di Dziga Cacace

Ho vissuto anni stupendi, dentro una stanza
Franco Battiato

DDV2901.jpg336 — L’imbarazzante Il colore dei soldi di Martin Scorsese, USA 1986

Ora, io la défaillance posso anche perdonarla. Nella Cacace’s Hall of Fame è lungo l’elenco di momentanei vacillamenti di fede, vedi lo Springsteen di Human Touch o il Bertolucci di Io ballo da sola, ma una porcata come questo Il colore dei soldi, dall’adorato Scorsese non me l’aspettavo proprio. È il penultimo film di Martin mancante ai gioielli della mia corona ed è una delusione cocente perché questo è un film paninaro, giovanilista e superficiale, che prende punti da un Nuti biliardistico qualsiasi e che abusa di cliché, mette da parte ogni ambiguità e gioca sporco e senza ironia sul tema dei soldi come motore del mondo. Ed evidentemente anche motore della realizzazione di questa vaccata. Il pretesto per questa pseudo-riflessione viene data da una vicenda di maturazione, con il classico giovane talento, nonché “solito stronzo”, instradato da un venerabile maestro. E vi devo dire che il presupposto narrativo mi trova già in difficoltà perché non si capisce cosa spinga l’ex grande Eddie Felson (Newman), a decidere di prendere sotto la sua ala protettiva Vince (Cruise), un giovane fuoriclasse, immaturo ed esuberante. Cioè un insopportabile citrullo, con la faccia da schiaffi, il ciuffone e la boccuccia sempre semiaperta. Io, a questo, la stecca del biliardo gliela darei in testa e concluderei con una bella schidionata non dico dove. Vabbeh. E poi, i soldi: siccome non si fa altro che parlare di vil denaro, uno penserà a cifre esorbitanti e invece ‘sti sfigati giocano per delle cifrette (10.000 dollari, cose così) che sicuramente non gli cambieranno la vita, nel senso che prima o poi Vince dovrà pensare a cercarsi un lavoro vero. Comunque Eddie insegna al mentecatto a perdere, cioè a far credere agli avversari di essere meno forte di quello che è. Il senso? Come detto, che il biliardo serva per fare denaro. E che sia un affare solo se si è ritenuti scarsi e poi si vince. Tutta la prima ora insiste su questo elementare e minuscolo concettino, anche perché ‘sto Vince è una bella capa ‘e cazzo e — non c’è verso — vuole vincere ad ogni costo, senza strategia. Ma scusate: sarà un caso che Cruise abbia sempre parti da deficiente?


Ad ogni modo, tirando le fila, il fine ultimo è fare soldi e i soldi si fanno con le scommesse, per cui può anche essere più redditizio perdere se si è scommesso sul proprio avversario, ovviamente scarso. E cioè: il gioco con cui tanto ce la stiamo a menare da un’ora non conta niente, se non come meccanismo per far girare le svanzighe: il più delinquente piglia tutto. E contro questo morale malsana (affrontata con zero ironia) si rivolta il vecchio Eddie, proprio lui, che riprende in mano la stecca, ma competitivamente. La sfida finale con Vince, però, non la vedremo e questo anti-climax è l’unica idea decente del film. Dal momento che Il colore dei soldi non trasmette né idealmente né visivamente un grande fascino al gioco del biliardo, ci si può consolare con il raffinato lavoro di montaggio e con il nitore cromatico delle palle sul tappeto verde. La storica e fidata montatrice Thelma Schoonmaker esalta con ritmo serrato i cinematismi, i colpi secchi, lo scorrere delle bocce. Questo però non impedisce il roteare delle bocce mie, di fronte a uno sviluppo narrativo implausibile, che non va al di là del rapporto padre/figlio già così esilmente proposto fin dall’avvio, né son granché i dialoghi o i ritratti psicologici dei personaggi. E poi il film dura anche una bella mezz’ora di troppo. Tom Cruise ha un capoccione rotondo, una dentata tipo Bugs Bunny e un ciuffo che al confronto Little Tony è un dilettante calvo. Elizabeth Mastrantonio è legnosa e non dico altro per non essere accusato di sessismo. Lo stazzonato Paul Newman s’è beccato invece un premio Oscar compensativo, perché l’interpretazione non è memorabile. Musica di Robbie Robertson blueseggiante ma, per i miei gusti, troppo sintetica, e anche la colonna sonora non originale (a base di blues e canzoni dei bei vecchi tempi andati) è meno armonica del solito. Insomma: comunque lo prenda, questo Il colore dei soldi mi pare proprio ‘na strunzata e non riesce a piacermi. Scorsese l’ha rinnegato apertamente (“A movie that didn’t come from me”) ma doveva rifarsi delle débacle finanziarie precedenti. Okay, mi hai spezzato il cuore, però il film fa schifo. (Vhs da Tele+; 3/12/02)

