di Alessandra Daniele

Elio.jpgQuesti asteroidi giganti che sfiorano la terra non la centrano mai. Che pippe. O forse come Grillo pensano li si noti di più se danno buca.
Ci sarebbero così tanti buoni motivi per spianarci.  Per esempio il Festival di Sanremo.
Quando si riordina un cassetto, capita di trovare sul fondo piccoli oggetti dalla funzione sconosciuta e indecifrabile, probabilmente pezzi di qualcosa che s’è rotto o è stato smontato anni prima, o parti di ricambio in soprannumero mai diventate utili. Sono quegli aggeggi che ti fanno pensare ”Ma cosa cazzo è questo? A che serve? Perché non l’ho buttato?”
Immaginatevi un cassetto pieno solo di queste cianfrusaglie. Questo è Sanremo. Con l’unica eccezione di Elio e le Storie Tese con la loro Canzone Mononota, una lezione sia di musica che d’ironia (con citazione finale dei Monty Python) così dissonante rispetto al tono generale da rigattiere necrrofilo del Festival.
Uno scoramento simile a quello dato dall’aprire il cassetto di Sanremo l’avremo di nuovo fra pochi giorni, aprendo la scheda elettorale.
Anche lì troveremo cocci, tappi, bulloni spanati, bugiardini scaduti, scarabocchi indecifrabili, cazzibubboli e scilipoltiglia varia. Anche lì troveremo sketch riciclati e qualunquisti, ”Big” cialtroni o insignificanti, e ”Nuove Proposte” che suonano più vecchie dii Albano.
Anche lì sentiremo suonare una nota sola, da tutti: ”C’è la Crisi, qualcuno la deve pagare, votate me, e la faremo pagare a qualcun altro”.
Può cambiare il ritmo, l’arrangiamento, il cantante, c’è chi la sbraita, chi la bofonchia, e chi la scandisce con la voce metallica dei Kraftwerk e dei Rockets, ma la nota non cambia.
In realtà sappiamo che alla fine a pagare saranno sempre gli stessi, e saranno sempre gli stessi a incassare, cioè quelli che la Crisi l’hanno provocata.
E non sappiamo più bene cosa farci.
Fra le immagini della manifestazioni turbolente degli ultimi anni, mi hanno particolarmente colpito quelle di un gruppo di ragazzi, cinque o sei, che cercava di sfondare la vetrina antiproiettile d’una banca, senza riuscirci. Usavano caschi, sanpietrini, e un segnale stradale divelto come ariete, ma la vetrina non cedeva. Era una ragnatela di crepe, si piegava, ma resisteva come un muro di gomma. La furia dei ragazzi s’andava spegnendo, i loro sforzi si facevano sempre più fiacchi, lenti, scoordinati. Sempre più inutili.
Quando si apre un cassetto, a volte ci si rende conto che per essere riordinato davvero avrebbe bisogno di essere estratto, e rivoltato sul pavimento. E allora, a volte, si preferisce richiuderlo. Rimandare.
Abbiamo richiuso troppi cassetti, uno dopo l’altro. Adesso siamo rinchiusi noi dietro la vetrina di gomma d’un rigattiere necrofilo.
Siamo finiti come in quella vecchia barzelletta sui cartelli stradali: “Rallentare – 80 km”, ”Rallentare – 50 km”, ”Rallentare – 30 km”. ”Benvenuti a Rallentare”.

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