di Mauro Baldrati

Il Piccolo Tamigi

BassBald00.jpgIl Bevano è detto il “Piccolo Tamigi”, perché alla foce serpeggia come il più grande, più maestoso e certamente più profondo fiume dickensiano in prossimità dei Docks. Ma niente navi, niente chiatte né antichi magazzini restaurati, niente ville o appartamenti ricavati da vecchie botteghe, al massimo qualche piccola barca da pesca, o i canotti della guardia forestale. E neanche persone che gridano, folle di visitatori, turisti, perché tutta l’area della foce è stata dichiarata spiaggia naturalistica con accesso vietato. È zona di transito e di nidi di uccelli marini, quindi sono da evitare “i danni prodotti dall’uomo”. Il Bevano sbuca nel tratto di litorale compreso tra Ravenna e Cervia, in località Lido di Dante, di fronte a una delle ultime grandi pinete sfuggite allo spianamento per fare posto a stabilimenti balneari e a cittadelle per vacanze. Si accede da una lunga, dissestata strada bianca che parte dalla statale Adriatica, in prossimità del cartello stradale di Fosso Ghiaia, costeggiando una fila di capanni da pesca e una intera villettopoli abusiva che, ricordo, arrivava fino al mare.


BassBaldr01.jpgIn un soleggiato giovedì di inizio settembre faccio tre importanti scoperte: la prima è che la strada, sempre crivellata di buche — tanto che bisogna procedere in prima fiancheggiando la pineta, selvaggia e impenetrabile, e canali di acqua salmastra con relitti di barche, piccoli ponti, campi coltivati inondati di sole — a un certo punto si interrompe con una sbarra, chiusa da un lucchetto. Rimango di stucco. Nel tempo antico era aperta. L’ho percorsa decine di volte. E ora? Come arrivare alla foce del Piccolo Tamigi? Non esistono altre strade, l’ho verificato con Google Maps. Scendo dall’auto, mi guardo intorno, contrariato da questo improvviso divieto. L’idea di avere percorso inutilmente i chilometri di questa cosiddetta strada dove la macchina sobbalza come una barca sulle onde è deprimente. D’un tratto vedo in lontananza un puntino colorato che si avvicina. È un ciclista con la mountain bike, vestito coi soliti abiti sgargianti. Gli faccio segno di fermarsi. Impresa tutt’altro che semplice. Deve staccare le scarpe a incastro dai pedali, togliersi il casco e gli auricolari. Mi guarda un po’ stravolto. Gli chiedo da quanto tempo la strada è sbarrata. Dice che non lo sa. Lui è la seconda volta che viene, l’ha sempre trovata chiusa. Quanto manca alla foce?, chiedo. Saranno tre chilometri, risponde. Quindi dovrò continuare a piedi. Beh, poco male. Tre chilometri più tre del ritorno, più altri tre o quattro di passeggiata sulla spiaggia, fanno una decina, forse dodici. Si può fare. Sono le dieci di mattina, ho un litro d’acqua nello zaino, gli occhiali da sole, le scarpe da trekking. Ringrazio il ciclista, che rimette in funzione il suo sistema complesso e riparte. Intanto cerco un posto dove parcheggiare la macchina. Noto un sentiero che si inoltra nella pineta-giungla. Sarebbe bello esplorarlo, ma rischio di estinguermi nella boscaglia col sentiero, per cui rinuncio. Così piazzo l’auto in un piccolo slargo sull’orlo del sentiero, inforco lo zaino, gli occhiali, e parto.

