di Luca Cangianti

2012 03 22 marcha por el aguaLa Madonna alata che sorge sulla collina del Panecillo guarda al nord di Quito, dando le spalle ai quartieri meridionali. È qui che vivono gli strati più poveri della capitale ecuadoriana. Nel centro storico, fra i palazzi di epoca coloniale, donne dai tratti andini vendono sacchetti di frutta tenendo i bambini sulla schiena. Nelle vie e nelle piazze principali si notano contenitori per la raccolta differenziata che in molte città italiane sarebbero considerati avveniristici. Ancora più a nord, dopo i nuovi edifici in costruzione dell’Assemblea Nazionale, inizia la città moderna: lungo l’Avenida Amazonas il colore della pelle dei passanti man mano si schiarisce. Compaiono gli smartphone, i suv, i turisti affannati per l’altitudine, i negozi delle grandi marche internazionali. È come se la topografia di questa città andina, allungata ai piedi del vulcano Pichincha, riproducesse i contrasti del paese sull’asse urbano sud-nord.

Negli ultimi anni l’Ecuador ha assistito a un importante processo di sviluppo: dal 2006 al 2012 gli investimenti sociali sono passati da 2 a 6 miliardi di dollari;1 la disoccupazione e la sottoccupazione sono scese rispettivamente al 4,1 e al 50,9% dai precedenti 5 e 58,7%.2 La povertà che riguardava il 37,6% della popolazione, nel 2013 si è ridotta di dieci punti percentuali.3 Il panorama dei progressi sociali compiuti dal paese è riassunto dall’andamento del coefficiente di Gini che misura il tasso di disuguaglianza economica variando da 0 a 1: nel 2006 era dello 0,54, mentre nel 2011 è passato allo 0,47. Nel frattempo, secondo i dati del Fmi, nei sette anni che vanno dal 2006 al 2013 il pil è quasi raddoppiato passando da circa 47 a oltre 90 miliardi di dollari.

Molti di questi risultati, visibili a occhio nudo per chi abbia visitato l’Ecuador in tempi recenti, sono connessi al processo politico avviato dalla Revolución ciudadana (Rivoluzione civile). Questa avrebbe dovuto rappresentare una nuova via di uscita dal capitalismo, nell’orizzonte sperimentale del Socialismo del XXI° secolo. Tale orientamento politico, cui fanno riferimento i governi progressisti riuniti nell’Alba, costituisce uno dei pochi esempi al livello mondiale che, dopo il fallimento dei socialismi reali, pone nuovamente all’ordine del giorno il superamento del modo di produzione capitalistico.
Nel 2006, dopo i disastri delle politiche neoliberiste e la deposizione sotto pressioni insurrezionali di tre presidenti (tra cui Abdalà Bucaram, famoso per i comizi in costume da Batman), l’energia accumulata in trent’anni di lotte sociali si esprime nell’elezione a presidente della repubblica di Rafael Correa. Si tratta di un economista “umanista cristiano di sinistra”, come si definisce egli stesso, sostenuto da Alianza País, un’amplia coalizione di forze politiche progressiste. La vittoria di Correa porta all’elezione di un’assemblea costituente che nel 2008 elabora una nuova legge fondamentale dalle caratteristiche antiliberiste ed ecologiste.

Correa è stato rieletto nelle elezioni del febbraio 2013 con il 57% dei voti. Tuttavia, dopo l’approvazione della nuova costituzione, ha iniziato a perdere l’appoggio della sinistra e del movimento indigeno (Conaie e Pachakutik) che erano stati una colonna portante nella prima fase della Revolución ciudadana. Le principali critiche provenienti da questo campo politico accusano il presidente di autoritarismo, accentramento del potere sull’esecutivo, interferenze nel funzionamento degli altri organi costituzionali e criminalizzazione dei conflitti sociali. Si tratta in particolare di quelle lotte che si oppongono all’intensificazione dell’estrazione di petrolio e minerali, promossa dal governo a dispetto degli alti costi umani e ambientali. La presidenza è accusata di tradire la carta fondamentale del 2008 in cui si riconosce il diritto soggettivo della natura (la Pacha Mama precolombiana) a non esser violata, il diritto delle comunità locali a essere consultate prima di intraprendere nuove estrazioni, e perfino il diritto a resistere contro chi viola i principi costituzionali.

