo successo di Bernie Sanders nei confronti dell’attuale candidata democratica, e tutt’altro che sicura del successo nella corsa elettorale, Hillary Clinton.

Nell’analizzare le due “sorprese” della campagna elettorale svoltasi negli Stati Uniti nel corso degli ultimi mesi, Spannaus fa largo uso dell’aggettivo “outsiders” ovvero esclusi, almeno potenzialmente, e da qui fa derivare un’analisi, non sempre scontata, della società americana che li ha votati e che, allo stesso tempo, ha davvero escluso altri candidati dati per favoriti (all’interno del Partito Repubblicano) oppure limitato il successo di colei che vorrebbe ammantarsi del titolo di prima donna alla Presidenza degli U.S.A.

I due outsider settantenni di cui si parla non potrebbero essere, tra di loro, più dissimili: fascistoide, razzista, misogino il primo e dichiaratamente socialisteggiante il secondo. Ancora, mentre il primo è “un immobiliarista e star della televisione che predilige la provocazione e l’insulto per attirare attenzioni su di sé”, il secondo è “un vecchio attivista di sinistra che si batte da decenni per l’uguaglianza e contro le discriminazioni”. Eppure alla base del voto, sostanzialmente di protesta, che li avvicina ci sono elementi che affondano le radici nella stessa crisi economica e sociale che accomuna, di fatto da anni, le differenti componenti della società americana bianca dalla middle class in giù.

La prima comunanza tra i due outsider è data dal necessario rovesciamento del discorso politico operato da entrambi nei confronti dei discorsi ufficiali e ormai pluridecennali condotti dai loro rispettivi partiti. Tanto, infatti, il Partito Repubblicano e quello Democratico hanno difeso la liberalizzazione dei mercati e dei servizi, con tutta la relativa pletora di azioni destinate a dare alle banche (e alla finanza) sempre più libertà di iniziativa e di speculazione, tanto i due candidati indicano in Wall Street la fonte principale dei mali che attanagliano l’economia e la società americana.

Questo tema, e lo vedremo meglio in seguito, accompagna il dibattito economico e politico americano, anche a livello di classe dirigente, da molto tempo. “Da sempre esiste un conflitto interno agli Stati Uniti, tra la fazione più liberista, spesso alleata della vecchia potenza imperiale, la Gran Bretagna, e i nazionalisti che hanno utilizzato strumenti statali per avviare grandi periodi di progresso economico e sociale, da Alexander Hamilton ad Abramo Lincoln, da Franklin fino a Delano Roosevelt.1 Da circa quarant’anni, si può affermare senza paura di essere smentiti che la fazione liberista sta vincendo. Il modello del New Deal di Roosevelt è stato gradualmente smantellato, ed entrambi i grandi partiti hanno accettato la mentalità dei tagli al bilancio pubblico e del ruolo importante – spesso più importante dello stesso Governo – della finanza di Wall Street “ (pag. 59)

La conseguenza materiale, però, di tali scelte è stata che “in tutto questo la classe lavoratrice come esisteva nel periodo del dopoguerra ha infine pagato buona parte del conto. La divisione economica in atto vede consolidarsi una classe benestante che copre il 25-30% della popolazione; dall’altra parte c’è la maggioranza degli americani che non solo non fa progressi nelle sue condizioni, ma spesso va addirittura indietro.

È indubbio che oggi quasi tutti abbiano la possibilità di acquistare un numero considerevole di beni di consumo, soprattutto elettronici, dai televisori ai telefonini. Quando si parla di posizione economica però bisogna considerare quanto si lavora per ottenere quello che si ha; e le statistiche di lungo termine non sono confortanti. In media il potere d’acquisto reale della popolazione, quindi corretto per l’inflazione, è pressoché uguale a quello del 1979.
Cioè quello che si riesce a comprare con lo stipendio è rimasto uguale, in media, da 35 anni. In termini monetari, per eguagliare uno stipendio di 4,03 dollari all’ora del 1973, occorrono 22,41 dollari all’ora oggi. Le fasce più alte del Paese superano tranquillamente questa cifra; la classe media e bassa invece no. Infatti, il potere di acquisto reale della popolazione è rimasto uguale in media, il che significa che per alcuni settori della forza lavoro le cose vanno anche peggio.
Per dare un esempio, dal 2000 il 10% più ricco della popolazione ha visto un aumento del 9,7% della propria capacità di spesa; il 25% più povero invece ha visto una diminuzione del 3%. Per metterla in altri termini, si può calcolare il tempo che occorre lavorare per avere un certo tenore di vita. Ci sono studi che dimostrano che già tra gli anni Settanta e gli anni Novanta è aumentato enormemente il numero di stipendi necessari per acquistare certi beni primari: la casa, l’automobile, la lavatrice. Oggi si hanno più cose, ma bisogna lavorare di più per avere quello che si ha.
” (pp. 60 -61)

