di Walter Catalano

Valis

Ogni religione scaturisce da una rivelazione. Una rivelazione è un processo comunicativo attraverso il quale Dio, o chi per lui, manifesterebbe la sua esistenza e la sua volontà agli uomini. Chi fa da tramite per questa rivelazione è chiamato profeta o “messaggero”; “veggente” (in particolare per le apparizioni contemporanee che rientrano nella categoria delle rivelazioni private, fuori dai crismi delle religioni istituzionalizzate); visionario (da chi nega l’autenticità dei fenomeni); “medium” (secondo la terminologia spiritica: ambito che abbassa il livello e le ambizioni del mittente locutore ma non ne modifica la sostanza: il “channeling”, come è chiamato nell’ambiente New Age, è una “canalizzazione”, il trasferimento di un messaggio fra due piani diversi: una “rivelazione” dunque, sempre e comunque…). Dio, o chi per lui, usa vari mezzi per comunicare: una voce o una visione (spesso inviata per mezzo di angeli: parola che in greco significa messaggero); rapimento in cielo e viaggio nella dimensione “altra” (le Apocalissi di Giovanni ne sono l’esempio più eclatante: apocalisse significa in greco rivelazione, svelamento); un sogno (ad esempio quello di Giuseppe nel Vangelo di Matteo); un’estasi durante la quale il corpo resta sul piano terreno e la comunicazione avviene su un piano “sottile” (fenomenologia mistica cristiana e orientale; sciamanismo).  Il contenuto della rivelazione può essere molto vario ma generalmente riguarda: verità di “fede”; eventi futuri (rivelazione escatologica: fine del mondo); eventi “celesti” (aldilà: rivelazione propriamente apocalittica); eventi presenti interpretati secondo una particolare concezione che esprima una relazione fra l’uomo e il sacro, inteso come realtà trascendente che superi il mondo fisico come viene normalmente considerato. Tutte le rivelazioni, senza eccezione, rientrano nelle predette categorie: da Giovanni Evangelista a Maometto, dai Rishi vedici a Joseph Smith, da Wovoka ad Allan Kardec, da Aleister Crowley a Ron Hubbard. Semmai si è voluto distinguere sulla natura di queste rivelazioni classificandole – come hanno fatto Mircea Eliade o Julien Ries – secondo la loro appartenenza alla religione, alla magia o alla gnosi: l’esperienza religiosa sarebbe una ‘ierofania’, manifestazione del sacro (inteso sempre nel senso che abbiamo detto prima); la magia una ‘cratofania’, manifestazione della potenza; l’esperienza gnostica una ‘gnoseofania’, manifestazione del proprio sé più profondo coincidente con il divino e col vertice della conoscenza. Ovviamente i limiti e le distinzioni fra una posizione e l’altra sono estremamente labili e sfumati, abbondantemente arbitrari.

Le estrazioni dentarie sono una questione delicata. Già Lafayette Ron Hubbard aveva avuto nel 1938, sotto anestesia, un’intensa allucinazione (credeva di essere morto e resuscitato) riportando una serie di conoscenze superiori che gli avevano dettato il misterioso libro “Excalibur”, prima fonte di Dianetics, da cui sarebbe derivato in seguito (per beneficiare – pare – delle agevolazioni fiscali concesse negli Usa alle associazioni religiose) il culto di Scientology. In circostanze abbastanza simili, anche Philip K. Dick, ebbe accesso alla sua forma di rivelazione. Molto probabilmente J.L. Borges aveva ragione quando scrisse che la teologia non è che un sottogenere della narrativa fantastica. Invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia: i narratori fantastici tendono per natura a farsi teologi e fondatori di sette e religioni. Se le rivelazioni del mondo antico richiedevano però ambienti e situazioni non ordinarie: digiuni, eremitaggi, deserti, grotte, montagne, tempeste e roveti ardenti, nel desacralizzato mondo moderno uno studio dentistico può essere più che sufficiente alla bisogna.