Cammino a passo di marcia veloce sulla strada spaccata dal sole, col ghiaino bianco e polveroso che sembra arroventato. Per fortuna soffia un venticello lieve ma rinfrescante, una brezza di mare che trasporta energia, salsedine, promesse. Alla mia destra il fiume, scuro, immobile, alla mia sinistra campi di grano sfalciato, coi rotoloni di paglia non ancora rimossi, zolle di terra chiara, girasoli secchi. Oltre il fiume si erge l’imponente, misterioso edificio abbandonato, sempre più invaso dalla vegetazione, coi muri chiazzati di muffa, le finestre sfondate, il cortile dissestato con le tettoie sbilenche. Forse era una grande casa padronale, oppure la sede di un antico consorzio delle acque. Come sempre quando vedo questi monumenti di archeologia rurale, dinosauri di cemento caduti in ambienti naturalistici, sogno di vincere al superenalotto, e acquistarli per trasformarli in alberghi per artisti. Qualche pittore (ma non troppi, hanno bisogno di un atelier con problemi di pulizia), qualche filosofo, ma soprattutto scrittori. Mi piacerebbe ospitare Jonathan Franzen, che se ne intende di cucina e apprezzerebbe le ricette marine del nostro menu, decisamente più cool del ristorante americano specializzato in pesce dell’Adriatico citato ne Le correzioni. Sarebbe uno straordinario luogo di incontro e di studio, con una biblioteca, una palestra (perché gli scrittori hanno bisogno di fare del moto), una saletta per i reading e le mostre, e un ristorante rustico di pesce, tutta roba di prima qualità. Io sarei il patron, perlopiù dietro al bancone del bar, sempre a parlare, a scherzare, finalmente in una dimensione di gioiosa estroversione, dopo una vita blindata nell’introversione.

Per fortuna dopo circa un chilometro posso salire sull’argine del fiume, con l’erba tagliata che mi permette di camminare senza graffiarmi le gambe. Subito inizia l’infilata dei capanni da pesca, i “bilancioni”. Sono molto diffusi sulla riviera romagnola, costruiti su palafitte negli anni ’50 e ’60 alle foci dei fiumi o dei canali, poi ristrutturati o lasciati andare in rovina, perché ormai la pesca è scarsa. Con l’alta marea entravano i pesci di mare, cefali, orate, branzini, sogliole, che finivano nella grande rete sospesa su pali di legno, azionata da tiranti, un tempo manovrata da un argano, ora da un motore elettrico che funziona con un generatore o con la corrente dove c’è l’allaccio. Ma la pesca intensiva nell’Adriatico, reti a strascico che devastano ogni habitat, hanno reso quasi sterile questo mare, che forniva il pesce più pregiato del mondo. Ciò che resta viene pescato per i mercati ricchi: Giappone, America e Cina. L’Adriatico è il mare perfetto, con la giusta salinità, la giusta profondità e la temperatura ideale. Al confronto i pesci oceanici o del mediterraneo sono magri e insapori. Ma io lo troverei il vero pesce dell’Adriatico, per il mio albergo per scrittori. Aspetterei i pescherecci quando rientrano, a Porto Garibaldi o a Cesenatico, acquisterei le sogliole, le spigole, gli sgombri. Sarei costretto ad accettare la contraddizione, sostenere la pesca intensiva e al contempo combatterla. Ma che potrei fare? Una predica agli scrittori sulla distruzione dell’ambiente e quindi invitarli a rifiutare il pesce più delizioso del mondo? Mi guarderebbero come un pazzo. E neanche tanto letterario. Un pazzo e basta. Invece vogliono assaggiare la sogliola adriatica coi pomodorini. Il resto è, appunto, letteratura.

Alcuni bilancioni sono in dissesto, con le pareti scrostate, i tetti di lamiera rugginosa fuori piombo, pezzi di pedana sfondata, con le assi marce. Ma qualche altro è stato restaurato, riverniciato, col tetto di legno e i coppi, i tiranti lubrificati, le palafitte risanate. Non c’è corrente elettrica ma i più avveduti hanno piazzato i pannelli fotovoltaici. Qualcuno sta pescando. Sento il rumore del generatore che si accende per azionare il motorino. Ecco la grande rete che emerge dall’acqua, carica di alghe pesantissime che la ingobbiscono verso il basso. Sul fondo saltella qualche pesciolino. Il guadino col manico lungo li raccoglie a fatica, tra le alghe. Un tempo nessuno avrebbe raccolto questi pesci sottomisura. Sarebbero tornati in acqua, illesi. Ora no. Ora c’è la miseria. Si catturano anche i pochi esemplari che servirebbero per la riproduzione e quindi si impoverisce ulteriormente il mare, già devastato dalla pesca a strascico.

