di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Ponte MammoloRoma 11 maggio 2015. Mentre al Teatro Brancaccio si attende l’arrivo di Salvini, a Ponte Mammolo va in scena un altro spettacolo: a quasi undici anni di distanza dallo sgombero dell’Hotel Africa si replica lo stesso consunto copione.

Questa volta è il turno della “Comunità della Pace”, dimora precaria di centinaia di persone tra richiedenti asilo e migranti economici, provenienti in prevalenza da Ucraina, Eritrea e America del Sud. Un insediamento “storico”, che stava lì da dieci anni senza creare grossi problemi. Come dicevo, il copione dello sgombero è sempre lo stesso, anzi peggio: mezz’ora di preavviso, polizia in assetto antisommossa, gente che piange e si sente male, altri che si affannano a portare via le proprie povere cose mentre la Municipale tenta di impedirglielo. Non c’è rispetto per nessuno: famiglie, bambini, donne anziane. Poi arrivano le ruspe a spianare ciò che era stata chiamata casa da tanta gente, sbattuta in strada priva di tutto e senza che nessuno si sia preoccupato di fornire alternative.

L’assessora ai servizi sociali della giunta Marino prima rivendica l’operazione (“stiamo smantellando un ghetto) poi, davanti alle associazioni inferocite, fa finta di cadere dalle nuvole, tentando di scaricare le responsabilità sul nuovo prefetto, che le rimanda al mittente (“è stato il Comune a chiederci lo sgombero“). Anche il prefetto Franco Gabrielli, arrivato fresco fresco dalla guida della Protezione Civile, non garantisce per gli sfollati né protezione né civiltà. All’atto dell’insediamento aveva dichiarato “Non sarò un prefetto col manganello“, e invece i manganelli la mattina dell’undici maggio vengono usati assai. Nel vuoto completo di qualsiasi assistenza da parte istituzionale, le associazioni e le realtà di movimento corrono a portare aiuto ai migranti, medicine, vestiti, cibo, acqua, tende da campeggio.

“Io ho visto tanti sgomberi, ma uno sgombero del genere non l’ho visto mai, proprio per la crudeltà, per il fatto che le persone non avevano avuto nessun avviso di questo sgombero… Sono state rase al suolo le loro baracche. Ho visto delle persone con problemi di cuore accasciarsi, piangere, donne, signore anziane.”1

Dopo lo sgombero, i rifugiati eritrei “transitanti”, che avevano fatto sosta alla “Comunità della pace” nel loro viaggio verso il Nord Europa, si avviano verso la stazione per riprendere il cammino. Gli “stanziali” vengono indirizzati dal passa parola verso il Baobab, il centro di via Cupa. Molti si rifiutano di andarci, perché sanno cosa li aspetta. Quello che una volta era la location per le cene di Mafia Capitale oggi è ridotto oltre i limiti del collasso: più di 500-600 migranti per 194 posti letto. Molti dormono per terra nei corridoi, nel piazzale di fronte allo stabile2, e manca il cibo.

A Ponte Mammolo rimangono accampate nel parcheggio davanti alle macerie della “Comunità della pace” un centinaio di persone che non sanno più dove andare. Il Comune, graziosamente, due giorni dopo tenta di togliergli anche l’acqua della fontanella pubblica3.

Le ruspe ai tempi di Veltroni. Sopra: le ruspe ai tempi di Marino.

Luca Odevaine e le ruspe ai tempi di Veltroni. Nella foto in alto: le ruspe ai tempi di Marino.

Ai tempi dello sgombero dell’Hotel Africa, i DS romani sbandieravano sui muri della città: “Alemanno fa demagogia, mentre la giunta Veltroni ha trasferito 4.000 persone in cinque anni” (“trasferimento”, nel lessico veltroniano, era sinonimo di sgombero)4. Marino si inserisce dunque nell’alveo di una lunga tradizione, che non suscita lo stesso scandalo dei proclami di Salvini ma in compenso li mette in pratica su larga scala.

C’è però una discontinuità rispetto ai tempi di Veltroni e di Alemanno: per gli sfollati non viene previsto neanche più lo sbocco nei centri di accoglienza del sistema corrotto e clientelare delle cooperative di Mafia Capitale. Per gli sfollati non viene previsto più niente.

