di Luca Baiada (da Il Ponte, LXIX, n. 11-12, novembre-dicembre 2013)

[Si ringrazia la rivista Il Ponte per la gentile concessione.]

Euridice

Cos’hanno in comune, la storia della salma di un assassino nazista, e quella del testo di un poeta? Forse, dinamiche di accoglienza e di espulsione, che permettono persino qualche accostamento, di quelli che non piacciono a nessuno.

Erich Priebke muore centenario, dopo una detenzione formale comoda, quasi una casa protetta, con intorno un gruppetto di ammiratori. Ecco che i fascisti inalberano il cadavere come una bandiera: invece di un appartato funerale privato, che forse non avrebbe avuto contestazioni, vorrebbero una celebrazione, nello stile della loro mistica mortuaria. Si scatena il chiasso, coi migliori cittadini impegnati a far valere le loro ragioni, e con gli interventi ambigui di chierici furbi e di qualche amministratore locale in cerca di notorietà. Tutto questo è osceno, ma la colpa non è dei contestatori, e neppure della salma del nazista morto: invece, del revanscismo dei fascisti vivi.

I corpi dei condannati a morte del primo processo di Norimberga furono bruciati, e le ceneri sparse da un aereo. Ma già i condannati dei processi successivi non ebbero questo trattamento. Il corpo di Mussolini ha avuto una storia convulsa: nascosto, trafugato, infine recuperato e posto in un lugubre santuario, con intorno i venditori di ricordini. Il corpo di Eichmann fu trattato come i primi di Norimberga.

I confronti sono inevitabili, anche se piuttosto disonesti. Priebke non ha le responsabilità dei condannati di Norimberga, né di Mussolini, e neppure quelle di Eichmann. Ma la morte recente non è uguale a quella remota, e comunque il peso della morte è anche storia dei vivi che restano, e non solo del morto che non è più. In questo, la salma Priebke dimostra la brutta vivacità dei suoi amici, ma anche la bella energia degli italiani che non l’hanno voluta fra i piedi, e che per dirlo hanno usato anche le mani.

E poi via, non è vero che i morti sono uguali. Mussolini è italiano, purtroppo, e evidentemente avere in Italia la sua tomba non è lo stesso che avere quella di un tedesco. Ma questo pochi sono disposti ad ammetterlo, a destra come a sinistra, anche se per ragioni diverse.

L’Italia ha davvero chiesto alla Germania di accogliere la salma di Priebke? L’ha chiesto facendo la voce grossa, o in falsetto? Di certo, la Germania non l’ha voluto. Eppure ha sul suo territorio, e si guarda bene dal consegnarli, criminali nazisti condannati dall’Italia e da altri paesi. Per esempio quel Fritz Jauss e quel Johann Robert Riss, condannati nel 2012 per la strage di Fucecchio. Sono almeno 174 morti. Ancora confronti disonesti: sono la metà delle Ardeatine, ma a Roma i 335 sono maschi, a Fucecchio ci sono anche femmine, e anzi, la più piccola è una bambina di pochi mesi. Quando Jauss e Riss moriranno in Germania, come altri autori di stragi naziste, avranno esequie serene. La sepoltura controversa è per Priebke, ma per via delle scompostezze fasciste. A proposito. Anche i 174 morti di Fucecchio, fu difficile seppellirli, ma accadde nel 1944 e per altri motivi: mancava tutto, e si fecero bare con gli infissi di casa e coi cassoni del corredo. Almeno ebbero quasi subito sepoltura. Ai morti delle Ardeatine andò peggio: i tedeschi fecero crollare le volte delle cave, e si dovette aspettare la liberazione di Roma, mesi dopo, per riesumare quel che era diventato un groviglio in decomposizione, abitato dai topi. I funerali difficili non sono tutti uguali.

Insomma, alla fine contano le considerazioni umanitarie, come per giorni è stato ripetuto fino alla nausea, oppure di civiltà, come scrive qualcuno sulla stampa indipendente. E Priebke ha i suoi due metri di terra italiana, anzi demaniale, in luogo imprecisato. Segreto, dicono, ma misteri di questo tipo hanno sempre un sinistro ticchettio, come certe vecchie sveglie.