Quando arrivo alla foce faccio subito la seconda scoperta: la villettopoli non esiste più. Lungo il vialetto che porta alla spiaggia, dove sorgevano le piccole case in mattoni coi muri di una testa, ci sono alberi e cespugli. Tutte demolite, le casette abusive coi giardini, i serbatoi dell’acqua e del gas, costruite dai ravennati sul terreno demaniale per le vacanze e i fine settimana al mare. Ricordo che alcune erano in vendita per svariate decine di milioni, ovviamente tutte senza licenza e senza atto notarile.

La spiaggia è sbarrata da una recinzione, facile da scavalcare. Un cartello informa che si tratta di un ambiente naturalistico da preservare. Si è creato un lungo invaso che forma una sorta di stagno separato dal mare da una lingua di sabbia. Alla mia destra il Piccolo Tamigi termina la sua corsa tra le onde che scorrono come carezze sulla superficie piatta del mare. Hanno piantato dei pali, per rinforzare l’argine, che gli danno un’aria da zona palustre, come certi scorci della foce del Po. Inizio a camminare rasente alla recinzione, verso la pineta in direzione Lido di Dante, senza togliermi le scarpe da trekking perché il percorso è disseminato di rametti, sassolini, piccoli cespugli di rovi. Alcune persone invece camminano sulla spiaggia, incuranti dell’avviso. C’è una coppia di signori attempati in costume da bagno, un uomo giovane da solo, nudo, un altro uomo anziano con l’abbigliamento tipico del nativo: cappellino, pantaloni corti, maglietta a righe. Uno di quelli che pescano, che conoscono ogni angolo della pineta, che se ne fregano delle regole e che forse un tempo possedeva una delle casette abusive. Sulla spiaggia ci sono degli uccelli, tutti gabbiani comunque. I gabbiani enormi, immacolati della riviera, che crescono sani e forti per l’abbondanza di cibo che il mare ancora offre: vongole e cozze sulla spiaggia, qualche ostrica, piccoli pesci che stanno in superficie alla ricerca di ossigeno nell’acqua soffocata dalle alghe.

A un certo punto il sentiero devia verso la pineta. Lo seguo, un po’ contrariato perché vorrei proseguire vicino al mare, ma anche deciso a non scavalcare la recinzione, per provare la finta ebbrezza di calpestare la sabbia proibita, di violarla. E qui faccio la terza, sconvolgente scoperta: una grande porzione di pineta è stata devastata da un incendio. È un paesaggio spettrale, apocalittico. Sento la gola che si chiude, e non solo per il forte odore di bruciato: tutto è nero, morto, anche la sabbia, sabbia nera. I contorni sono netti, come se i tronchi carbonizzati e le dune fossero disegnate col carboncino. Manca ogni guizzo della vegetazione, ogni asperità vitale, le foglie, i rampicanti: tutto è estirpato, avvolto in un silenzio tombale. Non un solo uccello vola tra i rami scheletrici. Gli occhi mi lacrimano, e non solo per l’aria acida. Un senso di scoramento di taglia le gambe. Chi ha fatto questo, sia esecutore o mandante, chi ha distrutto una pineta monumentale, allo stato selvaggio, ha voluto compiere la sua opera d’arte: ricreare, come su una tavolozza maledetta, il suo mondo interiore, la sua anima morta. Questo è il mondo dei demoni che sogna ogni notte il Cavaliere del Verbo, nel romanzo di Terry Brooks Il Demone. Questo è lo scenario del Vuoto Assoluto, la sua realizzazione sulla terra.