Migranti sgomberati da 5 giorni  vivono per la strada.

Ponte Mammolo: ciò che rimane.

Nell’ansia di accondiscendere alle pulsioni, ai patemi ed ai livori più beceri espressi in questi mesi da comunità escludenti, che trovano nella xenofobia l’unico motivo di coesione, Marino sembra abbracciare, fuori tempo massimo, la logica della “tolleranza zero”, nonostante che da anni essa abbia dimostrato il suo palese fallimento. Chissà se ne saranno soddisfatti i cittadini “anti degrado” di Ponte Mammolo, ora che hanno ottenuto, al posto del borghetto dei migranti, il bel risultato di una nuova immensa discarica.

La logica degli sgomberi è devastante per la vita delle persone e delirante dal punto di vista politico. Nuovi sgomberi, infatti, generano nuove emergenze e nuovi conflitti che si allargano in maniera esponenziale nella città, ogni volta che le vittime delle ruspe affluiscono nell’uno o nell’altro quartiere. Rincorrendo la destra sul suo terreno, Marino non fa che espandere il brodo di coltura nel quale la destra prolifera, e nemmeno si accorge dell’accurata regia che da un anno a questa parte unisce le “rivolte spontanee” contro gli immigrati con un unico filo nero. Vediamo di dipanarlo.

Un filo nero

La messa in scena inizia a Settecamini nell’aprile 2014, quando in piena campagna per le europee, un volantino aizza alla protesta contro l’ipotesi di apertura di un centro per richiedenti asilo. E la protesta inizia giusto in tempo per fare da sfondo alla prima passerella romana della campagna elettorale di Borghezio, scortato dai neo alleati di Casa Pound. È l’inaugurazione di un nuovo sodalizio, di un progetto di espansione che ha trovato una sua sponda

Mario Borghezio e Stefano Delle Chiaie alla convention romana.

Mario Borghezio e Stefano Delle Chiaie alla convention romana neofascista.

istituzionale. L’alleanza si rinsalda in giugno, quando Borghezio partecipa alla convention romana neofascista, assieme a vecchi arnesi come Stefano Delle Chiaie, Gabriele Adinolfi, ex fondatore di Terza Posizione  ora “ideologo” di Casa Pound, e Adriano Tilgher (guarda il video qui).

A maggio l’estrema destra si organizza nel Caop (Coordinamento azioni operative Ponte di Nona) per cercare di alimentare tensioni xenofobe in quel quartiere, senza riuscirci più di tanto. A luglio il filo nero si dipana a Torre Angela, dove la rivolta dei residenti scoppia sulla base di voci completamente infondate sull’apertura di un centro di accoglienza per 1200 rifugiati. La notizia è falsa, e non si capisce chi l’abbia messa in giro, ma serve a tenere “ben caldo” il quartiere. Intanto ai presidi, appaiono striscioni con le svastiche del gruppuscolo Azione Frontale. Sempre a luglio il comitato Fenix 13, vicino a Casa Pound, comincia a Casalotti la campagna contro il centro Enea, struttura di accoglienza dell’Arciconfraternita. A settembre a Torpignattara soggetti di chiara connotazione destrorsa indicono un’assemblea per soffiare sul fuoco. Un fuoco pericoloso, che porta due mesi dopo al pestaggio a morte di Shahzad, un giovane pachistano. Poi è la volta di Corcolle, dove il racconto mooolto strano5 di un attacco  da parte di immigrati a due autobus di linea scatena la caccia al nero nel quartiere, alimentata anche dalla notizia, del tutto infondata, del tentativo di stupro di una quindicenne. Viene pestato un brasiliano che risiede a Corcolle da 20 anni, amico di tutti. I picchiatori non lo hanno riconosciuto, perché vengono da fuori6.

Giorgia Meloni a Tor Sapienza

Giorgia Meloni a Tor Sapienza.

