di Alexik

Bianca Guidetti Serra«È un avvocato di Torino…», disse mia madre passandomi la cornetta. Un pomeriggio d’inverno del 2011, il Novecento mi telefonò a casa. Aveva la voce squillante di Bianca Guidetti Serra a novantadue anni, il suo rotacismo sull’accento piemontese” (Daniele Orlandi, “A voi la fiaccola”).

Coglie nel segno Daniele Orlandi in apertura del suo bellissimo saggio sull’amicizia fra Bianca Guidetti Serra e Primo Levi. Coglie nel segno perché l’intera vita di questo “avvocato di Torino” riassume in sé i momenti più alti delle lotte sociali e delle conquiste civili del Novecento italiano. Pochi hanno saputo incarnare lo spirito del proprio tempo (a volte anticipandolo) come Bianca Guidetti Serra, ad attraversare il secolo breve con una tale internità ai processi di cambiamento.

Con eccessiva modestia, lei si definiva come “un granello di sabbia, che unendosi ad altri può creare degli argini a correnti pericolose e può inceppare ingranaggi e meccanismi perversi”.

Non le sfuggiva dunque l’importanza della dimensione collettiva nell’agire politico, né la difficoltà dell’obbiettivo: arginare le correnti più nefaste della Storia, inceppare i meccanismi del Potere, compiti all’apparenza così smisurati rispetto alle forze dei singoli. Di certo, questo gigante morale del ‘900, nel farsi sabbia seppe spesso provocare in quegli ingranaggi un acuto stridio, e varie volte a fermarli.

Oggi ricorre un anno esatto dalla fine della sua lunga vita, che ebbe una ricchezza e un’intensità difficili da riassumere in poche righe. A partire da quel suo primo gesto adolescenziale, spontaneamente antifascista, di una notte del 1938, quando uscì per le strade di Torino per strappare i manifesti che definivano gli ebrei come “nemici della patria”.

Bianca Guidetti Serra e Primo Levi

Bianca Guidetti Serra e Primo Levi

Cominciò così, non ancora per coscienza politica quanto per un profondo senso di giustizia, il suo “farsi argine”, come momento di un processo di maturazione collettiva nel suo straordinario gruppo di amici: Alberto Salmoni, Franco Momigliano, Silvio Ortona, Vanda Maestro, Luciana Nissim, Ada Della Torre, Franco Sacerdoti, Primo Levi, Sandro Delmastro, Emanuele Artom.

Dopo l’8 settembre presero tutti la via delle montagne, e alcuni la strada ferrata per i campi di sterminio. Unica “gentile” in un gruppo di ebrei, fu Bianca  la destinataria delle lettere dall’inferno di Primo Levi.

Al fianco di Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra divenne staffetta partigiana nelle valli piemontesi, ma soprattutto organizzò assieme alle compagne di varie formazioni, la rete clandestina torinese dei “Gruppi di Difesa della Donna per l’assistenza ai combattenti per la libertà” (GDD): la base della Resistenza sociale, senza la quale nemmeno la lotta armata sarebbe stata possibile.

Le donne dei Gruppi di difesa erano l’ossatura del Soccorso Rosso per i prigionieri e le loro famiglie, raccoglievano fondi e beni di prima necessità per le brigate partigiane, costruivano reti di cura dei feriti nelle case e negli ospedali. Ma i loro compiti erano ben più ampi e complessi della semplice “assistenza”: si occupavano della redazione dei giornali clandestini, della compilazione di documenti falsi. Mappavano gli spostamenti delle truppe tedesche, segnalavano i punti minati, assaltavano i magazzini di viveri, trasportavano ordini, armi e munizioni. Manifestavano in onore delle compagne uccise, o per impedire deportazioni e rastrellamenti, e per la liberazione dei prigionieri. Alcune riuscivano a rapire militari tedeschi per scambiarli con i condannati a morte. Nelle fabbriche promuovevano gli scioperi delle donne e i sabotaggi della produzione bellica, che aveva forti componenti femminili fra le maestranze operaie1.

Bianca, nel nucleo fondatore dei GDD di Torino, fu attiva nelle attività di propaganda, e grazie alla sua esperienza precedente di assistente sociale di fabbrica ebbe il compito di curare l’internità delle donne ai comitati di agitazione2 che si andavano diffondendo nei luoghi di lavoro, in vista dello sciopero preinsurrezionale del 18 aprile ’45.

Torino, 14 luglio 1945: lo sciopero delle donne

Torino, 14 luglio 1945: lo sciopero delle donne

Un’attività che non si fermò col 25 aprile, perché se Liberazione doveva essere, essa doveva riguardare anche la discriminazione di genere a partire dalla disparità salariale.

Nel luglio del ’45 le donne di Torino scesero in sciopero ed occuparono l’Unione Industriale per ottenere la stessa indennità di contingenza degli uomini. Raggiunsero l’obbiettivo, anche se temporaneo e territorialmente circoscritto.

Non era un risultato scontato, e non lo sarebbe stato nemmeno dopo il varo della Costituzione repubblicana che formalmente sanciva l’eguaglianza fra i sessi. Per affermare questo principio sul piano giuridico  si dovette aspettare, nel 1958, l’esito vittorioso della prima causa per la parità salariale fra uomo e donna e l’abolizione della “clausola di nubilato”3, condotta contro il Gruppo Finanziario Tessile di Torino. A difesa delle lavoratrici tessili vi era l’avvocato Bianca Guidetti Serra.