Accade così che, nell’affrontare il problema, entrambi i candidati finiscano con il puntare il dito sulla perdita di posti di lavoro nei settori forti, ovvero produttivi, dell’economia americana anche se poi le ricette sono talvolta contigue e altre volte molto distanti tra di loro. Per esempio, secondo Spannaus, all’interno del discorso di Trump il famigerato progetto di costruzione di un muro lungo la frontiera messicana (sicuramente costosissimo e quasi impossibile da realizzare) va visto più in funzione anti-NAFTA2 che in funzione di lotta all’immigrazione. Mentre in una parte del discorso di Sanders vi è più attenzione alla necessità di riabilitare quella divisione rigida tra banche commerciali e banche d’affari che il New Deal aveva imposto e la cui abolizione ha portato3 ai successivi disastri speculativi degli anni 2000.

coalSolo dal 2000 gli Stati Uniti hanno perso circa 6 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Fa parte di un processo lungo che risale anche a prima del passaggio del NAFTA. A partire dagli anni Settanta iniziò una graduale trasformazione dell’economia americana in senso post-industriale. […] Il cambiamento che veniva presentato come necessario per evitare squilibri monetari diede il via a una nuova epoca dell’economia mondiale: dalla stabilità e dalla pianificazione, al sorpasso del potere dei mercati rispetto alle decisioni dei governi sovrani. Negli anni a seguire furono gradualmente smantellate le regole economiche del dopoguerra nel mondo transatlantico. Con la deregulation delle industrie aumentava la competizione sui costi; con la deregulation finanziaria i grandi capitali acquisirono un peso enorme, promettendo grandi guadagni a chi si poteva permettere partecipazioni azionarie nei mercati finanziari, guadagni che spesso erano legati all’indebolimento dell’economia reale.” (pag. 58)

La perdita di posti di lavoro nell’industria americana, con la sostanziale deindustrializzazione che ne è conseguita, a favore di una più ampia disponibilità e manovrabilità internazionale dei capitali ha fatto sì che entrambi gli avversari, Trump e Sanders, nel loro discorso politico abbiano manifestato la volontà di difendere la necessità di rilanciare la manifattura americana anche a costo di misure protezionistiche delle aziende straniere (ad esempio cinesi) o americane che abbiano scelto la delocalizzazione delle loro produzioni con il favore del NAFTA.

Anche se a livello di welfare e di altre politiche le scelte dei due candidati risultano essere estremamente differenti, è interessante qui sottolineare la vicinanza delle proposte dei due nel campo dell’economia industriale. Questo spiega anche perché entrambi i candidati non abbiano riscontrato soverchie simpatie tra le cosiddette minoranze che spesso hanno votato in blocco, là dove lo hanno fatto, per Hillary Clinton che dei discorsi spesso vaghi e inconsistenti su minoranze e genere ha basato parte del suo successo elettorale. Il polo di riferimento di entrambi gli outsider era infatti, anche se le frange nere più radicali hanno accolto e appoggiato Sanders là dove erano presenti, la working class bianca impoverita e privata di quei benefici economici di cui aveva goduto per anni.

Uno dei fattori principali dietro a questa difficoltà della classe media è proprio la perdita dei posti di lavoro ben pagati nel settore manifatturiero. Oggi molte più persone lavorano nei servizi, che di media pagano ben meno. Se negli anni Sessanta il 24% dei lavoratori era impiegato nelle manifatture, oggi, nel 2016, quella cifra è solo dell’8%. Questo settore contribuisce solo per il 12 per cento del Pil americano – percentuale decisamente più bassa di Paesi come l’Italia, la Germania e il Giappone. Negli ultimi anni il comparto ha visto una ripresa modesta, rispetto ai servizi e al retail, ma nonostante gli iniziali trionfalismi sul ritorno della manifattura americana in realtà il settore rimane ancora molto debole. Buona parte dei posti di lavoro che vengono creati sono invece in settori con salari bassi, come il commercio al dettaglio, i ristoranti, gli alberghi. Dunque a livello complessivo si assiste a un aumento della precarietà e un abbassamento dei redditi.” (pag. 61)