Nel Febbraio del 1974 Philip K. Dick si fa estrarre un dente del giudizio e gli viene somministrato del pentotal. Quando torna a casa riceve la visita di una giovane inserviente di farmacia che gli consegna un antidolorifico: la ragazza indossa una collana con un ciondolo d’oro a forma di pesce. Dick resta estasiato, non si sa se dalla ragazza o dal ciondolo. – Che cos’è ? – le chiede. – Un simbolo che usavano i primi cristiani. – Risponde lei. E’ fatta. Mentre la ragazza se ne va, lo scrittore sprofonda nell’ “anamnesi” (come lui stesso l’ha definita usando un termine platonico): un senso di vasta e totale conoscenza che passerà il resto della vita – altri otto anni – a interpretare, scrivendo un’ Esegesi (il termine è suo) lunga quasi novemila pagine manoscritte o dattiloscritte. Il ciondolo col pesce è solo l’innesco di una serie di esperienze quanto meno insolite: in Marzo Dick passa varie notti insonni in preda a incubi – durante i quali sveglia la compagna Tessa sibilando come un rettile e poi scoppia a piangere ripetendo preghiere in latino – e a due episodi di psichedelia visuale il secondo dei quali viene da lui descritto come “tutti i quadri di arte moderna esistenti al mondo, centinaia di migliaia di immagini – Klee, Kandinsky, Picasso, ecc. – messe insieme”. Pochi giorni dopo si sente spinto da un raggio di luce rosa accecante che spara informazioni nel suo cervello a praticare il battesimo secondo i riti dei primi cristiani sul suo figlioletto Cristopher: successivamente quella stessa luce rosa informerà Dick che la vita di Cristopher è in pericolo per un’ernia inguinale, lo scrittore convince Tessa a far sottoporre il piccolo ad una visita e il medico conferma l’inaspettata diagnosi e fa operare d’urgenza il bambino. Dick definisce quella misteriosa fonte d’informazione Valis: Vast Active Living Intelligent System: il suo emissario è “un’entità plasmatica rossa e dorata” che lo viene spesso a visitare e che lui chiama in vari modi: Ubik, Logos, Zebra, “the Plasmate”. Dick riceve messaggi anche attraverso la radio che funziona – esiste la testimonianza di Tessa in proposito – indipendentemente dal fatto che la spina sia inserita nella presa di corrente o no. Le presunte percezioni extrasensoriali di Dick proseguono: un giorno riceve sette lettere e ne identifica una – la cosiddetta “lettera Xerox” – che provocherebbe la sua morte se fosse letta da lui: così la fa leggere a Tessa pregandola di non fargliela vedere. Si tratta della recensione da parte di un giornale di estrema sinistra di un libro che parla della decadenza e caduta del capitalismo americano: tutte le parole come declino, decomposizione, decadimento, sono sottolineate in rosso o in blu. “Messaggi di morte” – sentenzia Dick che inoltra la lettera all’FBI e chiama ripetutamente la polizia federale dichiarando ogni volta la sua lealtà verso il paese: riceverà risposte imbarazzate e un foglio prestampato che lo ringrazia per l’interessamento e il materiale fornito. Dick cercherà di trasporre queste ineffabili esperienze in forma narrativa nei romanzi scritti in quel periodo o negli anni immediatamente successivi: “Radio Free Albemuth”, “Valis”, “The Divine Invasion”. E’ consapevole però che il messaggio precede la rivelazione: tutte le sue principali opere passate contengono già la chiave dell’esperienza che chiamerà 2-3-74 (febbraio-marzo 1974): “The Three Stigmata of Palmer Eldritch”; “Ubik”; “Flow My Tears, The Policeman Said”; “A Maze of Death”; “A Scanner Darkly”; ecc. L’immenso, frenetico lavoro di scrittura che occuperà i suoi ultimi anni, l’Esegesi, non è soltanto un tentativo di interpretare l’esperienza 2-3-74: è anche, e forse soprattutto, il tentativo di interpretare tutta la propria opera alla luce di quell’esperienza.