DDV2902.jpg337 — Serve L’uomo in più di Paolo Sorrentino, Italia 2001

Cosa lega Antonio Pisapia calciatore (Andrea Renzi, bella faccia) ad Antonio Pisapia crooner confidenziale partenopeo (Toni Servillo, bravissimo)? Un nome, un destino, una carriera con alti e bassi e poi un clamoroso ritorno per uno e un esito tragico per l’altro. L’uomo in più tocca tanti temi inaspettati e lo fa sempre poeticamente affrontando la parabola esistenziale di due uomini di successo (popolare) che devono fare i conti con la vita, con la carriera e i suoi infortuni. C’è la gloria locale, le fan assatanate, i guappi che al posto di derubarti ti fanno i complimenti, il calcioscommesse, l’entrata assassina per punirti, il terrore di un polpo maledetto e la gioia per una spigola ben cotta, la distanza affettuosa di una madre, la vita tirata su dal naso, le splendide ville di Posillipo, i tremendi anni Ottanta, la musica di plastica e l’irriconoscenza di chi ha fatto i soldi alle tue spalle. Le vite dei due Pisapia sono parallele e molto simili come esiti e s’incrociano brevemente, il tempo di uno sguardo e la sensazione di sapere tutto dell’altro. Per riscattarsi bisogna attaccare sempre, nel calcio, come nella vita. E non servono i muscoli, ma il cuore (per correre di più, ma anche per amare e soffrire di più). Bel film, raggelato ma intelligente, curioso e inaspettato, impreziosito da una bella fotografia e da un uso della cinepresa non scontato. Bravo, questo Sorrentino neanche trentenne, sai? (Vhs da Tele+; 5/12/02)

DDV2903.jpg338 — Delizioso, questo Betty Love di Neil LaBute, USA 2000

Terzo o quarto film di LaBute — chi lo sa? — che, dopo la cattiveria di quel La società degli uomini che mi aveva sorpreso una sera al Lumière, questa volta racconta una storia affettuosa, imprevedibile, paradossale. Betty fa la cameriera. Ha un marito imbecille invischiato in affari più grossi di lui, che la tradisce e la lascia sola nel suo mondo dorato di soap opera. Betty assiste alla sua barbara uccisione e rimane shockata, confondendo la realtà della vita con quella della soap che stava vedendo al momento dell’assassinio. Va a Los Angeles alla ricerca del principe azzurro televisivo sfuggendo inconsapevolmente ai due killer del marito e ne combina di tutti i colori. Il film è dolce-amaro perché Betty è una nuova Chance Gardiner, anima candida e inconsapevole in un mondo di pescecani, capace però di conquistare tutti con la sua innocente tenerezza. Anche il killer che dovrebbe eliminarla in quanto testimone pericolosa, se ne innamora. E il volto di Renée Zellweger è perfetto: paffuto, dolce, adorabile. Ma a fianco della commedia LaBute mette anche qualche velenosa frecciatina al mondo degli studios televisivi losangelini o alla sonnolenta vita della provincia americana, a quel mondo di piccoli hobby e passioni (un po’ come in Fargo) ma anche di tradimenti e violenza. E c’è tutto l’amore per il Big Country, per i paesaggi mozzafiato, per la musica, per il cinema, per la società dello spettacolo che tutto permea, rendendo indistinguibile realtà e finzione, vita e recitazione. Forse il finale è un po’ troppo consolatorio ma la vicenda parallela della fuga maldestra di Betty e della sua caccia spietata è ben gestita. Sono belli i dialoghi, azzeccate le facce degli attori e la veste fotografica non delude mai. Insomma: il film è delizioso. E, francamente, che mi sia piaciuto è un po’ un problema. Tra un po’ guarderò beato e beota anche Quattro matrimoni e un funerale… Visto in formato e audio originale: lode a chi ha inventato il Dvd. (Dvd; 6/12/02)