BassBald02.jpgScatto alcune foto col telefonino: alberi che un tempo erano straordinarie creature dalle forme serpeggianti, intrichi di linee e di curve, ora sono ridotti a cadaveri carbonizzati, contorti, fissati dalla morte improvvisa che ha mutato la loro lunga storia in un’istantanea dell’odio. Mi brucia la gola, mi prudono gli occhi, decido di uscire dalla pineta e di abbandonare il sentiero, scavalcando mucchi di rami secchi, affondando coi piedi nella sabbia morbida, scalando una piccola duna che frana e non mi permette di non pensare ossessivamente al film La collina del disonore. Sbuco di nuovo accanto alla recinzione, che costeggio a fatica perché non c’è il sentiero, solo buche, avvallamenti, fino a uno sbarramento che delimita il perimetro della zona naturalistica protetta. Per la verità non è una vera recinzione, nulla di simile al poco coreografico intrico di filo spinato rugginoso che, una trentina di chilometri più a nord, segna il confine del poligono militare alla foce del fiume Reno, un altro ambiente selvaggio in località Casal Borsetti. È un allineamento di pali, i rami e i piccoli tronchi levigati dal mare che durante l’inverno si accumulano sulla spiaggia, piantati in verticale come un piccolo forte del Far West. Una struttura arcaica, artigianale, che ben si adatta a questo contesto incontaminato. Sui pali è appeso un cartello rudimentale simile a quello della foce, che informa sul divieto di accesso. I pali arrivano fino alla battigia, aggirati da due uomini nudi che entrano in acqua coi piedi e si incamminano verso la foce. Li osservo incuriosito. Camminano tranquilli, mano nella mano, sembrano dei tipi rispettosi della natura, dei tipi per così dire dolci, eppure oltrepassano senza esitare la linea di difesa, affidata al buon senso delle persone. Forse si sentono al di sopra o al di fuori della regola. Oppure si illudono, o hanno deciso in maniera unilaterale di essere parte di questo ambiente riservato unicamente alla natura. Hanno fatto di se stessi dei tipi naturali, dei natural men, con diritto illimitato di accesso.

Io intanto mi incammino dalla parte opposta, verso la spiaggia tribale.

La spiaggia è tribale perché disseminata di capanne, bivacchi, sculture. Le tribù sono emigrate, si sono disperse o sono state deportate, ma restano le tracce, i segni. È una spiaggia del tutto priva di stabilimenti balneari, per cui è costellata di tronchi, rifiuti caduti o gettati dalle navi, e uno spesso strato di conchiglie sulla battigia. Ma non è abbandonata: qualcuno la mantiene abbastanza pulita, non è una discarica caotica di rottami e carcasse di alberi portati dai fiumi e non c’è traccia di rifiuti. I rami e i tronchi più sottili, sbiancati e levigati dal mare, sono stati piantati sulla sabbia formando delle piccole recinzioni, simili a quella che delimita l’area protetta, o delle forme che richiamano certi accampamenti indiani. Qua e là sono stati assemblati e legati formando delle capanne, piccoli locali al riparo dal sole dove sono sedute alcune persone, intente a leggere o a fare nulla, forse meditare o dormire. Persone quasi unicamente di sesso maschile, infatti i bagnanti sono per il 99% uomini, tutti rigorosamente nudi.

A parte me. Ho le spalle ustionate, per cui tengo la maglietta. E anche i bermuda, perché nei tasconi ho infilato portafogli e telefonino, che uso per scattare qualche foto. E poi andare in giro con la maglietta senza mutande mi mette a disagio, mi sa un che di laido, di vicious, come dire. A cento metri dalla recinzione c’è un bancale di legno, caduto da qualche nave. Mi fermo qui, controllo i dintorni: alle mie spalle siede un uomo nudo, con gli occhiali da sole e lo sguardo fisso verso il mare. Ho il pensiero fugace delle natiche premute contro un tronco ruvido e nodoso. Se mi guarda, lo fa senza farsi notare, senza girare la testa. Nessun altro a tiro: alcuni uomini sono stesi al sole più in là, in direzione Lido di Dante. Decido di fare qui la mia base. Mi tolgo le scarpe, le infilo sotto al bancale. Appoggio anche lo zaino, che non contiene nulla di importante a parte un cappellino, due bottiglie d’acqua da mezzo litro, la custodia degli occhiali da sole, un pacchetto di fazzoletti di carta, un taccuino con penna che porto sempre con me e non uso mai, una camicia piegata. Nessuno toccherà nulla. Nessuno ha mai toccato nulla qui, almeno fino alle deportazioni.

Quindi mi dirigo verso la battigia e inizio la passeggiata lungo la spiaggia.