L’immaginario gnostico forma uno scenario persistente, un’allucinazione durevole. Intendiamo per Gnosticismo quel movimento sincretistico pagano-cristiano che attraversò il Mediterraneo dell’ellenismo romano fra il II e il VII secolo e che Puech definisce in sintesi “la teoria dell’ottenimento della salvezza per mezzo della conoscenza”. Lo gnostico è assillato dal senso del male, identifica la creazione con il male e il Dio creatore come un’entità maligna, il Demiurgo, che ha edificato un’immensa prigione, il Cosmo, e l’ha incatenata al Destino, al Fato (Heimarmene), attraverso il corso del firmamento, dei corpi celesti, presieduti da dominatori demoniaci dalle forme bestiali, gli Arconti. In esso l’uomo è condannato alla schiavitù, all’esilio, all’oblio, all’ignoranza, all’ebbrezza e al sonno: si proclama “straniero” (allogenes) e si rifiuta di accettare il mondo e sé stesso nel proprio stato attuale. E’ un rivoluzionario, un ribelle mosso da un impulso di rivolta, di rifiuto, di disgusto: la nostalgia inestinguibile di un Altrove è la scintilla che prova l’esistenza di un dio fuori dalla creazione; il “Dio straniero”, “l’Altro”, il Dio Ignoto, Ineffabile, Nascosto, conoscibile non attraverso la Natura ma al di là della Natura. La salvezza è conoscenza del proprio stato originario ed evasione dal carcere del mondo. Lo gnostico pertanto è “anticosmico” o “acosmico” e “antistorico” o “astorico”: la storia scaturisce da un disastro originario, la caduta della Sophia – la Sapienza – fuori dal mondo divino della pienezza, il Pleroma; il tempo per lo gnostico non è un circolo come nell’ellenismo pagano, né una linea retta come nel cristianesimo: è una linea spezzata. Già Carl Gustav Jung nel 1916 – negli anni successivi alla traumatica frattura con Freud – fu ossessionato da figure gnostiche: produsse un testo di scrittura automatica, praticamente in stato di trance, i Septem Sermones ad Mortuos, identificandosi con Basilide, uno gnostico alessandrino del II sec., e dando voce ad Abraxas, “il Dio che era Dio e diavolo insieme” (come scriverà il paziente junghiano Herman Hesse nel suo romanzo Demian, ispirato al suo incontro con Jung). Anche il fondatore della psicologia analitica ebbe la sua rivelazione quasi medianica: oltre agli enigmatici Septem Sermones ad Mortuos, anche “Il Libro Rosso”, scritto a mano in caratteri gotici e finemente illustrato dall’autore stesso: in esso appare una fantomatica figura di Maestro: Filemone, ancora uno gnostico egizio-ellenistico: “Filemone rappresentava una forza che non ero io… rappresentava un’intelligenza superiore” – commenterà Jung nella sua autobiografia “Ricordi, sogni, riflessioni”. Dick dunque può contare su un predecessore illustre: anche lui, come Jung, si sente abitato da altre personalità con differenti abitudini e caratteri – le chiama a volte Simon Mago o Tommaso, altre Afrodite, Artemide/Diana, Santa Sofia e Gemella Jane, la sua gemella morta neonata (1); anche lui viene sbalzato nell’immaginario gnostico e vede “Roma, Roma ovunque”, una visione di sbarre di ferro e cristiani perseguitati, che chiama BIP: Black Iron Prison (Nera Ferrea Prigione), il simbolo dell’Impero, a cui si oppone il PTG, Palm Tree Garden (Giardino di Palme), rifugio dei cristiani clandestini. Come racconta Emmanuel Carrère nella sua biografia romanzata “Io sono vivo, voi siete morti”: “ Roma è qui, adesso. L’americano medio non vede, ma essa è la Realtà soggiacente al mondo in cui egli vive. L’Impero non ha mai avuto fine. Si è soltanto nascosto agli occhi dei suoi sudditi. Come si proietta un film sul muro di una prigione, ha ordito per loro questo universo di fantasia, questa finzione spudorata che la maggior parte degli spettatori prende per uno scrupoloso documentario: diciannove secoli di storia e il mondo che ne risulta. Ma durante la proiezione la guerra continua”.