DDV2904.jpg339 — L’agghiacciante Dalla Cina con furore di Lo Wei, Hong Kong 1972

Premetto che non avevo mai visto prima un film intero di Bruce Lee. Non avevo alcuna prevenzione, anzi: per Lee nutro una acritica simpatia traslata anche dalla sua volgarizzazione fumettistica, lo splendido comic Shang Chi, che penso leggessimo in venti persone a fine anni ’70. L’anno scorso ho visto pezzi di un bel documentario sulla sua vita e filosofia e non aspettavo altro che quello che è considerato il suo miglior film. Che è, figurati un po’, una schifezza micidiale. Io capisco la portata mitica del racconto, il significato della sua figura di eroe, anche il fatto che in tempo di guerra in Vietnam si avesse bisogno di un paladino asiatico, però, ragazzi… Sarò io fuoritempo, perché un film così devi vederlo a sedici anni e pensare che stai combattendo contro il mondo e non a trent’anni suonati (suonati non gli anni, ma chi li ha), ma qui siamo a livelli prescolastici. Bruce Lee è Chen, il migliore allievo della scuola di kung-fu di Shangai. La città è occupata dai giapponesi, che la fanno da padroni: ammazzano il maestro di Chen e poi vanno a fare gli strafottenti nella sua scuola. Se ci poteva essere una scintilla narrativa più pedestre, francamente non so. Ovviamente Chen s’incazza come un pitone, urla “yammannahooooo” e rende pan per focaccia spaccando facce, schiene e teste a un sacco di nipponici. Intanto viene ricercato dalla polizia anche perché sta aggraziando l’arredo urbano della città appendendo ai lampioni i cadaveri di tutti i coinvolti nell’assassinio del suo maestro. La vicenda si trascina con discreta ripetitività finché Chen non deve arrendersi alla polizia. E ci va buono buonino? Macché: fa un bel salto da pantera verso i militari schierati con le pistole in pugno, fermo immagine sull’urlo di Chen e fine, come ha insegnato Butch Cassidy. Le sequenze di lotta hanno sicuramente rappresentato una forte innovazione trent’anni fa, oggi sono alquanto ingenue e soprattutto sembrano brevi. Il resto è una pappa letale, catatonica, prevedibilissima. Il plot infantile offre anche una love story sconsigliabile ai diabetici e qualche parentesi osé che non ecciterebbe neanche un carcerato in decennale astinenza. E poi Bruce Lee, finché saltella e urletta, può anche andar bene, ma quando prova a recitare normalmente è grottesco: ogni sguardo disperato diventa una maschera tragica che neanche il più cane attore del muto. È sempre enfatico e carichissimo. Invece quando mena è per miracolo sempre pettinato come il Big Jim, senza una stilla di sudore. Mulinella le braccia nell’aria, la fende con colpi di frusta, fa volteggiare i nunchaku, singhiozza, fa capriole, zampetta sui piedini agili, squittisce, ansima, ruggisce, piagnucola e MAI un po’ di affanno, mai. Gli avversari sono immancabilmente schiantati di colpi e il film non la manda a dire facendoci immaginare scatole craniche sfondate, vertebre incrinate, nasi frantumati, giunture che scricchiolano, polsi che si spezzano, denti che tintinnano per terra. Una sinfonia del dolore gestita come una coreografia da musical, enfatizzata da velocizzazioni molto visibili (e risibili). Che dire d’altro? C’è pure un pizzico di revanscismo cinese: peggio di così, è dura. Ora: mi ha preso male, sì. Ma sarà colpa mia? Pensa un critico vero che scrive e valuta col blocco intestinale, l’ascesso dentale, il rosso sparato in banca e che magari non tromba da sei mesi… Beh, magari riversa sul film ogni incazzatura, ma magari, invece, sospende ogni razionalità e finalmente sogna, senza pensare alle menate quotidiane. Gli serve un eroe e anche questa vaccata aiuta. Boh, non so. Non esiste la critica, esistono i critici, che parlano di sé e dei loro bisogni. E hanno sempre ragione perché non parlano dei film ma di cose che non conoscono loro e figuriamoci noi: la vita. Okay, esco dalla modalità messianica: Dalla Cina con furore è urfido. E così parlò Dzigathustra. Amen. (Diretta su La7; 7/12/02)

