di Franco Pezzini

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Il giudice e il suo boia

Lydford (West Devon), agosto. La pioggia per il momento si è interrotta, ma il cielo resta livido quando fermiamo l’auto nel villaggio — incredibile pensare che quest’angolino appartato ai confini del Dartmoor (poche case e una locanda, immerse nel verde che ora brilla) un tempo fosse un centro importante. Ma il castello sulla collinetta di fronte alla chiesa di St. Petrock è testimonianza concreta del vecchio potere: una costruzione tozza e minacciosa che, qualcuno ha osservato, lascia dal basso la bizzarra impressione di sprofondare nel rilievo su cui sorge — verso l’inferno, presumibilmente. Edificato nel 1132 sulla base di un castello precedente, l’edificio divenne prigione dai tempi di Edoardo I: un atto parlamentare del 1512 lo descriverà come uno dei posti più odiosi e malsani del regno, e il termine Lydford Law suonerà sinonimo d’ingiustizia. Come nell’omonima lirica di William Browne: “I’ve often hear of Lydford law, / How in the morn they hang and draw, / And sit in judgement after”… Finito in rovina, nel Settecento il castello sarà restaurato ancora come luogo di giudizio e carcere; e ciò che resta oggi è un parallelepipedo svuotato dal tempo e citato nelle guide per i suoi cattivi ricordi.
Un padre sta girellando attorno al rudere col figlio bambino, ma quando saliamo anche noi si defilano — in effetti non c’è granché da vedere. Varcata la soglia, gli spazi a cielo aperto tra muri a perpendicolo (tre piani, ma le travi hanno ceduto da molto tempo) mettono angoscia: star chiusi qui dentro doveva essere spaventoso. A spingere a visitare un posto del genere è in effetti soprattutto il valore simbolico e il coagulo di storie che lo riguardano. Un buon avvio dunque per un piccolo itinerario di teratologia della giustizia, inseguendo una maschera codificata compiutamente nell’età vittoriana ma sopravvissuta con buone ragioni nell’immaginario (post)moderno: l’hanging judge, cioè il Giudice Impicca-impicca.


Già la storia della Lydford Law sarebbe sufficiente, ma vi si aggiunge una tradizione locale. Proprio tra le mura di Lydford Castle, infatti, si sarebbe svolta la peggiore di quelle famigerate bloody assizes che nel 1685 segnarono tra patiboli e deportazioni la fine della ribellione di Monmouth: casa2.JPG una saga tragica che finirà col fungere da prologo ideale per il profondo rinnovamento istituzionale e civile recato dalla rivoluzione del 1688. Il vilain delle Assise di sangue, il giudice Jeffreys, tenne in effetti udienza in varie città del Devonshire: e se nulla prova, allo stato attuale delle ricerche, che abbia mai messo piede a Lydford, secondo voci del posto le rovine sarebbero infestate proprio dal suo spettro in forma di enorme maiale nero. Un’idea suggestiva non solo dal punto di vista delle strategie popolari di rivalsa sugli antichi persecutori, in forma di damnatio sul filo della beffa; ma anche per gli aspetti minacciosi di un simile avatar (il maiale, almeno in carne e ossa, è una bestia pericolosa) e in ultima analisi per la sua mostruosità — non così frequente nel pur ampio repertorio delle manifestazioni spettrali. Un semplice tassello, in fondo, nella costruzione di un personaggio dall’evidente statuto di mostro.
Il cinema — fin dagli albori, ma in modo eminente con la grande galleria teratologica della Universal degli anni Trenta/Quaranta — ha codificato un catalogo dei mostri con robuste basi nella narrativa romantica dell’Ottocento o del primo Novecento: la Creatura di Frankenstein, Dracula, la Mummia vivente, l’Uomo Lupo. Questi personaggi hanno conosciuto enorme fortuna e non è così usuale pensare che nell’immaginario dell’uomo moderno esista un orizzonte teratologico assai più ampio. Nella teratologia popolare sono entrati per esempio a pieno titolo personaggi storici come Jack lo Squartatore o il Marchese de Sade: si tratta di acquisizioni che hanno varcato i limiti del true crime o del romanzo storico in quanto tali e conducono direttamente al pelago dell’horror, con rielaborazioni anche di notevole libertà. casa3.jpg Ma esistono figure la cui connotazione teratologica è meno nota e tuttavia ricca di interessanti sviluppi: come appunto quella che ora interessa, il cosiddetto hanging judge — in riferimento evidentemente alle condanne all’hanging, impiccagione.
La figura-tipo del giudice cattivo è antica, ma spesso nei racconti si tratta genericamente di disonesti e vessatori. Esiodo parla dei giudici “divoratori di doni” (Le Opere e i Giorni, 39), cioè corrotti e dissipatori di sostanze altrui; e un giudice “che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno”, e si decide a rendere giustizia a una povera vedova solo per la sua insistenza, compare nel Vangelo di Luca (18, 2-6, trad. Nuova vers. CEI). L’amministrazione della giustizia connessa a pratiche di oppressione rappresenta del resto un topos delle saghe popolari su celebri fuorilegge. E se il tema restituisce gli echi di tristi realtà storiche, risponde al contempo al tema paradossale della giustizia non giusta, fecondo di riflessioni e possibilità narrative. Un secondo filone si afferma però coi racconti su giudici esponenti del fanatismo religioso, inquisitori cattolici o spietati puritani, e — in particolare dal romanzo gotico in avanti — definisce una linea evolutiva autonoma nell’ambito del più vasto orizzonte delle religioni in nero.