Nei primi anni del dopoguerra l’ineguaglianza di genere non fu l’unico esempio di inapplicazione del testo costituzionale. Alla sconfitta formale del fascismo non era seguita né l’abrogazione del codice penale ereditato dal guardasigilli di Mussolini, Alfredo Rocco, né l’epurazione dall’apparato repressivo dei funzionari e dei giudici nominati nel ventennio. A dire il vero, l’ossatura dell’odierno codice penale è ancora quella, tuttora usata contro i movimenti, ma negli anni ’50 essa si presentava tal quale, senza alcun emendamento.

Torino 8 luglio 1962

Torino 8 luglio 1962

Prima che ne venisse sancita l’illegittimità costituzionale4, l’art. 113 del codice Rocco, che vietava i comizi, i volantinaggi e l’affissione di manifesti senza previa autorizzazione della questura, veniva applicato in maniera intensiva, portando a giudizio e a reclusione centinaia di militanti sindacali e dei partiti della sinistra. L’avvocato Guidetti Serra dovette occuparsene parecchio, assieme agli arresti per le attività di fabbrica, e la difesa giuridica delle lotte costituì per lei un osservatorio privilegiato dei cambiamenti nella composizione di classe e dell’emergere di nuove conflittualità. Come quando, nel luglio ’62, dopo un accordo separato con la Fiat, centinaia operai corsero all’assalto della sede della UIL di Piazza Statuto, reggendo gli scontri per tre giorni. Bianca fece parte del collegio di difesa dei 72 arrestati, di cui “quasi la metà erano meridionali e, tra tutti quanti, solo otto avevano più di trent’anni, e il più giovane ne aveva quattordici5. Avvertì da subito la crescita di quel nuovo soggetto giovane e immigrato, irregimentato in produzione ma confinato ai margini della città, e la crescita della sua rabbia, tale da alimentare il ciclo di lotte successivo.

Gli anni ’60 rappresentarono per Bianca anche quelli dell’impegno a favore dell’infanzia abbandonata rinchiusa dentro istituzioni totali minorili, veri e propri lager per proletari in fasce. Fu un lavoro costante di inchiesta e di denuncia, condotto assieme a Francesco Santanera, che servì a portare in tribunale i gestori di vari istituti, per le violenze, la denutrizione, l’incuria inflitta a centinaia di inermi ragazzini. Bambini lasciati morire per mancanza di cure, bambini suicidi, una galleria degli orrori raccontata qualche anno dopo nel libro “Il paese dei celestini”:

I ragazzi erano malnutriti ed erano assoggettati a punizioni intollerabili come mangiare anche per quindici giorni la pappa di pane senza sale e con l’olio di merluzzo, essere legati alle zampe del letto sotto di questo a crocefisso, ricevere percosse”. (Istituto Maria Vergine Assunta in Cielo, Prato).

I celestini 2

I “Celestini”

Porte sgangherate, urina stagnante a terra, sporcizia stratificata sulle pareti, insetti schifosi che movimentano l’ambiente. Questi locali sono il soggiorno di una quindicina di bimbi minorati psichici e non, che sono ospiti a pagamento di questo assurdo collegio di pseudorieducazione … I loro corpicini scarni, deformati, i loro occhi spenti ma tristi, fanno sì che qualsiasi uomo, anche il più abbietto, si muova a compassione e inviti, chi è competente, a provvedere” (Casa materna per bambini minorati  di Pagliuca Maria Diletta, Grottaferrata).

I processi ai gestori e al personale degli istituti si conclusero con alcune lievi condanne, ma la campagna di denuncia della Guidetti Serra e Santanera raggiunse ugualmente un risultato importante con la legge sulle adozioni del 1967, che finalmente tolse spazio agli aguzzini6.

Punto di riferimento per gli abitanti dei quartieri popolari e ormai nota per la sua competenza sulle questioni minorili, alla Guidetti Serra si rivolsero Argenide Rovoletto e Marianna Cavallero per problematiche relative ad affidamenti ed adozioni. Ma nell’ottobre del 1967, le madri di due fra i rapinatori più famosi del paese, dovettero tornare in quell’ufficio per tutt’altri motivi. (Continua)


  1. Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, Torino, Vol. I e II, Einaudi, 1977. 

  2. Da quei comitati nacquero, nel dopoguerra, le Commissioni Interne. 

  3. La clausola di nubilato, la cui sottoscrizione veniva imposta alle lavoratrici all’atto dell’assunzione, prevedeva la risoluzione del rapporto di lavoro a seguito del loro matrimonio. A volte era direttamente contenuta nei contratti. Venne dichiarata nulla con la legge n.7 del 1963. 

  4. Sentenza della Corte Costituzionale n, 1 del 1956

  5. Bianca Guidetti Serra, Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Einaudi, 2009, p. 90. 

  6. Bianca Guidetti Serra, Francesco Santanera (a cura di), Il paese dei Celestini. Istituti di assistenza sotto processo, Einaudi, 1973, pp.5/6. Bianca Guidetti Serra,  Storie di giustizia, ingiustizia e galera (1944-1992), Linea D’Ombra, 1994, pp. 37/61.