DDV2905.jpg340 — Il conturbante Femme Fatale di Brian De Palma, Francia 2002

Il week-end di Sant’Ambrogio libera Milano dai milanesi e allora andiamo al cine, da buoni borghesucci finto-intellettuali. L’agenda prevede un sacco di film ma alla fine prevale la comodità della sala sotto casa e optiamo per il buon vecchio De Palma. Che, per fortuna, non ci delude, anzi. Il film si potrebbe dire che è lo stesso di sempre, perché De Palma ci mette tutte le sue ossessioni tematiche e cinefile. Si sceglie una bella ex modella con una certa espressività (Rebecca Romjin-Stamos, che per quel che mi riguarda potrebbe recitare anche come un manichino) e le dà il ruolo perfetto di femme fatale: bionda, altera, passionale, spietata, mortifera. Una delinquente che frega tutti e che sceglie il suo destino, piegando alla sua volontà le rivelazioni di un sogno. Il film ha sicuramente due clamorosi punti di forza nella prima scena (furto, uccisioni e guardona seduzione turbo lesbo chic con l’altra modella Rie Rasmussen) e nella svolta finale (un trucchetto vecchio come il cinema, ma aggiornato con sapienza estrema) e si avvale della splendida musica di Sakamoto che gioca a fare Ravel e Satie. De Palma riprende Hitchcock e lo vira secondo Truffaut, cosparge il film di indizi e gioca insistentemente con l’acqua, liquido amniotico che nutre i sogni. C’è l’ossessione per una donna che vive due volte, c’è il reporter che ruba scatti dal suo terrazzo (Blow Up e La finestra sul cortile), c’è Cannes con il suo charme e i suoi riti, c’è lo split screen per avere due punti di vista sulla stessa scena e per scoprire “ciò che l’occhio non vede”. De Palma è giunto a una sorta di maturità: riesce a inventare dipingendo con gli stessi colori un quadro leggermente diverso, ma intrigante come se fosse completamente originale. Bel film, begli attori, bella fotografia (Thierry Arbogast). Visto all’Orfeo con sparuto pubblico ciarliero confuso da troppa intelligenza. (Ma la prima scena lesbissima era in un silenzio colmo di desiderio, son sicuro non solo maschile). (Okay, adesso dite: e bravo Cacace che pensa che tutte le donne, in funnu in funnu, hanno brame omosessuali… Ma per chi mi avete preso, per un redattore di Le Ore? No, è che la suddetta e sudata prima scena è veramente un’apoteosi di desiderio, non importa di chi con chi). (Okay, m’è piaciuta molto. BASTA). (Sala; 7/12/02)

