di Roberto Sturm

CoverSturmSgaggio.jpgFederica Sgaggio, Il paese dei buoni e dei cattivi, Minimum Fax, Roma 2011, pp. 320, € 15,00

Dopo due prove narrative convincenti (Due colonne taglio basso per Sironi e L’avvocato G. per Senzapatria) Federica Sgaggio si cimenta con un saggio sul giornalismo il cui sottotitolo, Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare, non poteva essere più azzeccato. La polarizzazione tra buoni e cattivi, tra bene e male non risulta che un espediente per portare dalla propria parte il pubblico e semplificare e manipolare l’informazione e l’autrice veronese ci rivela i trucchi del mestiere, mettendo a disposizione la sua esperienza ventennale in una redazione giornalistica.
Non sceglie la via più facile, però, perché prende come esempio, tra gli altri, personaggi come Saviano e Santoro e quotidiani come Repubblica e Il Corriere della Sera, spesso totem di una parte politica. La neutralità non esiste, afferma la Sgaggio, e questo è pacifico per tutti noi, ma il lavoro fatto per portare il pubblico verso le proprie posizioni e per creare un consenso che formi una comunità intorno al proprio punto di vista, è veramente micidiale. La discriminazione del titolo, dunque, dove i buoni sono i lettori e gli ascoltatori sulle tue posizioni e i cattivi tutti gli altri, è creata dai meccanismi perversi dell’informazione, meccanismi che vengono smontati con un lavoro di approfondimento e di analisi davvero particolareggiato.


Il saggio è diviso in cinque parti.
La prima, La retorica della cronaca nera e del «lettore buono», tra le altre cose, ci dimostra come: “Nemmeno i pezzi di cronaca nera — cioè quelli che un lettore più facilmente sarebbe portato a ritenere sostanzialmente «neutri» perché in genere non c’entra la politica — sembrano assolvere, pur con tutti i limiti inevitabili, al compito secco di informare.
Si passa attraverso casi recenti, come quello di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio per tornare indietro fino al caso di Isolina Canuti del 1900 ed è veramente inquietante come i metodi per identificare la vittima (il buono) e trovare subito il colpevole (il cattivo) seguano pedissequamente le indagini e quindi, nel giro di una notte, a causa di qualche eventuale colpo di scena, sia possibile spostare radicalmente il punto di vista sostenuto fino al giorno precedente e di conseguenza cambiare la linea editoriale come se niente fosse.

La seconda parte, La retorica del testimonial e del brand, analizza gli appelli e le trasmissioni in cui testimonial d’eccezione — uno per tutti Saviano — attirano su di sé l’attenzione del pubblico senza, spesso, dare informazioni approfondite riguardo le vicende che affrontano: il caso Englaro, la trasmissione Vieni via con me, gli appelli per garantire diritti fondamentali a vittime di soprusi da parte di regimi, solo per citarne alcune.
Due esempi: “Saviano mostra di credersi in possesso di una certificazione di qualità che è giustificata in parte (e in parte cospicua, direi, a giudicare dai contenuti di questa intervista [a proposito della trasmissione Vieni via con me, NdA]), anche di un seguito entusiasta, di un «pubblico» numeroso. Ma non c’è forse — qui — una somiglianza con l’argomento su cui Berlusconi radica la sua pretesa di inamovibilità e la sua improcessabilità ricorrendo al presupposto che è stato votato da un gran numero di italiani?”.
Il secondo riguarda proprio questa rivista, l’appello lanciato nel 2004 da Carmilla per la liberazione di Cesare Battisti. Saviano chiede di ritirare la propria firma il 29 gennaio 2009, dichiarando di non ricordare il motivo per cui l’abbia messa.
Ci dice la Sgaggio: “Saviano, dunque, non sa né ricorda i motivi per i quali la sua firma possa essere finita sotto l’appello con il quale molti scrittori e intellettuali italiani chiedevano la liberazione di Battisti. Ma sa e capisce che molta acqua è passata sotto i ponti, e che quella testimonianza non è in armonia con la sua attuale immagine pubblica. Sa e capisce che, diventato un testimonial di verità, il suo sostegno a un collega che è stato condannato per omicidio è fuori luogo; dunque, ritira la firma. Il parresiaste ripudia la violenza, cerca il ph neutro. Sono gli altri che lo annettono a una fazione politica. Egli sta solo dalla parte del bene, che è — appunto — neutro”.