rust belt Ma questo spiega anche perché Sanders abbia potuto tranquillamente affermare che il voto dei minatori del West Virginia che lo ha premiato alle primarie (e forse avrebbe potuto aggiungere di tutta quella fascia di stati un tempo roccaforte dell’industria americana e da anni ormai trasformatasi nella Rust Belt – la cintura della ruggine), potrebbe passare in blocco a Trump nell’ormai certo scontro elettorale tra l’immobiliarista newyorkese e la Clinton, vista comunque come vera rappresentante egli interessi di Wall Street oltre che moglie di quel presidente che proprio gli accordi del NAFTA ha firmato nel 1994.4

Occorre poi sottolineare come Donald Trump non sia il rappresentante preferito dal Tea Party o dai movimenti conservatori evangelici, il cui vero rappresentante era l’ultra-conservatore e reazionario Ted Cruz. Guarda caso più attento a dialogare, talvolta rovesciandole, con le proposte contenute nel programma della Clinton. Mentre, allo stesso tempo, una parte dell’elettorato di quest’ultima è spesso caratterizzato dall’essere da sempre, o almeno negli ultimi decenni, abituato a condizioni di lavoro precarie e mal pagate, privo di quelle garanzie economiche ancora ricordate dalla white-male working class.

Vale la pena di soffermarsi così a lungo su questi aspetti della campagna elettorale americana e dei programmi dei due candidati proprio a causa delle similitudini che intercorrono tra il tipo di proposte portate avanti dai candidati outsider, o almeno apparentemente tali, nei confronti del capitalismo finanziario oggi dominante in Occidente al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico. E contemporaneamente anche al complesso di relazioni e di conflitti, in seno alle stesse classi dirigenti europee e americane, che si manifestano anche attraverso la crescita dei cosiddetti populismi e della stessa uscita dall’Unione Europea, probabilmente non solo della Gran Bretagna. Uno scontro ormai ben visibile sia a livello nazionale, qui in Italia, che internazionale.5

Per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana sono stati camuffati dalla grande crescita della finanza. Il trickle-down funzionava: giravano tanti soldi su Wall Street, i ricchi diventavano più ricchi e l’effetto indotto si sentiva a tutti i livelli. Nel 2007-2008 tutto questo crollò in modo violento. C’erano già stati crolli più piccoli in precedenza. Nel 1987 la Borsa di New York visse la sua giornata peggiore di sempre in termini percentuali, con un crollo del 22,6%, ovvero di 508 punti. Negli anni successivi iniziò la fase dei soldi facili, con immissioni enormi di liquidità nel mercato sotto la tutela di Alan Greenspan, l’allora capo della banca centrale americana, la Federal Reserve. L’esplosione di nuovi strumenti speculativi “derivati” avvenne negli anni Novanta, insieme alle teorie sull’importanza di diversificare il rischio. Ora le società potevano coprirsi contro i cambiamenti repentini nei mercati per i beni reali con contratti che rappresentavano una sorta di assicurazione. Solo che entro pochi anni la parte assicurativa – i derivati – diventò più grande della parte dell’economia reale che doveva essere assicurata. Infatti, dagli anni Novanta in poi il valore nominale dei titoli finanziari supera di circa 10 volte il valore del Pil mondiale Nel 2001 scoppiò la bolla della New Economy, provocando perdite in tutto il mondo, ma ben presto gli operatori di mercato trovarono un nuovo giocattolo, quello dei mutui.[…]. La bolla dei mutui subprime non va vista come un evento in sé, ma appunto come parte di questo processo più lungo di finanziarizzazione. La gravità del crollo non fu semplicemente il risultato degli errori e delle frodi sui mercati immobiliari, ma soprattutto del massiccio effetto-leva insito nel sistema finanziario grazie al meccanismo dei derivati: a un operatore bastava fornire una garanzia di appena il 4% o il 5% del valore nominale che andava a movimentare. Dunque con un dollaro di capitale si disponeva di uno strumento che ne valeva venti volte tanto. Permetteva di fare grandi guadagni su piccole variazioni nel mercato, ma anche grandissime perdite quando la direzione del mercato si invertiva. La risposta delle istituzioni pubbliche al crack del 2008 fu di correre a salvare il sistema. Si temeva la fine del mondo, una situazione in cui i mercati si sarebbero fermati, le banche sarebbero fallite, e l’economia sarebbe entrata in uno stato di caos totale. Con questa giustificazione furono fornite quantità enormi di denaro (elettronico) al settore finanziario. Da una parte con il programma pubblico denominato TARP, creato con uno stanziamento di 700 miliardi di dollari da parte del Congresso Usa; dall’altra la Federal Reserve si mosse per fornire cifre ben superiori, fino a oltre 10 trilioni di dollari tra prestiti a tasso essenzialmente zero e garanzie per chi rischiava il default.
Gli effetti del crack sull’economia reale sono stati devastanti. Quando Barack Obama arrivò alla Casa Bianca nel gennaio 2009 in America si stavano perdendo tra 700 e 800 mila posti di lavoro ogni mese. La Grande Recessione era iniziata, e nei media affioravano i resoconti di come banche e finanziarie avessero impostato un modello per defraudare la gente.
” (pp. 62 – 63)