Una delle personalità che coabitano in P.K. Dick e talvolta prendono il sopravvento su di lui è quella di un suo illustre e intimo amico da poco scomparso: il vescovo James Albert Pike. Vescovo Episcopaliano della California, personaggio molto noto nell’America degli anni ’60 per i suoi programmi televisivi settimanali e per i numerosi libri in cui manifestava idee estremamente liberali soprattutto riguardo all’ordinazione sacerdotale delle donne e al razzismo (collaborò strettamente con Martin Luther King e fu uno dei maggiori oppositori del Senatore McCarthy) e opinioni teologiche pericolosamente anticonformiste sulla verginità di Maria e sulla dottrina dell’Inferno o della Trinità. Anche nella vita personale Pike fu un pastore sui generis: fumatore compulsivo, quasi alcolizzato e – grazie alla sua personalità carismatica – inveterato tombeur de femmes. L’ultimo romanzo pubblicato da Dick, “The Transmigration of Timothy Archer” (1981) – unico della sua carriera letteraria narrato da un punto di vista femminile –  pur nascondendo i personaggi sotto nomi fittizi, racconta essenzialmente le vicende degli ultimi anni del vescovo Pike (Archer nel romanzo) come Dick le ha conosciute quasi in presa diretta (il vescovo celebrò uno dei numerosi matrimoni dello scrittore). Nel 1966 il figlio del vescovo Pike, Jim Junior, si suicida in un albergo di New York: nei mesi seguenti a casa del vescovo si manifestano episodi di poltergeist – libri che appaiono e scompaiono, orologi che si fermano improvvisamente segnando l’ora della morte di Jim Junior, guardaroba messi a soqquadro e misteriosamente riordinati in pile –  Pike ingaggia vari medium per stabilire un contatto col presunto fantasma del figlio e arriva a tenere, con grande imbarazzo  della Chiesa, una seduta spiritica in uno studio televisivo. Racconterà le sue esperienze di confine in un libro, “The Other Side”. Nel 1969 Pike è in viaggio con la sua terza moglie Diane nel deserto della Giudea, in cerca di prove sull’esistenza del Gesù storico: l’auto va in panne in mezzo al deserto e Diane, lasciato il marito in auto all’ombra, attraversa lo Wadi a piedi in cerca di soccorsi. Raggiunge fortunosamente un villaggio e ottiene un passaggio fino a Betlemme dove avverte la polizia: partono squadre di auto ed elicotteri – il personaggio da salvare è una celebrità – quando l’auto viene localizzata però Pike non c’è più, si è inspiegabilmente allontanato sotto il sole. Il suo corpo senza vita viene ritrovato cinque giorni dopo, sullo stesso percorso della moglie, non lontano dal Mar Morto: si è di nuovo inerpicato sul Wadi ed è apparentemente precipitato giù dal sentiero. Molto dubbia e lacunosa resta la versione ufficiale dell’accaduto fornita della moglie Diane, che era anche la segretaria del vescovo e che perse inspiegabilmente nei mesi seguenti le bozze del libro a cui Pike stava lavorando: uno studio dedicato ai rotoli del Mar Morto in relazione all’Anokhi (“Anokhi YHWH Elohekha” – Esodo 20:2, “Io sono  YHWH il tuo dio”), in forma di fungo sacro allucinogeno. Dick si attiene ai fatti reali ma li usa – come sottolinea Lawrence Sutin nella sua scrupolosa biografia dickiana “Divine Invasions” – per comporre forse l’unico roman à clef della sua carriera di scrittore: “Perché nel raccontare la storia dell’esistenza fallimentare del vescovo Archer – la sua infelice vita familiare, la sua amara relazione extraconiugale, e le sue egoistiche giustificazioni intellettuali – Phil, essenzialmente, rigetta le astrazioni della sua “Esegesi” a favore delle semplici virtù quotidiane del calore umano e della gentilezza”. Ogni personaggio del romanzo ha un corrispettivo reale: Archer è Pike; Jeff Archer è Jim Pike Junior ma anche due amici suicidi di Dick; Edgar Barefoot è il guru del buddhismo hippie Alan Watts; c’è posto anche per lo scrittore stesso: è Bill Lundborg, il figlio schizofrenico dell’amante di Archer, Kirsten, che – proprio come Dick – crede che l’anima del vescovo torni di tanto in tanto a possederlo.