E’ un’escalation che culmina a Tor Sapienza, con tre giorni di scontri, pestaggi di immigrati e l’assalto al centro per minori e richiedenti asilo gestito da “Un Sorriso”, che guarda caso è l’unica cooperativa refrattaria al monopolio degli appalti di Mafia Capitale. L’attacco è condotto da una settantina di soggetti incappucciati ed addestrati allo scontro. Dice un residente: “Gente che non è del quartiere c’è dietro a questa cosa. C’è una regia dietro, li ho visti con i miei occhi. Sono arrivati qui e hanno cominciato a istruire, hanno preparato. Io stesso li ho sentiti dire alle donne di parlare di ‘sti tentati stupri, di furti, di calcare la mano, di fare più pesante quella che è la situazione reale. Gente che non è de qua. De Casa Pound per esempio. So’ dieci giorni che vengono.”7.

Gramazio a un corteo di Casa Pound- 2014.

Luca Gramazio a un corteo di Casa Pound- 2014.

Il resto è storia nota. Nei giorni che seguono, Tor Sapienza diventa il palcoscenico per eccellenza, sfilano Borghezio e l’immancabile Giorgia Meloni a uso e consumo di microfoni e telecamere.

Il disagio delle periferie romane conquista sui teleschermi il suo momento di notorietà, ora che la rabbia ha un obiettivo facile. Il forzaitaliota Giordano Tredicine chiede a gran voce la chiusura della struttura gestita da “Un Sorriso”, mentre Luca Gramazio, capogruppo Pdl alla Regione e figlio di Domenico (fascista pesante della storica sezione di piazza Tuscolo), accusa Marino di abbandonare le periferie a degrado e insicurezza. Salvini imperversa contro l’immigrazione a reti unificate.

Giorgia Meloni

Ops !

Fino a che l’inchiesta su Mafia Capitale non mette, almeno per un attimo, tutti a tacere. Gramazio perché è un indagato della prima ora, Tredicine perché forse sospetta di diventarlo molto presto.  La Meloni, temporaneamente, si eclissa, sepolta dalla montagna di merda piovuta sul suo fratello d’Italia Gianni Alemanno. Diventerebbe un po’ dura per lei tornare, a botta calda, fra gli abitanti delle periferie a spiegare dove sono sparite, durante l’era Alemanno, le risorse che potevano alleviare i loro problemi, o sbraitare contro gli immigrati “che prendono 40 euro al giorno“, ora che è diventato palese chi se li intasca.

Riccardo Mancini e Gianni Alemanno

Riccardo Mancini e Gianni Alemanno

Ma è solo un attimo. Grazie al vasto coinvolgimento nell’inchiesta del PD,  Giorgia può tornare a pontificare alla grande contro la sinistra corrotta. Glissando magari su un paio di cosette: come per esempio le 854 assunzioni clientelari all’Atac di Alemanno, o l’inchiesta sul fedelissimo Riccardo Mancini, un altro ex Avanguardia Nazionale, inquisito (e ieri condannato in primo grado) per estorsione e tangenti nell’acquisto dei filobus per il Comune di Roma.

Oppure sul fatto che nel comminare ad Alemanno (assieme ad un pezzo della sua vecchia giunta) l’avviso di garanzia per associazione a delinquere di stampo mafioso,  venga ravvisato nella sua amministrazione un salto di qualità del sistema corruttivo, poiché “molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale”.

Ma Giorgia confida nella memoria corta dei romani, così come vi confida Salvini, che imbarca fra le sue truppe le seconde file di Alemanno … almeno quelle ancora a piede libero. Gente che fino a ieri faceva il portaborse degli inquisiti di Mafia Capitale, come dimostra un gustosissimo servizio di Gazebo (guardalo qui).

Nel frattempo i fasci, forse stanchi delle borgate, si spostano nelle periferie più chic, fra i ricchi di La Storta che si oppongono all’apertura di un centro di accoglienza per i profughi in mezzo alle loro ville e campi da tennis. La protesta si arricchisce di nuove retoriche “contro gli speculatori delle cooperative che ci fanno i soldi sopra“, ma mantiene vive anche vecchie pratiche: in attesa di poterlo fare con i rifugiati, le ronde si allenano aggredendo gli operai stranieri che lavorano alla ristrutturazione del centro (vedi il servizio di La 7 qui).

Va detto, a onore del vero, che con innegabile capacità la destra romana è riuscita più di altri a prosperare sul disastro, prima contribuendo notevolmente alla sua creazione e poi cavalcandone gli effetti.