Ma se tali effetti, come si è già sottolineato, sono stati devastanti per i lavoratori, un tempo, garantiti, altrettanto lo sono stati per le piccole e medie imprese che spesso costituiscono, non solo in Italia, il cuore pulsante delle attività economiche produttive. Anche a livello di distribuzione delle merci. E diventa così possibile spiegare perché, ad esempio, in Italia le Coop, soprattutto “rosse”, si siano trasformate da strumento di distribuzione e commercializzazione delle merci a strumento di raccolta di fondi (i capitali grandi, piccoli e anche piccolissimi dei soci) per le attività finanziarie, mentre l’economia tedesca, ancora, almeno apparentemente, impostata sulla produzione industriale sul continente europeo, spesso entri in conflitto con le politiche della Banca Centrale Europea più propensa alla difesa delle attività speculative e finanziarie. Tant’è che l’attuale uscita della Gran Bretagna dall’Europa, così vituperata a parole, potrebbe rivelarsi per la Germania un’occasione di rafforzamento della propria autorità economica e politica sul continente.

Risulta altresì evidente che la critica rivolta a Trump dalla cosiddetta “sinistra” benpensante, europea e americana,6 non ne tocca gli assunti fascisti reali (sostanzialmente il governo dei produttori di cui la Carta del Lavoro mussoliniana del 1927 fu il manifesto politico), ma sostanzialmente gli aspetti più platealmente provocatori e offensivi (proprio come nel caso dei populismi europei) per non dover rispondere sul piano economico delle proprie scelte, tutte fatte a vantaggio della finanza globale e di quella miserrima percentuale di speculatori internazionali che si accaparra ormai una quota rilevantissima di ricchezza mondiale.7

uto pia Il testo di Spannaus affronta ancora tantissimi altri elementi della campagna elettorale americana e sottolinea molte altre diversità, per esempio sulla guerra, dei due outsider nei confronti dei due partiti di riferimento, ma ciò che occorre qui infine cogliere è che, pur nella simpatia che Bernie Sanders può ispirarci e che ha ispirato tanti elettori e giovani americani che il Partito della Clinton non esita a definire “conservatori”, in assenza di un’autonoma azione di classe il mondo del lavoro, femminile o maschile, bianco o nero o immigrato che sia, è destinato, nonostante tutto, ancora a sottostare a scelte che prima di tutto, anche quando sembrano staccarsi drasticamente dai modelli politici ed economici dominanti, appartengono soprattutto a fazioni divergenti e in lotta della stessa classe dirigente. Come questo utile testo contribuisce, anche involontariamente, a dimostrare. Piaccia o meno.

brexit4 D’altra parte l’analisi del voto britannico, che ha determinato l’uscita del Regno Unito dall’Europa comunitaria, rivela che le aree ex-industriali ed ex-minerarie dell’Inghilterra e del Galles, ancora una volta piaccia o meno, sono risultate determinanti ai fini del risultato. Confermando così il contenuto di protesta di tale scelta, al di là del nazionalismo e del razzismo presentati come unica motivazione per i cittadini che hanno scelto l’uscita da parte dell’establishment economico, finanziario, politico e mediatico di Bruxelles. Il quale ultimo ha inutilmente cercato sul corpo e l’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox la giustificazione, cinica e inconsistente, a favore del remain (e della susseguente speculazione bancaria).
Eppure c’è uno slogan, partito dalla Valle di Susa, che dovrebbe far riflettere le classi dirigenti europee e i loro media asserviti, condotti (soprattutto dopo i dibattiti televisivi di giovedì sera) da comici da avanspettacolo, sul loro inequivocabile destino: “Non potete fermare il vento, gli fate solo perder tempo!