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Rispetto però a queste declinazioni, la figura dell’hanging judge costituisce una species con caratteristiche un po’ particolari. Lo statuto letterario del personaggio, fondamentalmente anglosassone (anche se vedremo che i vicini francesi ci hanno messo uno zampino), rimanda in prima battuta alla tradizione popolare: in termini generali si tratta di una stigmatizzazione mitica del potere attraverso uno stereotipo sociale, il giudice cattivo che gode nel far impiccare la gente o almeno profonde in tale missione uno spiacevole zelo. L’utile dell’hanging judge da paradigma popolare e poi letterario non consiste insomma (almeno in prima battuta) in un interesse economico, e il suo fanatismo non mostra venature religiose: si tratta, potremmo dire, di un mostro laico, espressione di una teratologia della politica (da cui il suo potere promana) e delle istituzioni. La traduzione “giudice forcaiolo” suona oggi più come un’invettiva o una categoria ideologica perché la si possa proficuamente utilizzare; volendo proprio rendere il termine in italiano, almeno nei richiami all’archetipo poi speso in letteratura potremmo piuttosto tradurre come “il giudice impicca-impicca”, o (con Malcolm Skey) “il giudice impiccone”. E con l’epiteto hanging judge, riconosciuto oggi persino da una voce di Wikipedia, si sono griffate parecchie figure storiche di magistrati noti per propensione alla pena di morte (non solo sulla forca) o comunque per particolare severità — con valore, è evidente, soltanto analogico in paesi dove la pena di morte è abolita. La serie continua lungo tutto l’arco della storia moderna, fino all’infame magistrato nazista Roland Freisler (1893-1945), al protagonista della purghe staliniane Vasiliy Ulrikh (1889-1951) e al severissimo Choor Singh (1911-2009) che dal soglio della Corte Suprema di Singapore ammannì con una certa larghezza condanne a morte e fu il primo a far giustiziare una donna. casa5DX.JPG Ma il richiamo primo e in certo modo fondante allo stereotipo dell’hanging judge e alla relativa mitopoiesi riguarda proprio il citato George Jeffreys, primo Barone Jeffreys di Wem (1645-1689), che si guadagnò il soprannome appunto a seguito delle bloody assizes.
Già di suo, Jeffreys non era un simpaticone, con un carattere forse peggiorato dall’alcool e da problemi renali. Nonostante origini protestanti, la sua sfavillante carriera trovò coronamento grazie al cattolico Giacomo duca di York, in seguito re Giacomo II, che nel 1685 lo nominò barone e Lord Cancelliere. È a questo punto che Jeffreys presiedette le Assise di sangue: e soltanto nella più nota sessione delle stesse, a Dorchester nel Dorset il 5 settembre 1685, emise 74 condanne alla forca e 175 alla deportazione come schiavi nei Caraibi. Che in seguito Jeffreys fosse un tantino odiato è facile immaginare: e proprio a Dorchester si racconta di un passaggio segreto, evidentemente di sicurezza, tra l’Oak Room dell’udienza (dove adesso c’è una deliziosa sala da tè) e l’alloggiamento al 6 High West Street appena dietro l’angolo. Questa casa del giudice che ispirerà virtualmente, come vedremo, illustrissime storie gotiche ospita oggi un ristorante di cucina italiana, Judge Jeffreys, con l’immagine-insegna del pessimo inquilino bene in vista sulla strada.