Corruzione e Liberazione

San Trifone

San Trifone

Sin dai tempi della segreteria Piccoli, vicesegretario De Mita, Cl aveva petulantemente chiesto (e in parte ottenuto) di accreditare una sua cooperativa, La Cascina, nel mercato dei servizi di ristorazione. Non c’era alcunché di illecito: solo che La Cascina, non contenta di essere stata ammessa nella mensa universitaria romana [.] intese proporsi anche per l’affidamento del servizio di mensa autogestito dall’ente comunale di consumo per i numerosissimi dipendenti del comune, retto dal democristiano Pietro Giubilo. Dietro quei servizi, come altri organizzati presso enti pubblici, proliferavano interessi economici d’ogni sorta“.

Era il 2004, e Giovanni Di Capua così descriveva nel suo libro “Delenda Dc le attività della cooperativa finita in questi giorni sotto  i riflettori per l’inchiesta sulle tangenti del C.A.R.A. di Mineo. La Cascina affondava dunque saldamente le sue radici  nelle logiche e nelle pratiche della prima repubblica, ancor prima di accogliere sotto il suo ombrello consortile altre cooperative del settore sociale: Domus Caritatis, Tre Fontane, Osa Mayor, raggruppate nel consorzio Casa della Solidarietà

Queste ultime erano strutture nate grazie all’impegno di Francesco Ferrara, un volenteroso ragazzo della parrocchia della Natività di via Gallia, regno dell’influente monsignor Pietro Sigurani. A questo volenteroso ragazzo il cardinale Camillo Ruini, all’epoca presidente della CEI, affidò nel ’94 le sorti dell’antica Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone.

Camillo Ruini

Camillo Ruini.

Gli disse: “Caro Francesco, ti affido una scatola vuota…“. E Francesco quella scatola gliela riempì di cooperative, di appalti e di soldi. Le coop erano strettamente controllate da San Trifone, dato che le loro posizioni apicali venivano ricoperte, all’epoca, dal presidente e dal camerlengo dell’Arciconfraternita. Questo almeno fino all’ottobre 2012, quando il Vicariato di Roma impose la separazione fra la struttura religiosa e le sue filiazioni commerciali. Nel novembre scorso il Vicariato attivò la procedura di estinzione della San Trifone, giusto poco prima che l’inchiesta su Mafia Capitale divenisse pubblica8. Vedi mai che lo Spirito Santo non gli abbia fatto una soffiata dell’ultimo momento ?

Ma qualche dubbio il Vicariato avrebbe potuto averlo pure prima, visto che i metodi di aggiudicazione degli appalti e l’accordo di cartello fra le cooperative di San Trifone e quelle di Buzzi e Carminati erano palesi da anni, denunciate più volte da giornalisti, dai compagni ed anche da voci interne al mondo cattolico.

Probabilmente da questo mondo, in forma anonima, deriva il primo dossier del 2009 sui “manager del sociale”, che fa i conti in tasca all’Arciconfraternita, descrivendone la posizione quasi monopolistica sul mercato dei rifugiati e volumi di affari poco consoni ad una propensione caritatevole9. Già da allora, gli anonimi, svelano la correlazione poco cristiana fra la politica degli sgomberi e gli affari delle cooperative del San Trifone: “E’ evidente come dietro la strategia degli sgomberi pesi un giro d’affari imponente, un business che nel silenzio e sotto traccia si fa sulle spalle di occupa spazi abbandonati con il fine di avere il più semplice dei diritti, un tetto dignitoso sotto cui stare“.

Il Centro Enea.

Il Centro Enea.

Nel 2010 il giornalista Enrico Campofreda sul settimanale Terra prova a scavare negli affari dei “manager di Dio”, cercando invano i documenti di gara di alcuni servizi, dispersi nelle stratificazioni cartacee degli uffici dell’era Veltroni e dell’era Alemanno. Niente da fare: spariti quelli della convenzione con il “Centro Enea” per l’accoglienza dei richiedenti asilo, gestito dall’Arciconfraternita, e quelli (relativi allo stesso Centro) per la mediazione linguistica, l’assistenza psicologica e legale, l’animazione, le pulizie e le manutenzioni, in parte affidate all’Eriches e in parte alla Cooperativa Arte Integrale dove lavoravano Mambro e Fioravanti. All’Arciconfratenita tutti giuravano che le gare c’erano state, ma nessuno riesciva a dimostrarlo.