  1. Occorre qui sottolineare che già Marx, nei suoi scritti sulla Guerra Civile americana, interpretava il conflitto tra Sud e Nord in termini di scontro tra la classe dirigente del Nord che intendeva emanciparsi definitivamente sul piano industriale dalla dipendenza dalla Gran Bretagna e quella del Sud che continuava a dipendere dal Regno di Albione in termini di esportazione di materie prime agro-alimentari verso l’ex-madrepatria. Naturalmente la causa della liberazione dei neri risultava assolutamente secondaria, al di là delle leggende solo successivamente accreditate, visto che il proclama di Lincoln per la liberazione degli schiavi fu emanato soltanto nel 1863, un anno di pesanti difficoltà per gli eserciti del Nord  

  2. Il North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio), è un trattato di libero scambio commerciale stipulato tra USA, Canada e Messico e modellato sul già esistente accordo di libero commercio tra Canada e Stati Uniti (FTA), a sua volta ispirato al modello dell’Unione Europea. L’Accordo venne firmato dai Capi di Stato dei tre paesi (il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il Presidente Messicano Carlos Salinas de Gortari e il Primo ministro del Canada Brian Mulroney) il 17 dicembre 1992 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1994. (https://it.wikipedia.org/wiki/North_American_Free_Trade_Agreement)  

  3. La divisione tra le attività bancarie di “retail” e “trading” risale all’epoca del New Deal, con la legge Glass – Stagall Act del 1933 adottata come risposta alla grande depressione del ’29 e rimasta in vigore per circa settanta anni. La separazione netta tra banche commerciali e banche d’affari è stata, poi, soppressa nel 1999 con il Gramm – Leach – Bliley Act, durante la presidenza di Clinton (http://www.avantionline.it/2014/01/banca-commerciale-o-di-investimento-un-divorzio-utile-anzi-urgente/#.V2ZHLdSLRkg)  

  4. Si veda, a proposito degli interessi che appoggiano la Clinton, sia nel Partito Democratico che in quello Repubblicano, https://www.carmillaonline.com/2016/05/02/donne-sui-tre-lati-della-barricata/  

  5. Ad esempio in un articolo, pubblicato su Il Giornale, del marzo 2015, le riflessioni di Spannaus sull’attuale Premier e le vere cause della crisi vengono così riassunte: ”Il Premier punta molto sull’appoggio dei settori che hanno interessi internazionali così da poter fare da una parte il “rottamatore” all’interno dell’Italia e “farsi bello”, e dall’altra rimanere attaccato alle stanze che muovono grandi interessi. Facendo un passo indietro poi Spannaus conferma che il disastro creato da Mario Monti e dal suo governo di tecnici ” non é stato casuale, bensì voluto”. Anche Monti e Amato lo hanno confermato. In soldoni ci hanno detto che l’Italia si sarebbe fatta finanziare il deficit dall’estero perché da sola non era in grado, e che quindi si riducevano i consumi dei cittadini. Quali sono le vere intenzioni? ” Ecco, l’intenzione è quella di sfruttare la crisi economica per rafforzare le strutture sovranazionali. Con Mario Monti si sono trasferite le sovranità dalle nazioni all’Unione Europea. Solo in periodo di crisi, approfittando del momento, questo é stato possibile” – afferma Spannaus. Il dramma é che la popolazione e il governo non hanno più alcun potere e le decisioni vengono prese a livelli più alti”.
    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/mossa-voluta-crisi-mettere-ginocchio-italiani-1102028.html  

  6. Varrebbe ancora la pena di ascoltare oggi le ironiche parole della canzone “Love Me, I’m A Liberal” di Phil Ochs, il cantautore americano socialista che la compose alla metà degli anni Sessanta  

  7. Basti ricordare che i 62 individui più ricchi del mondo si accaparrano la ricchezza equivalente a quella di metà della popolazione del globo: 3 miliardi e mezzo di persone  

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