La retorica della meritocrazia, della giustizia e della par condicio è un gioiellino di logica che smonta luoghi comuni dimostrando come, appunto, meritocrazia, giustizia e par condicio siano concetti che lasciano il tempo che trovano. Difficile rendere il pensiero dell’autrice in poche righe, anche perché si arriva a un livello di approfondimento e di analisi assolutamente disarmante. Sicuramente emblematiche, però, le parole con cui si chiude il capitolo.
“La meritocrazia promette equità, ma non riesce a costruire una società più equa.
Promette giustizia, ma non potrà edificare una società più giusta.
Di certo, poi, non promette l’uguaglianza, ma anzi crea una sorta di dissoluzione sociale in nome della quale molti ritengono di essere stati ingiustamente penalizzati dal fatto che al posto loro è socialmente avanzato qualcuno che lo meritava meno di loro.
Su questo — sulla componente indubitabilmente antiegualitaria della meritocrazia, tanto più se populisticamente brandita come l’arma della riscossa — la sinistra dovrebbe avere forse qualcosa da dire”.

Federica Sgaggio vive a Verona, in una delle roccaforti della Lega Nord, per cui non poteva sottrarsi ad analizzare la questione meridionale. La retorica dell’antimeridionalismo però non è trattata solo come un tratto distintivo del partito di Bossi ma come un elemento che spiana la strada a chi lo cavalca, giornalisti compresi. Si passano in rassegna dichiarazioni di Miss Padania, di Mariastella Gelmini, di Umberto Bossi stesso, di Luca Zaia, di Giulio Tremonti e di altri. Il fatto che anche Repubblica – giornale dichiaratamente di opposizione e che si definisce progressista – in diversi articoli si serva, più o meno velatamente, della discriminazione verso i meridionali per attirare consensi (e la documentazione del saggio è davvero esaustiva), la dice lunga su come sia facile indurre il lettore verso i binomi nord/buono sud/cattivo.

La retorica della «guerra di pace» e delle vittime simbolo è un capitolo, forse più degli altri, imperdibile. Sin dall’incipit: “La politica ha deciso di chiamarle «missioni di pace». Le parole possono creare mondi alternativi, plasmare la realtà, e — al loro primo livello di efficacia — possono modificare la percezione. Il riferimento alla «pace», in questo caso, permette di consolidare i consensi verso le spedizioni militari, per esempio, e depotenzia il dissenso, neutralizzando il valore politico della scelta di mandare i soldati a lavorare all’estero”.
Parole chiare, che smontano le pseudotesi che un ossimoro come guerra di pace può generare. Un’immagine inquietante, che il nostro governo continua a sostenere solo per meri interessi economici e non filantropici. E ancora: “Chi muore nelle missioni di pace, però, non è considerato come un uomo morto sul lavoro, ma come un uomo morto sacrificando la propria vita per una causa più importante”.
Per le “vittime simbolo” si parla di Sakineh, la donna iraniana condannata alla lapidazione perché ritenuta colpevole di complicità nell’assassinio del marito e di averlo tradito. Un nutritissimo numero di persone si è mobilitato in difesa della donna e l’appello per la sua liberazione, lanciato da Repubblica, ha raccolto 140.000 firme. Fino a qualche mese fa, se ricordate, se ne parlava ogni giorno su giornali e tv. L’autrice mette in risalto le contraddizioni e le imprecisioni degli articoli del quotidiano sulla vicenda — articoli che cercavano soprattutto consensi al proprio appello — e su come fosse più importante la Sakineh simbolo rispetto alla Sakineh donna e persona prevaricata. Simbolo (e donna) che oggi sembra essere dimenticato.

Un libro importante, quello della Sgaggio, che va oltre i temi trattati in questa sede. Più di trecento pagine fitte, documentate, critiche, coraggiose e inquietanti che vanno controcorrente. Pagine esplosive, scritte con uno stile lineare e un linguaggio semplice e scorrevole, che mettono in evidenza come la manipolazione dell’informazione sia fatta per ottenere, da parte della propria tifoseria, un consenso incondizionato: perché un lettore o uno spettatore acritico, che si appiattisce sulle posizioni del giornale che legge o della trasmissione che segue è, al di là di ogni ragionevole dubbio, il pubblico più difficile da perdere.