Da qualche parte sarà, la tomba di Priebke, ma visto che le località toccate dal suo passaggio funerario hanno visto mobilitazioni popolari, viene da pensare che anche nel posto dove è tumulato la sua presenza sarebbe stata contestata, come si contestano le scorie radioattive o i rifiuti tossici. Questa tumulazione è un fatto occulto, imposto col silenzio e con la carta bollata, se è vero che i pochi a conoscenza del segreto hanno dovuto firmare che non lo riveleranno. In fondo, è una tumulazione tossica.

Ogni cultura funeraria comporta un certo margine di accessibilità delle spoglie. Qui e adesso non si può, come in certe remote civiltà, toccare o vedere i resti umani; ma almeno si va sul posto dove sono chiusi, per fare, dire, pensare, piangere o litigare. Il rito funerario è in funzione dei vivi, non dei morti. Una tomba segreta non è una tomba, ma un nascondiglio, e quindi il sotterfugio, al pari di una profanazione, in fondo ha negato a Priebke ciò che spetta anche a criminali peggiori di lui. Ecco dunque un segreto funerario che ha la maschera di ragioni umanitarie, e la sostanza di un accomodamento pratico fatto per non turbare certe suscettibilità. C’è da credere che quelle di Berlino siano state tenute in particolare considerazione.

Speciale nella detenzione e nella morte, l’ultimo partecipante alla strage delle Ardeatine ha avuto un trattamento sui generis, da vivo e dopo. Sino a ieri detenuto fuori della cerchia muraria del mondo carcerario, adesso tumulato fuori del campo delle tombe visitabili. Degno epilogo di quel massacro, deciso nel segreto dei comandi tedeschi, preparato in gran parte nelle ore notturne, e poi compiuto nell’ombra di una cava di campagna, vicino a tenebrose catacombe.

Da rivedere, Giorni di gloria di Luchino Visconti, col girato originale delle autorità mentre nell’estate 1944, proprio alle Ardeatine, separano i resti umani dal fango e cercano di rimettere insieme i corpi. Adesso basta, col nazista.

Il poeta: Erri De Luca. Scrive un contributo all’agenda 2014 di Magistratura democratica. Viene pubblicato, ma con un distinguo dell’associazione.

Testo suggestivo, quello di De Luca, certamente sincero. La lingua dei poeti si nutre anche del mito, e quell’invito a cercare Euridice anche all’inferno ha rintocchi profondi. Eppure qualcosa non torna, non convince.

Soprattutto il tema della giustizia, ne esce distorto. De Luca scrive di «tribunali speciali», ma sappiamo che negli anni Settanta e Ottanta non ce ne furono: gli uffici che giudicarono la conflittualità armata erano quelli ordinari. Ambigua formula, il tribunale speciale salva un po’ tutti. Sembra chissà quale accusa contro lo Stato e l’ordine, e invece assolve e acquieta. Se i tribunali che procedevano erano speciali, allora quelli normali sono esenti da critiche, e il discorso può passare, mettendo a posto i dubbi. La storia italiana, compresa la storia giudiziaria che pure meriterebbe approfondimenti, viene cacciata in un irrealistico buco poliziesco. Da questa lettura un po’ schematica bisognerebbe prendere le distanze, per aprire un ragionamento più serio.