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Ma la sua stella doveva tramontare presto. Con la rivoluzione del 1688, Jeffreys cercò di lasciare il paese col proprio regale protettore, venne fermato e impacchettato; e nell’aprile dell’anno successivo, mentre era rinchiuso nella Torre di Londra, la salute (i reni, ancora) tracollò fatalmente. Però non poteva finire qui, per un personaggio che aveva tanto colpito l’immaginario collettivo. La fama del Giudice Impicca-impicca lo insegue dunque in letteratura, e citazioni e comparsate si sprecheranno anche fuori da Albione: da L’Uomo che ride di Hugo al Micah Clarke di Conan Doyle, al Capitan Blood di Sabatini, fino a opere moderne — e non solo in letteratura ma anche al cinema. Sul tema dovremo tornare.
casa7SX.JPG A consolidare la fama paradigmatica della saga interviene del resto un altro personaggio coevo, mattatore del gore da patiboli anche attraverso i diffusissimi fogli a stampa popolari. Jack Ketch ricoprì dagli anni Sessanta agli Ottanta il ruolo di carnefice con tale ferocia da lasciare il proprio nome quale sinonimo popolare per la categoria o eufemismo per la forca (anche il nodo scorsoio è qualche volta chiamato Jack Ketch’s knot); anzi il senso verrà allargato a espressione proverbiale per la morte o il diavolo. Ma nonostante la brutalità dimostrata da Ketch in un ruolo sgradevole persino se vissuto con altro stile (l’esecuzione di Monmouth, per esempio, fu spaventosa), la sua abilità di destreggiarsi giustiziando senza preferenze cattolici e protestanti gli garantì una sorte relativamente migliore di quella di Jeffreys: imprigionato nel 1686 a Bridewell per oltraggio allo sceriffo, venne reintegrato nel ruolo in tempo per poter impiccare l’ex-assistente che l’aveva sostituito, e morì poco dopo in modo probabilmente naturale. Di boia, a quanto pare, c’è sempre bisogno.
Ma a quel punto, e specie dopo la rivoluzione del 1688 che condannava la memoria del regime precedente, il Giudice Impicca-impicca e il Carnefice rappresentavano qualcosa di più che singoli personaggi storici, assurgendo via via a categorie ideali, figure mitiche e teratologiche: mostri, insomma, custodi della soglia del passaggio pericoloso a un’età nuova del Paese. casa8.JPG Anzi col tempo, in parallelo alle epifanie di Jeffreys nella fiction come giudice-mostro (o mostro-giudice) in carne e ossa, e prototipo per una serie di sinistri epigoni, lo stereotipo conosce anche un secondo tipo di declinazione letteraria: sulla base proprio di fantasie popolari come quella sul porco di Lydford, l’hanging judge appare come spirito dannato. Magari sadicamente dedito a continuare post mortem la propria attività, come si arriverà a immaginare in età vittoriana con Le Fanu (che pure, probabilmente, non pensava a Jeffreys) e Stoker: ma l’evoluzione del personaggio, come vedremo, coinvolge un più ampio contesto di temi in rapporto con la giustizia.

[Continua –]

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