di Sandro Moiso

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Non guardo mai la tv.
Non sopporto gli special, i talk show e le dirette.
Non sopporto i tg e i loro direttori.
Non sopporto i presentatori e i loro adulatori.
E non sopporto tutto il resto.

Eppure sabato ho visto.
Ho visto la diretta da Roma del Tg3.
Ho visto il corteo degli Indignati.
Ho visto una folla infinita.
Ho visto rabbia e passione, furore e poca festa.

Ho visto che non c’è più niente da festeggiare e che c’è molto da cambiare.
Ho visto che non è più tempo di girotondi.
Ho visto che lo scontento generalizzato può assumere aspetti diversi, ma non può essere fermato.
Ho visto il fumo e sentito i boati.
Ho visto tanti volti determinati.


Ho sentito i colpi e sentito i commenti.
Ho sentito “teppisti, liceali, delinquenti”.
Ho sentito invocare la repressione, chiamare a raccolta le “brave” persone.
Ho sentito dire parole vane.
Ma questo accadeva in Redazione.

Ho sentito ancora parlare di blocco nero e di felpe nere viste come armi.
Ho visto militanti di un vecchio partito insultare i militanti di un mondo che avanza.
Sono anche loro giovani treni.
Treni neri lanciati in corsa come in un classico blues.
E fanno rumore, un urlo lancinante che attraversa la notte che ci circonda.

Ma quel suono mi ha risvegliato.
E un patto fatto col diavolo, ad un incrocio di vite, mi ha ricordato.
E allora ho rivisto Giuliano Ferrara che guidava il PCI contro i movimenti a Torino.
E ricordato Piero Fassino che assaltava, anche lui, l’Università di Torino.
E poi Berlinguer nell’ottanta, ancora a Torino, raccomandare agli operai di non causare altri guai.

Eravamo, per loro, anche noi provocatori, fascisti e violenti.
Eravamo i terribili indiani metropolitani.
Eravamo visti come il fumo negli occhi da chi ci voleva succubi e servi.
Da chi ci voleva votanti e soddisfatti, pronti a trattare con ogni padrone.
Ma eravamo malnati, lo sapevamo e ancora oggi non abbiamo rimpianti.

Ho visto un’opposizione che tace sempre.
Ho visto un’opposizione che ama la BCE.
Ho visto insipide strette di mano tra leader insulsi.
Uomini che, domani, la storia considererà alla stregua di Alfano.
E ho sentito tutti i politici insultare, berciare, condannare.

In cosa speravano i moderati?
In un bel meeting a Campo dei fiori?
La crisi esiste oppure non c’è?
Perché allora niente Quirinale né Palazzo Grazioli, niente Montecitorio né Palazzo Madama?
E manco parlare di Bankitalia?!
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Si parla tanto di Wall Street e dei pacifici americani,
ma anche a New York gli arresti ci sono stati
Perché in War Street, zona rossa, sono andati.
E qui in Italia cosa ci si aspettava?
Un santo pellegrinaggio alla Mecca cristiana?

Ho visto, sentito e capito: hanno paura di ciò che può capitare.
E ho ricordato Turati e la Kuliscioff che, cent’anni fa, temevano i disordini della settimana rossa.
Ho ricordato i processi di Mosca contro i compagni degli anni trenta.
E i processi ai compagni degli anni settanta.
Ho visto il potere, in tutte le sue forme, agire compatto contro un movimento difforme.

In fondo San Giovanni ha ritrovato la sua storia.
Tra apocalissi e ricordi di gloria.
Già nei sessanta ci fu battaglia
tra carabinieri a cavallo e la marmaglia.
Ma questo, di certo, non nocque all’Italia.

Ho visto ragazzi attaccare i blindati che correvano sulle strade come a Genova dieci anni fa.
Ho visto le scritte sui loro portelloni.
“Carlo è vivo”, caro Maroni.
E tutti i quotidiani hanno riportato la foto del ragazzo che lancia un estintore e che, forse per questo, avrebbe meritato la morte.

I genitori l’han denunciato, due bravi impiegati timorosi dello stato.
Forse qualcuno vorrebbe affermare che anche Heidi avrebbe dovuto farlo con Carlo?
La delazione è una brutta malattia.
Serve al padrone e la lotta butta via.
Chi per paura l’accetterà certo ha già perso la sua identità.
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E s’er criminale ve sembra “er pelliccia”…
Allora che sarà mai chi le guerre adotta come unica soluzione dei problemi della società?
Che saran mai le banche che dilapidano senza timore i risparmi del nostro sudore?
Che saran mai i governi che le aiutano per salvare i profitti di un cadavere che si ostina a camminare?
Allora ben venga Romero con i suoi zombi a salvarci da un mondo di esseri immondi.

E poi ho ricordato i nostri quadrati, quando il grande partito e i nostri dirigenti li esibivano tutti contenti.
Poi anche noi diventammo, per loro, dei delinquenti.
E ho ricordato un sindaco di allora che per sicurezza decise che il bravo cittadino doveva denunciare il suo vicino.
Tutto questo ancora nella “rossa” Torino.

Durante il fascismo e nella Russia di Stalin usava così.
Ma per carità è tutto diverso se a chieder di farlo son partiti moderni.
Senza memoria, senza analisi, senza classe e senza vergogna.
Tutto al macero, è tempo di sconti.
La lotta e la classe non valgon più nulla, evviva il compromesso e le raccomandazioni dei santi.