Cammino coi piedi in acqua, piacevolmente fresca ma non fredda. L’Adriatico è il mare dolce, generoso, non insidioso, né aggressivo. Hanno un bel vantarsi degli oceani, il surf, le spiagge tropicali, le scogliere romantiche, i lussuosi faraglioni, ma sono mari stranieri, indifferenti. Nessun mare può competere con l’equilibrio e l’amicizia dell’Adriatico. Se dormi in spiaggia, ti culla; se hai bisogno di energia la sua brezza te la dona. L’acqua non è cristallina perché residui di alghe, fiorite durante il gran caldo di agosto, ancora la intorbidiscono, ma la sua carezza sui piedi è riposante e allo stesso tempo stimolante. E poi basta nuotare per un centinaio di metri verso il largo per trovare l’acqua limpida.

Alla mia sinistra si susseguono le installazioni di pali, alcune particolarmente complesse. Qualcuno ha creato delle porte sormontate da file di conchiglie inanellate che tintinnano sotto la brezza, altri hanno issato la bandiera italiana al centro di piccole fortificazioni che evocano le antiche colonie romane. Nel tempo antico c’erano totem, tronchi sagomati, ceppi scolpiti, facce, maschere. C’erano interi villaggi di capanne, alcune senza tetto, che di notte venivano trasformate in teepee con teli colorati. E davanti ai teepee i fuochi degli accampamenti, con le pietre messe in circolo e le coperte sgargianti stese sulla sabbia.

Incrocio una coppia etero, sui trenta, lui coi tatuaggi, lei con una bandana rossa. Camminano nudi mano nella mano, rilassati, sorridenti. La parte iniziale della spiaggia è poco affollata, i bagnanti sono per lo più isolati, arretrati rispetto alla battigia, alcuni seduti su tronchi, uomini giovani, lo sguardo vigile, altri stesi al sole, qualcuno con l’asciugamano oppure col corpo nudo direttamente sulla sabbia, alla selvaggia. Ci sono diverse coppie di uomini, sdraiati vicini, abbracciati. Altri sono in piedi impegnati in discussioni che sembrano impegnative. Mentre passo loro accanto intercetto qualche parola, sembrano avvocati. Probabile, questa spiaggia è frequentata da professionisti, architetti, commercialisti, ne hanno parlato spesso i giornali. Una riunione di avvocati nudisti. Perché no? Perché non prevedere un’aula di tribunale dove tutti sono nudi? Avvocati, imputati, poliziotti, giudici, pubblico, tutti nudi. Un modo simbolico per affermare che la legge è davvero uguale per tutti.

BassBald03.jpgMan mano che mi avvicino a Lido di Dante la spiaggia si fa più affollata e spuntano i primi ombrelloni. E coi nudisti compaiono alcuni bagnanti in costume. A questo punto mi fermo, le sculture tribali stanno scomparendo, il paesaggio inizia a evocare la riviera tradizionale. Guardo il mare, le onde pigre, l’acqua amica. Mi giro verso le dune. Rari uomini sono in piedi con le mani sui fianchi, in osservazione. Un tempo erano una piccola folla, alcuni addirittura coi binocoli. Una volta sdraiarsi a prendere il sole con la fidanzata oltre le zone protette degli accampamenti non era un’impresa facile. Arrivavano uomini che si piazzavano a pochi metri e iniziavano a fissare con insistenza la ragazza, che fosse nuda o in topless, o addirittura in bikini, esaminando ogni centimetro quadrato del suo corpo con un radar-scanner predatorio. Le soluzioni erano tre: ignorarli, e continuare a prendere il sole tranquilli. Ma non era per nulla semplice, per cui si passava alla soluzione due: apostrofarli, arrabbiarsi. Ma anche questa non era semplice: si trattava di professionisti super specializzati, non stavano facendo nulla, non disturbavano, non si aveva il diritto di scacciarli. Per cui o si passava alle vie di fatto, col risultato di rovinarsi la giornata (ma poteva accadere anche di peggio), oppure si adottava la n. 3: alzarsi e tornare al sicuro, nella zona protetta all’interno degli accampamenti.

Ora i rari uomini sulle dune sono tutti di colore. È un dato abbastanza sorprendente. Quindi i guardoni sono neri? Una nuova generazione? Una nuova specie?

