di Filippo Casaccia

SMMurato

Se avete letto Asterix in Corsica avete già più o meno un’idea degli isolani: un popolo di montagna che vive di fronte al mare, orgoglioso, passionale e bello (Laetitia Casta, per dire). E che mangia benissimo. Per noi italioti la Corsica è lì davanti e a Bastia ci arrivi in traghetto, più o meno comodo. Poi prendi la nazionale 193 verso sud e al primo rondò che indica Murato, t’inerpichi a destra. Venti minuti e ci sei, accolto su un poggio scenografico dalla chiesetta di San Michele, un romanico pisano zebrato da urlo: all’ignoto architetto medievale il classico bianco e nero a strisce doveva sembrare banale, ed ecco una lisergica fantasia di Lego intrecciati.
Ma non siamo qui per questo: arrivi in paese e dalla strada il bar-ristorante Le But non si presenta granché. Entri ed è il classico baretto di mezza montagna, con gli avventori rumorosi che parlano di calcio sorseggiando un bianchetto, fumando in spregio di ogni normativa. Sui muri foto anni Settanta della squadra locale, con baffoni e basettoni d’ordinanza. Inoltre occhieggia Roger Milla, indimenticabile bomber del Camerun e del Bastia.
Sali di un piano attraverso un’angusta scala ed è un altro mondo: una sala rustica e accogliente, rigogliosa di piante di corbezzolo e foto ottocentesche. Il servizio è puntualissimo, esplicativo e incalzante. Mi hanno detto che cenare qui è un impegno agonistico: sono pronto.
Ti accomodi e dopo un rinfrescante bicchiere di vino di pesche, parte la singolar tenzone: minestra di verdure per predisporre lo stomaco. Ottima. Poi il primo shock sensoriale, gli affettati: lonza e coppa, in un tripudio di sapori, e subito l’uno-due: carciofini al basilico, pomodorini secchi e funghi a volontà, innaffiati da vini locali. Queste sono esperienze che ti segnano e io, da provincialotto, faccio l’errore di riempirmi il piatto più volte. Anche se ti piangono gli occhi, resisti e trattieniti, perché la festa deve ancora cominciare.
Siccome s’intuisce che tu sia già alla congestione, ti viene servita della grappa di mirto come se fosse un prezioso idraulico liquido. Uno volta stappato, parte il round di primi. Il mâitre introduce ogni portata con un imperativo prussiano: “ora dobiamo asagiare”. È una piacevole condanna. Tocca ai clamorosi cannelloni: al formaggio e prosciutto per i poveri di spirito e al broccio (una specie di ricotta), menta e timo per i più raffinati. Come direbbe Moe, il barista di Springfield preferito da Homer Simpson, “C’è una festa nella mia bocca!”.
Sei suonato, vorresti gettare la spugna e già parte il secondo round: uno spezzatino di vitello tenero in maniera commovente. Il tuo calice trabocca e la pancia è tesa come un Tango Adidas quando arrivano gli imperdibili formaggi con marmellata di fichi. Un giulebbe di sapori inebrianti, coronato da pesche al liquore e dal classico giro di acqueviti della casa.
Il trattamento a menu fisso costa 45 euro, ma poi non mangi per una settimana, per cui c’è una convenienza. Ci devi arrivare digiuno (meglio se di due giorni) e prevedere almeno tre ore di degustazione: ti servono tutte se non vuoi rischiare il colpo apoplettico. Io mi sono alzato barcollando e ho ripreso vita passeggiando nel paesino. C’era una festa di piazza e cantava un tipico gruppo polifonico indigeno, di quelli che inseguono ardite armonie con la mano a tappare l’orecchio, come se avessero tutti mal di denti. Nello stordimento, riconosco qualcosa: “E se io muoro… da partiggiano…”. È Bella ciao! Be’, posso morire felice.
Le But è anche una discoteca (con scaltra mossa di marketing, si chiama The But), per darsi al cucco isolano enfi di alcol e cibo. Ma di musicaccia techno io non so che farmene e ribadisco il consiglio, raccomandando l’imprescindibile prenotazione allo 0033 4 95376092: astenersi vegetariani e inappetenti.

(Questo post è già stato pubblicato su Carmilla nel 2008, ma il consiglio è sempre valido e chissà mai che non siate in giro da quelle parti).

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