E ho visto i professionisti della violenza.
Avevano caschi, scudi, manganelli e lanciagranate.
Avevano idranti, blindati e tante altre armi.
Eppure arretravano dopo ogni attacco.
Non potere sparare è, per quei professionisti, un gran brutto affare.

E il giorno dopo ho letto sui blog i loro commenti.
“Spacchiamogli le rotule”.
“Ungiamo le ruote dei nostri blindati coi loro corpi”
“Lasciate da parte le garanzie e lasciateci fare”
Tanto il Berlusca lo pensa anche lui: “Il palazzo di Giustizia dobbiamo assaltare”.

E il fascismo iniziò così, lasciandoli fare.
Per gli imprenditori, è un gran brutto affare
non poter convincere che il capitale, tra tanti malanni, è il male minore.
Non potere affermare che solo il lavoro ci può liberare, a salario ridotto per non sprecare.
Non potere convincere tanti precari che solo con il taglio delle pensioni potran lavorare.

E mentre il capitale divora sé stesso
Li sentiamo ripetere: “non qui, non adesso!”
In ginocchio davanti ad istituti fasulli,
in cerca di un appiglio, si fan declassare come dei grulli,
disposti però a dichiarare: “per evitare ciò vi comandiamo di andare a crepare”.
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Lo chiamano estremismo, lo chiamano teppismo e lo chiamano spontaneismo,
solo per evitar di parlare delle ragioni del comunismo.
Che non sta in un nome o in un partito,
ma che, come due ancor giovani filosofi dissero più di centocinquant’anni fa,
sta sol nel movimento reale che cambia la società.

Fin dagli anni cinquanta, un comunista ormai dimenticato,
osava affermare, che la rivoluzione
sarebbe stata tremenda nel suo anonimato.
Ed è proprio questo che incute timore
a chi di piazza Syntagma teme il furore.

L’orgoglio ferito fin da luglio occorre vendicare.
Anche la valle bisogna blindare.
Violare, schiacciare, reprimere ed ingabbiare.
Bisogna andare più forte, far finta di niente.
Tanto a pagare è sempre la solita gente.

Si è parlato soltanto di violenza e di confusione
per non parlare del dato strabiliante:
Che a Roma c’era un mezzo milione.
Ma ditelo piano, oppure non ditelo proprio.
Il capitale teme il suo esproprio.

E non ditelo neanche al vecchio Presidente.
Il suo compito è solo istituzionale
e non può non servire il dio capitale.
Per fare questo ci chiede di non più mangiare
e di pensare soltanto all’unità nazionale.

Intanto permette a un ministro che stava alla Statale,
di ristabilire la legge Reale.
Di impugnare ancora, contro i movimenti,
la solita chiave della prevenzione
e magari domani, in Val Susa, la legge marziale.

E di questo Fassino è contento a Torino.
Tutto felice a Tosi sta vicino,
senza accorgersi nemmeno di stare
da Alemanno non troppo lontano.
Ma la storia è crudele e non perdona nulla,
ben presto andranno al macero i personaggi da burla.
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E ho sentito la chiesa condannare per una madonna di gesso di scarso valore.
E ho sentito affermare, per allarmare, che, in via Labicana, era il ministero della difesa a bruciare.
E ho letto su Internet che negli ospedali erano i medici a protestare
contro la polizia che voleva entrare dove i feriti occorreva curare
Ma ho visto la vita affermare i propri diritti contro la morte sociale.

Così ho visto una piazza non arretrare.
Così ho sentito un inviato affermare che i presenti con la rivolta tendevano a simpatizzare.
Ho visto il rosso del sangue delle ragazze.
E alla fine tre ne hanno arrestate.
E ho visto il fallimento dell’Aventino nei confronti del sanpietrino.

E una sinistra tanto fasulla
che aspetta cadute senza lottare.
Che vuole cambiare senza cambiare.
Che accetta i valori del capitale.
Pensa di non avere prezzi da pagare?
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Ho ricordato un bel film sugli indiani e i soldati.
Una piccola guida che diceva al generale: “Al Little Big Horn vi attende la gloria”.
Andate e attendete la futura memoria.
Lunghi Capelli accettò la sfida, ma oggi non vi è alcuno che di lui ancora non rida .
Andate signori, la crisi vi attende e il gran finale sarà sorprendente.

Si vuole aprire la caccia all’uomo.
E per questo irruzioni nei centri sociali.
E si rovista tra i sindacati di base, non sono inquadrati e questo non va.
Poi si rispolvera qualche complotto, magari in Val Susa oppure al Pireo,
per convincere tutti i dormienti che della negazione di ogni libertà solo il movimento è reo.

Non son convinto che la violenza
sia, alla fine, la strada maestra.
Ma certo è poco il tempo che resta.
Di guerre e catastrofi il tempo è vicino.
E di certo non finirà tutto a tarallucci e vino.
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Così sabato ho visto.
Ho visto e capito qualcosa di più.
Ho visto e capito che va criminalizzata la gioventù.
Ho visto e capito che le rivolte saran sempre di più.
Ma ho anche visto e capito che tutto ciò non è contemplato dal palinsesto tv.

(In ricordo di Gil Scott-Heron, Chicago 1 aprile 1949 — New York 27 maggio 2011.
The Revolution Will Not Be Televised!)
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