Percorro altri duecento metri, ma inizio a vedere le file di massi frangionde, e i primi stabilimenti balneari. Sullo sfondo, lo skyline di Lido di Dante. Avrò camminato per un paio di chilometri (da un calcolo con Google Earth risulteranno 1.971 metri).

È ora di tornare al Piccolo Tamigi.

Cerco di costeggiare, a fatica, la recinzione della zona naturalistica, per non entrare nella pineta bruciata, calpestando cespugli aggressivi, affondando nella sabbia che, sotto, sembra vuota, come sabbie mobili. L’invaso è un piccolo lago di acqua salata, collegato al mare da una derivazione che parte dalla foce. La sponda è scura, porosa. Coi gabbiani che saltellano sulla mota alla ricerca di gamberi mi ricorda le Valli di Comacchio, ciò che ne resta, acque ferme avvolte di brezza salmastra e solitudine, il silenzio rotto solo dalle piccole onde e dalle strida rauche degli uccelli. Grossi granchi neri pascolano nell’acqua bassa, si fermano per becchettare con le chele che guizzano sul fondo con straordinaria rapidità. Altre persone passeggiano sulla battigia. Deve avere un fascino particolare il gesto di aggirare lo sbarramento, entrare in un territorio col divieto d’accesso. Qualcosa di simile al fascino macabro, forse: nella pineta bruciata passeggia una coppia. Un uomo e una donna di mezza età, si guardano intorno, indicano gli scheletri neri degli alberi. Paura dell’esclusione: non potete tenermi fuori, non potete vietare a me l’accesso, io entro dove voglio; paura della morte: sono vivo, non sono morto, e vengo qui a godermi lo spettacolo.

Finalmente arrivo alla foce. L’acqua sembra immobile, il mare non entra, né esce il fiume. Non c’è alta marea, né bassa. Al centro c’è una bottiglia di plastica vuota, che galleggia. È tutto fermo. Anche il tempo? Posso viaggiare nel tempo fermo, raggiungere l’antico? In fondo il Piccolo Tamigi forse non era tanto dissimile dal Grande Serpente dei Docks. Anche qui c’erano fuochi, risate, trattative, commerci, furti, amori, tradimenti, drammi e speranze. Anche qui si agitava una variegata umanità dickensiana. Non c’era Dorian Gray in cerca di oppio, ma personaggi altrettanto eccentrici a caccia di hashish certamente sì; né John Harmon mutato in Mr Rokesmith, ma altri tipi dall’identità cangiante non mancavano sulle banchine del Piccolo Tamigi.

Cerco il punto, allungando il collo e sollevandomi sulla punta dei piedi. Anche da questa distanza sono sicuro che non sono rimaste macerie. Hanno ripulito tutto, con cura. Proprio come le villette, tutto rimesso in ordine, tutto ripristinato. La palazzina era là, accanto alla sponda del fiume, con la veranda rivolta verso il mare. Costruita chissà quando e da chi, era in pessimo stato di manutenzione ma apparentemente solida. Nelle serate di luglio e agosto era piena zeppa di gente, con la fila fuori dalla veranda. Dentro c’era tutto: il cibo, l’acqua, la birra, il caffè, la musica, la luce, il ballo. La palazzina era la socialità, la vita notturna. Non era ricoperta di graffiti, come lo sarebbe oggi, istoriata dai writers. Qualche schizzo, alcune scritte, manifestini attaccati e poi strappati, strati di vernice scrostata, il pavimento qua e là sconnesso: la ricerca artistica era nella trascuratezza, nella funzionalità.

Eppure era il centro del mondo, il fulcro di tutte le energie.

Perché questa è la Bassona Beach.

Proprio come oggi nel tratto di spiaggia naturista, le persone venivano dall’Olanda, dalla Francia, dalla Germania. Le voci correvano: sulla riviera esisteva una spiaggia che ricordava la Goa degli anni ’70. Si poteva fare tutto. Nessun limite.

Io c’ero, ho visto com’era, chi c’era, cosa accadeva. Ho visto quello che fu.

E ve lo voglio raccontare.

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