“Ecco l’enigma di VALIS. – scrive Dick in una delle migliaia di pagine dell’Esegesi – In VALIS dico di conoscere un pazzo che immagina di aver visto Cristo: io sono quel pazzo. Ma se so di essere pazzo so anche che in realtà non ho visto Cristo. Dunque non faccio alcuna affermazione su Cristo. Dico solo di essere pazzo. Ma se dico solo quello, allora non ho fatto alcuna asserzione che riveli la mia pazzia. Quindi non sono pazzo. E così si ricomincia da capo e si continua per sempre. E’ stato rivelato qualcosa, ma cosa ? Ha a che fare con Cristo o solo con me stesso ? E’ un paradosso, questo, noto fin dall’antichità: lo formularono i Presocratici. Un uomo dice: “Tutti i Cretesi sono bugiardi”. Quando si chiede a quest’uomo chi sia, egli rivela di essere nato a Creta. Quindi cosa ha affermato alla fine l’uomo ? Niente di niente ? E’ questa solo l’apparenza del conoscere o una forma – una strana forma – del conoscere stesso ? Zenone e i Sofisti in generale vedevano nel paradosso un modo di trasmettere la conoscenza: il paradosso – di fatto – come un modo di giungere a delle conclusioni. Un aspetto noto anche nel buddhismo zen. Il paradosso talvolta provoca uno strano salto o una connessione nella mente di una persona; accade qualcosa, una comprensione improvvisa, come arrivata dal nulla, che chiamano satori. Il paradosso non dice, indica. E’ un segnale, non la cosa indicata. L’oggetto segnalato deve sorgere ex nihilo nella mente della persona. Il paradosso, il koan, non rivela nulla, serve solo a svegliarsi. Fatto che ha senso solo se si accetta qualcosa di molto strano: siamo addormentati ma non lo sappiamo, almeno non finchè non ci svegliamo”.

Nel caos dei due milioni di parole di cui è composta l’Esegesi, varie migliaia sono dedicate a cercare di trovare una spiegazione razionale – medica, psichiatrica, neurologica, farmacologica – alle esperienze che Dick stava vivendo. Lo scrittore ipotizza un disturbo bipolare; danni neurologici causati dall’abuso di anfetamine; una sequenza di piccoli infarti (anticipo sull’infarto maggiore che lo stroncherà in un garage di Sonoma, California, nel 1982 ). Se fosse vissuto solo qualche anno di più, avrebbe scoperto, nel corso delle sue letture in ambito psichiatrico e neurologico, una patologia definita TLE (epilessia del lobo temporale) – una forma meno pericolosa e più difficile a diagnosticarsi del grand mal –  spesso associata con l’ipergrafia e l’iperreligiosità e diagnosticata, dai neurologi che l’hanno identificata, in Dostoevski, Santa Teresa d’Avila, Swedenborg e Van Gogh. Sull’altro versante però Dick è consapevole di scrivere come in estasi, di aver trovato – dopo le turbolente esperienze psichedeliche dei tossici anni ’60 e ’70 – un modo di alterare la propria coscienza esclusivamente attraverso il linguaggio, riformulando le vecchie tradizioni esoteriche – alchimia, sciamanismo, mistica, ecc. – nel calderone metafisico della fantascienza ed elaborando – come già aveva fatto Aldous Huxley – una sua personale Filosofia Perenne: quello che qualcuno ha definito una “scalinata verso Eleusi”. Il Dick dell’Esegesi si dissolve nel linguaggio: in quel flusso che chiama Logos, il termine greco che definisce sia il “discorso” che la “ragione”. “Il tempo viene smascherato come irreale ; – scrive nel 1978 –  1900 anni si dischiudono come un aspetto di una matrice sottostante… i miei 27 anni di scrittura che verte sempre ossessivamente sui medesimi temi trovano la loro ragione; l’esperienza del 2-74 e del 3-74 è comprensibile, come la defenestrazione di Nixon; le costanti transtemporali sono state spiegate… forse distruggerò l’Esegesi: è un viaggio che ha raggiunto la sua meta”.

