di Valerio Evangelisti

DelpechRubarePerLAnarchia.jpgJean-Marc Delpech, Rubare per l’anarchia. Alexandre Marius Jacob, ovvero la singolare guerra di classe di un sovversivo della Belle Epoque, ed. Elèuthera, 2012, pp. 162, € 14,00.

Di Alexandre Marius Jacob mi sono già occupato in un precedente articolo, incentrato in gran parte sulla controversa questione di Jacob quale ispiratore di Arsène Lupin, il leggendario gentleman-cambrioleur creato da Maurice Leblanc. Ora Elèuthera propone un saggio che, pur dedicando a tale faccenda di dubbio rilievo un intero capitolo (in appendice), si concentra piuttosto sul contesto ideologico in cui il “caso Jacob” va inquadrato.
Ricordo che Alexandre Marius Jacob, scassinatore geniale, anima di una banda anarchica che si autodenominò Les Travailleurs de la Nuit (“I lavoratori della notte”), portò a termine, ai primi del ‘900, una quantità impressionante di furti e rapine un po’ in tutta la Francia. A differenza della successiva “banda Bonnot” evitò il più possibile di spargere sangue, salvo qualche sporadico caso sostanzialmente di autodifesa.

Arrestato nel 1905, pronunciò davanti ai giudici una requisitoria memorabile. Fu inviato nella colonia penale della Guyana, dove rimase fino al 1927. Da allora campò come venditore ambulante e scrisse moltissimi articoli per la stampa anarchica, oggi raccolti in due tomi voluminosi. Sentendosi privo di forze, si suicidò nel 1954. Lasciò a chi avesse trovato il suo corpo due bottiglioni di vino rosso, da bere alla sua salute. Aveva 75 anni.
La vicenda di Jacob, come anche quella più truculenta di Bonnot, si inquadra nel filone dell’anarchismo “illegalista”, fiorito soprattutto in Francia (meno in altri paesi, tra cui l’Italia) tra gli ultimi anni del XIX secolo e i primi del XX, con appendici che si prolungano fino ai giorni nostri. La tesi di fondo era nitida: se la borghesia ti deruba, tu sei legittimato a derubare la borghesia, e a riappropriarti di quote della ricchezza che ti hanno tolto. Qualcosa di simile agli “espropri proletari” avvenuti in Italia nel 1977 e dintorni, e in Spagna l’anno scorso.
L’illegalismo viene normalmente ricondotto all’anarchismo individualista che si ispirava a Stirner, a Nietzsche, a Zo d’Axa, a Emile Armand, ad Albert Libertad, ad André Lorulot, ma non è sempre vero. La parte di bottino che Jacob destinava all’azione politica andava, nei suoi begli anni, al giornale “Le Libertaire” di Sébastien Faure, che non era né individualista né illegalista. Non c’è traccia di individualismo, a mio giudizio, negli scritti o nelle azioni del più famoso ladro di quegli anni. Rubare era anzitutto strumentale al finanziamento di un movimento che si batteva per l’uguaglianza. E poi era egualitario in sé, purché si colpissero gli obiettivi giusti: padroni e parassiti.
Il libro di Delpech racconta assai correttamente e con scorrevolezza la complicata vicenda. Avrei due sole obiezioni.
Delpech sembra avercela con il libro del compianto Bernard Thomas Jacob Alexandre Marius, Edizioni Anarchismo, 1989. Lo denigra ogni volta che può. Non capisco perché. Thomas avrebbe romanzato la vita di Jacob e ne avrebbe oscurato gli aspetti “politici”. Non è affatto vero! Leggere per credere. Thomas avrà romanzato un pochino, però la sua ricostruzione è rigorosa e dettagliata, molto più di quella del suo “rivale”. Una ristampa si imporrebbe.
Seconda obiezione: Delpech spreca pagine per dire che Jacob non sarebbe stato fonte di ispirazione per Maurice Leblanc. Gioco facile, visto che Arsène Lupin è un nazionalista arrabbiato, e Leblanc era un repubblicano all’acqua di rose. Però Delpech dimostra, credo per la prima volta, che Leblanc conosceva le imprese di Jacob prima ancora del processo (circostanza negata da vari commentatori, tra cui il nostro Oreste Del Buono). Dà quindi fondamento alla tesi che vorrebbe negare.
Ma che importa? Jacob è personaggio superiore a queste quisquilie. E, si concordi o meno con le scelte del cambrioleur non sempre gentleman, il libro di Delpech va letto. Restituisce il ritratto di una grande personalità. Rimasta tale anche al momento del suicidio, trasformato in uscita di scena quasi festosa e popolaresca, carica di profonda dignità.

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