Campofreda riscontrava altre stranezze nell’appalto della Sala Operativa Sociale, un servizio per l’assistenza ai senza fissa dimora che valeva 2.108.000 euro l’anno (dati 2007). Assegnata all’Arciconfraternita dai tempi di Veltroni, con Alemanno la Sala Operativa venne sottoposta a nuova gara. E benché i dirigenti dell’Arciconfraternita si affacciassero irritualmente alle riunioni della commissione aggiudicatrice, le cooperative più amate da Ruini non riuscirono a vincere. Una volta accertata la loro sconfitta … venne annullato il bando10.

Nel 2011 apparve su “Redattore sociale” la notizia dell’epurazione, in atto nei servizi per le tossicodipendenze, del terzo settore non allineato con gli orientamenti della giunta Alemanno, e della sua sostituzione con associazioni e cooperative “di area”. Strutture con lunghissima esperienza nel settore delle sostanze vennero rimpiazzate da altre prive di qualsiasi curriculum specifico. Neanche a dirlo, fra queste vi era pure la Domus Caritatis11.

Gli illegali siete voiNel 2012 Antonio Sanguinetti, di Esc-Infomigrante, denunciava la concentrazione anomala dei progetti di assistenza in mano a pochi vincitori, rilevando come la Domus Caritatis e il consorzio Casa della solidarietà gestissero  più della metà dei rifugiati della provincia di Roma: “Una nuova forma di monopolio o in ogni caso di accaparramento di fondi pubblici, il tutto convive con una qualità dei servizi erogati a dir poco irrispettosa dei diritti umani”12.

Ma forse le cooperative del Santo Trifone vincevano perché offrivano un servizio di eccellenza ?

Non proprio.  La notte del 31 ottobre 2009 via Pietralata venne svegliata dalle sirene delle ambulanze dirette al  Centro per richiedenti asilo gestito dall’Arciconfraternita. Questo è il racconto di Margherita Taliani, all’epoca coordinatrice del Centro: “Alle due di notte ricevetti la telefonata dell’operatore che allarmato mi parlava d’uno stato di malessere diffuso, molti rifugiati lamentavano forti dolori addominali, vomitavano e svenivano. Era preoccupatissimo e ripeteva “Margherita che facciamo?” Che vuoi fare? avvisa immediatamente il 118… Si erano sentiti male in una quarantina e undici furono ricoverati nei Pronto Soccorso del Pertini, San Giovanni e Policlinico Casilino. Qualcuno finì addirittura al San Andrea. Il mattino seguente ho contattato i responsabili dell’Arciconfraternita riferendo dell’intossicazione alimentare che s’era verificata dopo la cena consumata come sempre fra le 22 e le 23, col cibo fornito in confezioni cellophanate dalla mensa del Centro Enea. Fui aggredita telefonicamente da Tiziano Zuccolo (camerlengo dell’Arciconfraternita) urlava come un ossesso “Chi ha chiamato il 118? … La diagnosi per i ricoverati, comunque dimessi nel giro di 12-24 ore, fu intossicazione da cibo, esaminai io stessa i referti”. Ma la versione ufficiale diede la colpa a una infezione virale13.

ambulanzaEvidentemente le coop sociali dell’Arciconfraternita avevano mutuato il menù da La Cascina, già assurta ai disonori della cronaca per aver somministrato a scuole ed ospedali baresi “cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica”, e per l’infezione da salmonella di 182 bambini nelle mense scolastiche romane. La qualità del cibo imposto ai rifugiati (che nella maggior parte dei centri non possono cucinare) spiega il perché spesso venga buttato via, con sommo gaudio della propaganda razzista che può così titolare: “i clandestini ospiti nei centri di accoglienza buttano il cibo nei cassonetti“.

Ad una gastronomia degna di Lucrezia Borgia, l’Arciconfraternita affiancava una gestione alloggiativa ancor meno brillante. Nel 2012 Fabrizio Santori, esponente del Pdl e presidente della commissione capitolina per la sicurezza, dovette occuparsi della comunità di via Arzana, vicina all’aeroporto di Fiumicino, perché dava fastidio al vicinato. Scoprì che la struttura gestita dalla Domus Caritatis stipava 10 persone in alloggi di 35 metri quadri. Peggio di un carcere. Eppure per quel servizio incassava 12 mila euro al mese14.