Il valore dell’Esegesi non sta nelle idee che vi vengono espresse ma piuttosto nello sguardo che questo accumulo caotico di materiali diversi e contraddittori permette di gettare su una creatività visionaria e frammentata, nella testimonianza della lotta eroica che l’autore conduce per tenere insieme i pezzi della propria personalità e della propria vita vicina alla fine: infestato dal fantasma di una sorella vissuta un solo mese (“Oh JHWH – My sister. I meant to write Savior” – scrive nell’ultima pagina dell’Esegesi); tormentato da turbe psicotiche; passato attraverso a un diorama di droghe, a cinque matrimoni, vari tentativi di suicidio, gravi problemi finanziari, vere o fittizie persecuzioni da parte dell’FBI, offensivi rifiuti letterari, ossessioni erotiche per la cantante Linda Ronstadt, Dick resta fedele a sé stesso fino all’ultimo giorno: un cuore e una mente prossimi a spezzarsi ma che testardamente  protendono al massimo limite i poteri dell’immaginazione e dell’invenzione interrogandosi senza posa sul mistero cosmico.

Nel romanzo “Philip K. Dick is Dead, Alas”, scritto nel 1987 da Michael Bishop, lo scrittore risorge dalla morte trasformandosi in una sorta di sub demiurgo che – come un Palmer Eldritch a rovescio – ha il potere di “abreagire” una realtà distopica trasferendola su un altro piano in cui questa diventa migliore. Dick svolge il suo ruolo cristico usando la propria opera come fonte del sacrificio: in quel livello di realtà, infatti, lo scrittore è un importante autore di romanzi mainstream e le sue opere di fantascienza sono proibite e censurate (circolano solo come samizdat) da un potere dispotico esercitato da un Richard Nixon alle soglie del quinto mandato presidenziale: gli USA hanno vinto la guerra del Vietnam, continuato il programma spaziale NASA costruendo una base – VonBraunville – sulla luna, e distruggendo qualsiasi forma di dissenso e opposizione democratica nel paese. Nixon è come posseduto da un demone e, per compiere il passaggio abreattivo, i cospiratori – uniti nel simbolo di un ciondolo a forma di pesce – oltre alla tecnologia, useranno anche l’esorcismo – il rito verrà praticato da un vescovo episcopaliano che ricorda molto Pike/Archer. Nelle pagine di questo romanzo viene molto ben espresso il senso ultimo che, profondamente, ogni lettore di Dick ricava dall’aver approfondito l’esperienza letteraria ed esistenziale dello scrittore. Philip K. Dick è  – a tutti gli effetti sul piano immaginale – un bodhisattva, un avatar che lotta per rimettere in sesto i pezzi dei mondi in rovina. Linguaggio/informazione contro entropia: forse il significato dell’Esegesi è tutto qui. Come scrive Bishop nel distico elegiaco-blasfemo che fa da leitmotiv al suo illuminante romanzo: “Philip K. Dick is dead, alas. Let’s all queue up and kick God’s ass” – Philip K. Dick è morto, ahimé. Mettiamoci in fila e prendiamo Dio a calci in culo.

 

 

(1) Phil e la sorella gemella Jane Charlotte erano nati di sei mesi prematuri: la madre di Dick non ebbe abbastanza latte per tutti e due e Jane morì di malnutrizione poco più di un mese dopo la nascita. Dick, che dal 1982 riposa al suo fianco, fu per tutta la vita ossessionato dal trauma della sorella morta perché lui vivesse (“In qualche modo mi sono preso io tutto il suo latte” – dichiarò in un’intervista). Nel romanzo “Dr. Bloodmoney” il personaggio della bambina in contatto telepatico con il gemello congiunto non sviluppato e rimasto delle dimensioni di un coniglio dentro di lei,  è l’espressione più inquietante e compiuta di questa ossessione.