2014 panecilloUn caso esemplare di questo tipo di conflitti è quello della provincia dell’Azuay che ha portato, nell’agosto 2012, alla detenzione di tre dirigenti indigeni tra quali i presidenti dell’autorità idrica e della giunta locali.4 La scorsa primavera, nella valle di Íntag, un progetto di sfruttamento minerario ha generato gravi tensioni tra popolazione e forze dell’ordine durante le quali il presidente della comunità del Junín è stato arrestato con l’accusa di ribellione, sabotaggio e terrorismo.5 Anche varie organizzazioni ambientaliste e non governative che si sono opposte alle trivellazioni sono state colpite con durezza: nel 2009 è stato revocato lo status legale a Acción Ecológica6 spingendo Naomi Klein, che pur aveva manifestato apprezzamento nei confronti della Revolución ciudadana, a esprimere la propria preoccupazione in una lettera aperta al presidente Correa. Più recentemente, nel dicembre 2013, la Fundación Pachamama è stata chiusa.7 I movimenti sociali e indigeni non hanno accolto bene nemmeno la nuova Legge sulle risorse idriche, giudicandola un dispositivo volto a sottrarre l’acqua al controllo pubblico comunitario a vantaggio dell’industria estrattiva.8 Altri casi giudiziari connessi a proteste sociali hanno riguardato l’arresto, nel marzo 2012, di 10 persone a Luluncoto, un quartiere popolare della capitale. L’azione delle forze dell’ordine è avvenuta alla vigilia della Marcia plurinazionale per l’acqua, la vita e la dignità dei popoli. Le misure detentive sono state giustificate come prevenzione di atti di matrice terroristica contro la sicurezza interna dello stato. Il caso ha tuttavia destato le preoccupazioni di Amnesty International riguardo alla consistenza degli elementi addotti a giustificazione della detenzione. Più recentemente, in seguito agli scontri di piazza verificatisi nel febbraio 2013,9 sono stati arrestati 12 studenti del Colegio Central Técnico di Quito con l’accusa di “ribellione”. Forti critiche ha suscitato infine la crescente influenza governativa sui media che avviene sia attraverso la diretta proprietà di testate e canali televisivi, che mediante ingenti investimenti pubblicitari e pene sproporzionate contro giornalisti e organi stampa accusati di diffamazione, come nel caso che due anni fa riguardò il quotidiano El Universo.

Secondo l’edizione del 2011 del rapporto dell’Università Andina Simon Bolivar sui diritti umani in Ecuador, “204 difensori dei diritti umani e dell’ambiente, per la maggior parte indigeni, sono stati perseguiti con l’accusa di sabotaggio e terrorismo. Si sono registrati 10 casi di persecuzione e criminalizzazione contro 48 dirigenti sindacali e 20 azioni penali a carico di giornalisti”.10 Anche se il paragone con i regimi dittatoriali del passato è fuorviante, occorre sottolineare che oggi in Ecuador per contrastare il movimento antiestrattivista si sta utilizzando la legislazione antiterrorista del regime militare, che dopo il ritorno alla democrazia del 1979 nessuno aveva più applicato.11

Alla luce di questi fatti è necessario interrogarsi sulla natura del processo in corso, al di là degli aggettivi “socialista” e “rivoluzionario” così diffusamente utilizzati in Sudamerica. Siamo di fronte a un reale tentativo di fuoriuscita dal capitalismo o a qualcosa di diverso? Correa ha dichiarato: “Fondamentalmente stiamo facendo meglio le cose nell’ambito dello stesso sistema di accumulazione, prima di cambiarlo, perché non è nostra intenzione andar contro i ricchi, ma avere una società più giusta ed equa”.12 Una possibile spiegazione è che il processo in corso in Ecuador sia una modernizzazione capitalistica caratterizzata da nuove alleanze geostrategiche (con i paesi dell’Alba, la Cina e la Russia) e un deciso intervento keynesiano dello stato in appoggio a nuovi settori nazionali di borghesia attiva sul mercato interno. A tal fine servono gli importanti investimenti infrastrutturali (ponti, porti, strade, autostrade, centrali idroelettriche) che sono passati dall’8,3% del pil nel 2007 al 10,7% del 2011 e contribuiscono a integrare le varie regioni del paese permettendo una più adeguata circolazione delle merci. Il piano quinquennale di governo 2013-2017 prevede ulteriori 30 miliardi di dollari per questo tipo di investimenti.13

Di uguale rilevanza è il vasto programma di aiuti sociali intrapreso dell’esecutivo: borse di studio volte ad aumentare la qualità della forza lavoro specializzata e intellettuale, accesso universale e gratuito al sistema sanitario, voucher a sostegno dei consumi (bono de desarrollo humano per chi ha redditi sotto la soglia della povertà, bono de desarrollo infantil integral, pensioni di vecchiaia e sussidi per i portatori di handicap). Tale spesa sociale essendo rivolta a settori dispersi e poco organizzati della popolazione ha come effetto parallelo il rafforzamento di un consenso popolare nei confronti del governo, da spendere sia nel contrasto delle vecchie forze della destra oligarchica che dei movimenti sociali più indipendenti e organizzati (indigeni in primis). Da questo punto di vista, sono funzionali alla presente gestione del potere anche misure sicuramente positive quali la fissazione del salario minimo universale per tutte le categorie di lavoratori. Tali provvedimenti infatti contribuiscono a modernizzare la stessa forza lavoro, riducendo la quota di manodopera operante in condizioni quasi-servili.2014 panecillo2
L’aumento della spesa sociale in Ecuador è stato possibile grazie alla ristrutturazione del sistema fiscale (la pressione tributaria è lievitata al 19,7% del pil nel 2011) e alla rinegoziazione dei contratti con le compagnie petrolifere (con un incremento dal 70 al 99% del margine spettante allo stato). Fondamentale è stato anche l’aumento del prezzo del greggio dal 2011 in poi, che ha contribuito alla quadruplicazione delle esportazioni rispetto al 2006. Non va poi dimenticato l’effetto espansivo prodotto sull’economia ecuadoriana dalla rinegoziazione, nel 2007, del debito pubblico esterno che il paese aveva contratto con il Fmi per circa 10 milioni di dollari.