Perché il trucco stava lì: i 40 euro al giorno per ogni rifugiato adulto e gli 80 per ogni minorenne venivano incassati a prescindere dalla qualità dell’accoglienza, senza nessun controllo. Il profitto delle cooperative derivava dall’acquisto di materie prime alimentari scadenti, dall’affitto di strutture abitative inadeguate, dall’assenza dei servizi educativi, medici o legali per i migranti, promessi solo sulla carta. E come per ogni capitalista del sociale che si rispetti, dallo sfruttamento e dalla precarietà dei propri lavoratori.

E’ questa la situazione descritta dagli operatori dei centri creati per l’emergenza Nord Africa, nelle interviste raccolte da Infomigrante:

(Continua)


  1. Testimonianza di Raffaella Federichino di “Medici per i Diritti Umani“. Ascoltala qui. Altre cronache dello sgombero su Radio Onda Rossa, e video qui e qui

  2. Redattore sociale, L’odissea dei migranti di Ponte Mammolo, in Comune.info, 27 maggio 2015. 

  3. C’era un brutta epidemia di scabbia … la situazione era già grave da diversi giorni. Ma soprattutto la cosa più grave, vista questa situazione, è una sola: che in teoria lo sgombero è stato ordinato proprio per risolvere il problema epidemico della scabbia. Pur sapendo che l’acqua, la pulizia, l’igiene personale, è il primo meccanismo, assieme a quello farmacologico che è il benzoato, per sconfiggere la scabbia. Lì attorno ci sono i bagni del parcheggio, chiusi da sempre… e una fontanella pubblica. La seconda giornata, dopo che i ragazzi di Casale Alba2 avevano portato delle docce solari, rimanendo attaccati a questo … la mattina del giorno successivo, dopo che per fortuna i ragazzi si erano lavati e cambiati e preso il benzoato, era stata chiusa l’acqua. Chiamato le istituzioni nessuno sapeva nulla”. Testimonianza di Raffaello Cosentino, medico di “Ambulanti”. Ascoltala qui

  4. Federico Bonadonna, Mafia Capitale: c’erano una volta Veltroni e il modello Roma, Popoff Quotidiano, 24 dicembre 2012. 

  5. Una trentina di immigrati in attesa – sostiene l’autista Elisa De Bianchi – scagliano una bottiglia sul finestrino laterale dell’autobus rompendolo. Succede, su quel tratto di linea, perché gli autobus spesso non si fermano quando vedono gli immigrati, costringendoli a fare lunghi tratti a piedi. La De Bianchi, prosegue la corsa. Ma all’altezza del capolinea si trova la strada sbarrata dagli africani che a suo dire l’avrebbero inseguita. Evidentemente volano, o sono tutti atleti con uno scatto degno di Ben Johnson dopo il doping. La De Bianchi dice che gli immigrati spaccano tutto, ma non chiama la polizia: chiama invece un suo amico fascista che arriva in motorino e mette in fuga, da solo i trenta aggressori. In seguito, l’autista non presenterà alcuna denuncia del fatto alle autorità competenti. La dinamica viene spiegata in: Riccardo Staglianò, Una settimana a Corcolle, in “Il Venerdì di Repubblica”, 28/11/14. 

  6. Leonardo Bianchi, Come i neofascisti provano a prendersi le periferie romane, Internazionale dicembre 2014. 

  7. Servizio di Piazza Pulita/La 7 del 18 novembre 2015 

  8. Vicariato “estraneo” all’attività di Domus Caritatis e Casa della Solidarietà, Romasette, 9 dicembre 2014 

  9. Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone. Il business dei manager del sociale arriva agli sfratti e agli sgomberi

  10. Enrico Campofreda, Il business dei rifugiati, Parte I, Terra, giugno/luglio 2010. 

  11. I finanziamenti del settore tossicodipendenze

  12. Antonio Sanguinetti, Vite in emergenza, tra cricche, isolamento e indeterminatezza, MeltingPot, 31 marzo 2012. 

  13. Enrico Campofreda, Il business dei rifugiati, Parte II, Terra luglio 2010. 

  14. Michele Sasso, Francesca Sironi, Chi specula sui profughi, L’Espresso, 15 ottobre 2012. 

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