Ogni discorso sul passato serve a capire il presente, a progettare il futuro. Ci sarebbe da riflettere sul giustizialismo e sul suo contrario, sui formalismi miopi e sui perdonismi presbiti che hanno tradito la Costituzione imbalsamando le migliori energie italiane. Occorrerebbe partire da lontano, dalle manovre della Dc e del Pci e dal fiasco del Partito d’azione, sino alla morte del post-Cln sulle rovine del muro di Berlino. Allora si capirebbe, il senso della vicinanza fra il voto sul Concordato e Portella della Ginestra. Senso profondo, che per le sonde giudiziarie e cronachistiche non è altro che il tempo breve e convulso di poche settimane, nella primavera 1947, ma per la storia e la vita degli italiani ha un retrogusto chiaro e amarissimo. Ciò che sfugge ai giuristi e ai mattinali non dovrebbe sfuggire ai poeti, altrimenti che ci stanno a fare? Mentre ancora stanno stendendo la Carta costituzionale, la giustizia già si accartoccia. Euridice si avvia alle tenebre.

E invece, De Luca e i suoi detrattori finiscono per dire su fronti opposti la stessa cosa. E c’è chi prende le distanze, chi si giustifica con la bellezza del testo, ripetendo una protestatio retorica: il rifiuto di ogni forma di violenza, «deciso, unanime, incondizionato», contro le «degenerazioni», le «aberrazioni». Un linguaggio uscito direttamente da un telegiornale degli anni Settanta, di quelli col profondo cordoglio. È impressionante, come solo sfiorare questi argomenti faccia scattare una reazione automatica, una sorta di solletico macabro. L’esito ha l’aspetto surreale di un orologio molle di Salvador Dalì, inesorabilmente fermo a quegli anni.

E poi. Se davvero il testo di De Luca ha una bellezza irresistibile (a me pare suggestivo, non un capolavoro), non c’è bisogno di scusarsi. Diversamente, la noterella di Md ha il senso di uno sviamento della questione.

Di fatto, facendo così il testo di uno scrittore viene marginalizzato in uno speciale limbo espressivo. Per essere un testo condiviso da una comunità di memoria e di sentimento, non lo è, perché viene presentato come uno scritto forestiero, eterodosso, cui si perdona di esistere solo per la sua veste estetica, come certe belle ragazze cui si permette ogni scempiaggine. È sottinteso che avrebbero fatto meglio a tacere, però che gambe. Per essere un testo respinto, non è neppure quello. La mancata pubblicazione da parte di qualcuno lo avrebbe affrancato per la diffusione da parte di qualcun altro, e lo avrebbe sospinto senza equivoci nel terreno scottante del rifiuto e della censura, costringendo a schieramenti di campo, cioè a scelte (ma la lacerazione di coscienza è così faticosa, nel paese del tutto s’accomoda).

Adesso dov’è, dunque, il testo di De Luca? Come una salma che non si può respingere né trattare come le altre, lo scritto in realtà è stato nascosto. La pubblicazione con la presa di distanza, che lo chiude nel recinto degli esercizi di bello stile e della memorialistica lacrimevole, priva il testo della sua chiave di lettura storica e lo sottrae persino a chi legge, facendone una voce zoppa.

Forse è davvero la giustizia, l’Euridice che non si trova. Oppure, è un certo modo di sentire il giustizialismo, che se vai anche a bussare all’inferno non si fa trovare, semplicemente perché non vuole tornare su. Ecco perché finiscono per essere trattati in modo così strano, due casi in realtà diversissimi: quello del corpo di un nazista morto, e quello dello scritto di un poeta vivo.

Da rivedere, il Testamento di Orfeo di Jean Cocteau, col poeta processato dalla morte, e condannato alla pena di vivere.

Il contrario del vivere, invece, è appunto l’Italia del debito perenne fatto da alcuni ma pagato dagli altri, del ceto scialacquatore che negli anni Settanta spiegava tutto con gli automatismi salariali, e adesso con la rigidità del diritto del lavoro. È un’Italia che si assolve sempre, che vive troppo poco, che si sente in colpa ma che non si processa mai. I testi dei suoi intellettuali, quando danno fastidio sono offerti con lo zuccherino come la medicina di Pinocchio. La salma di un assassino di italiani, è sepolta ma nascosta, per non urtare illustri suscettibilità, e per evitare il chiasso che arriva ugualmente.

Umanità per una salma, bellezza per un testo, falsa memoria e poca giustizia per tutti.

 

 

 

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