Nonostante i molti casi di criminalizzazione della lotta sociale, la fase politica apertasi con la Revolución ciudadana ha comunque portato a processi di maggior partecipazione alla vita sociale da parte di donne e minoranze etniche. Negli atti pubblici si è cominciato a utilizzare la lingua precolombiana quichua, le lavoratrici domestiche hanno conseguito miglioramenti delle condizioni di lavoro, l’impiego di manodopera in nero è perseguito penalmente e la macchina amministrativa statale ha aumentato la propria efficienza. Sul versante economico e politico il paese sembra attraversare una fase di prolungata stabilità, mentre prima della presidenza di Rafael Correa si erano succeduti ben sei presidenti in 10 anni.

In conclusione, la leadership carismatica di Correa sembra portare avanti con un forte decisionismo un progetto di modernizzazione del paese, scavalcando i tentativi di resistenza da parte dei settori colpiti. Le caratteristiche socialiste di questo percorso (interventismo in economia, espansione della spesa pubblica, affermazione di alcuni diritti sociali) lungi dal costituire una fase di transizione a un modo di produzione postcapitalista, sembrerebbero delineare nient’altro che un processo di accumulazione originaria necessaria ad accedere a una forma più sviluppata di capitalismo. Tuttavia bisogna considerare che tali paradossi si estremizzano, diventando letali, quando sono sconfitti i movimenti sociali che danno inizio al processo di trasformazione, costituendone l’intelaiatura costituente al livello di contropotere. Per sapere se la Revolución ciudadana si sia irreversibilmente solidificata in un processo di modernizzazione capitalistica o se saprà esprimere anche nuovi percorsi di trasformazione, dobbiamo guardare ancora ai movimenti sociali. Le forze che in Ecuador esprimono le istanze più progressive hanno conseguito risultati deludenti alle elezioni presidenziali del 2013, ma mantengono importanti roccaforti a livello locale. D’altro canto quest’anno Alianza País ha perso le consultazioni amministrative di Quito, Guayaquil e Cuenca, le città più grandi del paese.14 Mentre i settori popolari non organizzati sembrano accontentarsi passivamente dei miglioramenti ottenuti, i movimenti sociali e indigeni continuano a resistere ai pesanti costi umani ed ecologici delle politiche estrattiviste, sviluppando nuove forme di partecipazione, di democrazia e di socialità. Lo scenario insomma è ancora aperto a molteplici sviluppi.


  1. Lola Vàzquez S.-Napoléon Saltos G. (a cura di), Ecuador: su realidad 2013-2014, Fundaciòn José Peralta, 2013, p. 315. 

  2. Senplades, Plan Nacional de Desarrollo/Plan Nacional para el Buen Vivir 2013-2017, p. 276. 

  3. Juan Cuvi et al. (a cura di), El correìsmo al desnudo, Montecristi Vive, 2013, p. 16. A differenza della precedente pubblicazione che riporta solo interventi critici dell’attuale governo ecuadoriano, si può trovare un più ampio spettro di opinioni (sia critiche che favorevoli) in Sebastiàn Mantilla B.-Santiago Mejia R. (a cura di), Balance de la Revoluciòn ciudadana, Planeta, 2012. 

  4. Hoy, 23.3.2013. 

  5. Hoy, 19.5.2014. 

  6. Hoy, 9.3.2009. 

  7. La Hora, 5.12.2013. 

  8. El Universo, 30.6.2014. 

  9. El Mercurio, 30.7.2013. 

  10. Padh, Informe sobre derechos humanos. Ecuador 2011, Universidad Andina Simon Bolivar, Sede Ecuador, 2012, p. 19. Cfr. anche Padh, Informe sobre derechos humanos. Ecuador 2012, Universidad Andina Simon Bolivar, Sede Ecuador, 2013. 

  11. Cfr. Cuvi et al., cit., pp. 96-7. 

  12. El Telégrafo, 15.1.2012. 

  13. Senplades, cit., p. 437. 

  14. BBC Mundo, 24.2.2014. 

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