di Mauro Baldrati

George-Clooney-NespressoSe stilassi una classifica per eleggere lo spot pubblicitario più improbabile, antipatico, ossessivo dell’anno, non avrei dubbi: Nespresso, quello di “George Clooney’s inside!”, dal titolo nientemeno che The Name Of Pleasure.

Non il più sciocco. A quello ci pensa Yves Saint Laurent con Opium: una modella che entra in un salone extralusso e ci trova un leopardo (il suo cucciolo?), che seduce col profumo. Sarebbe il felino che incontra il felino, immagini manieriste che sembrano tratte dagli scarti fotografici di Helmut Newton (benché tecnicamente perfette, realizzate da un fotografo esperto come Patrick Demarchelier), un’estetica uscita dal cassonetto dei rifiuti degli anni Ottanta. Ma che differenza c’è tra il lusso parigino di YSL e quello brianzolo del leghista Calderoli che teneva una tigre nella sua villa?

Ma torniamo a Nespresso. Il bel George arriva su una terrazza (il cafè-store Nespresso in una metropoli americana, ma può evocare altri luoghi smart come la Terrazza Martini a Milano) con la sua tenuta casual-chic, giacchetta e camicia senza cravatta, occhiali da sole (Persol?). Si prepara un caffè con la capsula, siede al tavolo di una ragazza, che apprendiamo essere la modella Lauriane Gilliéron, miss Svizzera 2005, 29 anni, alta 1,70 con misure 85-60-91, e le chiede se sta bevendo “Volluto”. Lei dice sì, ma l’ha appena terminato, così George (che si presenta col solo nome, senza cognome) si offre di andare a preparane un altro per lei. Lei accetta, ma quando lui si dirige verso il bar la modella si alza e grida, alle donne che siedono ai tavolini, tutte belle, giovani coi tacchi a spillo: “George Clooney’s inside!”, scatenando un’eccitazione generale di tipo isterico, con tutte che si alzano preparandosi all’assalto. La mossa della modella sarebbe dovuta, spiegano alcuni recensori, al progetto di scroccare il caffè che George ha lasciato sul tavolino (incomprensibile, visto che sta andando al bar apposta per lei). Oppure che la ragazza vuole per così dire liberarsi di George, neutralizzarlo, perché la sua unica aspirazione è gustare il suo caffè in solitudine, senza l’attore tra i piedi, così lo butta in pasto al branco. E’ più verosimile la seconda ipotesi (rafforzata dalla voce fuori campo: “non lasciare che qualcuno si intrometta tra te e il tuo piacere”), però bisogna lavorare di fantasia per decrittare questo “messaggio”, e trovare traccia dell’ironia contenuta in alcuni spot precedenti (uno dei quali girato nel 2009 da Robert Rodriguez). Il tutto è alquanto impostato, la voce della modella, il modo di tendere il braccio, l’espressione preoccupata di George quando viene “sgamato”, l’eccitazione delle donne che vengono rappresentate come un raduno di galline in adorazione della star hollywoodiana. Ne esiste anche una versione con Matt Damon (Matt Damon’s inside!, con la solita crisi isterica femminile di massa). Lo spot ha avuto una programmazione martellante, anche due volte nella stessa sequenza pubblicitaria. Ora, dopo una piccola pausa “di riposo”, sta tornando più insistente che mai. Considerando la seconda lettura, al di là dell’ironia di maniera viene lanciato un messaggio ben preciso: meglio un caffè di un uomo.

Critica da bacchettone? Sarà, però viene da chiedersi quali input possono recepire i bambini, e soprattutto le bambine, da questa ripetizione di modelli femminili e maschili ultrastereotipati, che potrebbero essere inseriti nell’estetica “gallista” del Bell’Antonio di Brancati.

Stupisce – o forse no? – come in questi cosiddetti “creativi” serpeggi la più allegra indifferenza verso i dibattiti etico-sociali che si sviluppano sul web (soprattutto) e sugli altri media (più raramente, perché giornali e TV sono finanziati proprio dalla pubblicità). Uno spot della Mercedes fu ritirato perché razzista (i due giovani bianchi e belli che capitano in un bar affollato di negri, gay, punk e metallari, tutti brutti, sporchi e cattivi), uno della Ferrero pure (“La Germania vota bianco”), quello della Barilla addirittura per omofobia.

Viene anche chiedersi a questo punto se corrisponde a verità il proverbio: abbiamo ciò che ci meritiamo: abbiamo avuto i fascisti, abbiamo i politici ladri, gli evasori fiscali, la Santanché sempre in televisione e così via. Adesso pure gli spot ossessivi dei “creativi”.

Ma insomma, sorge spontanea la domanda: cosa abbiamo fatto noi italiani per meritarci questo?

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