DDV2906.jpg341 — Il fenomenale This Is Spinal Tap di Rob Reiner, USA 1984

Appena ricevuto dall’Inghilterra, subito mi scoppio l’attesissimo This Is Spinal Tap, falso rockumentary di Rob Reiner molto amato da musicisti e rockettari ma da noi ignoto perché mai distribuito. Però io son uomo di mondo e dò un senso alla mia carta di credito su Amazon. Dunque: gli Spinal Tap stanno partendo in tour negli Usa, col loro nuovo ottuso album di rock da stadio (Smell The Glove, “annusa il guanto”, detto tutto). Il regista Marty DiBergi (Rob Reiner stesso) decide di ripercorrere con loro le tappe dell’ultradecennale carriera, seguendo anche l’esito del tour, ed è uno spasso prevedibile. Il documentario è girato con perizia mimetica assoluta, tanto che Barbara ha creduto fino a metà film che gli Spinal Tap esistessero sul serio e facessero ironia sul loro passato. (Quando le ho rivelato che non esistevano ha messo il broncio: gli voleva bene, ormai!). La parodia rimanda a più riprese ai grandi gruppi della tradizione dell’hard rock: ci sono le groupies, la megalomania dei supposti artisti, il tour manager isterico che si aggira con la mazza da cricket, le date annullate, le interviste con risposte vacue, il fedele pubblico giapponese (il pubblico giapponese è sempre fedele): insomma, il consueto campionario della cialtronaggine del rock anni Settanta e Ottanta, lontano anni luce dalla fredda e lucida strategia del marketing musicale di oggi. Gli Spinal Tap sono degli adorabili fabbri, caciaroni e infantili esponenti di quel disomogeneo genere musicale che va sotto il nome di hard rock. Un genere che io, personalmente, amo alla follia, dominato da chitarre sublimi: dalla classe geniale di Jimmy Page alle sperimentazioni di Jeff Beck, dalla virulenza improvvisativa di Blackmore all’invenzione cosmica di Hendrix, fino alle cafonate viscerali di tanti buffoni che mettevano l’amplificatore a palla pensando solo a far ballare la gente. Gli Spinal Tap sono così: hanno sfiorato il blues revival, il beat, il flower-power e sono ormai arrivati al metallo pesante, trito e ritrito, facile scappatoia di chi non sa più come riciclarsi se non alzando il volume. C’è il sornione bassista che non si fa più illusioni anche se prova a tirare fuori dal cappello suite progressive o improvvisazioni jazz free-form (sapeste quanti gruppi, nei momenti di crisi, hanno veramente avuto la parentesi fusion o quella prog). C’è il chitarrista con la religione per lo strumento. Lo colleziona, lo venera e ovviamente lo suona come un cane (a volume 11, non 10!) puntando tutto su note iperacute e trucchetti clowneschi. Il cantante è il classico biondone virile, in realtà succube di una stronzetta che sa solo di astrologia ma pretende di fare la manager e la produttrice. Il batterista è l’ultimo di una lunga serie: chi lo ha preceduto è morto per casi accidentali incredibili (dal giardinaggio estremo all’autocombustione). La musica è paradigmatica: canzonacce sguaiate con testi volgari e sessisti, al limite del non-sense, chiaramente divertentissime. Il (falso) documentario cede il passo a uno sviluppo narrativo coerente e la vicenda è molto godibile. Tutto sommato la satira non è cattiva, semmai affettuosa. Il rock è questa cosa splendida che ci illude di avere ancora tredici anni: ai livelli più beceri è solo rumore ma a quelli più alti è poesia pura, che trasforma la banalità di un verso giovanilistico in qualcosa di assoluto e trascendente, infantilmente sincero, ma vero, reale, vivo. Gli Spinal Tap sono ciarlatani che fan musica atroce, usano mezzucci teatrali per intrattenere il pubblico, si affidano a professionisti di scarsissima levatura, hanno qualità artistiche pressoché nulle. Eppure girano per il mondo portando la loro passione (o disperazione: è inconfondibile) e regalano il sogno del rock’n’roll al pubblico. E di questo Rob Reiner è consapevole: This Is Spinal Tap è un atto d’amore, è una parodia dei rockumentary ed è una satira dello show business. E in più si ride tanto: cosa volete di più? Il Dvd concede anche un’ora e mezza di gustosi extra. Ci sono i clip per Mtv (bellissimi: parodie perfette del cosiddetto hair-metal che andava all’epoca), le esibizioni storiche degli anni Sessanta, le apparizioni televisive. E poi un sacco di outtakes spassose: imperdibili le apparizioni di Billy Crystal e Bruno Kirby, l’autista che fuma il suo primo spinello. (Dvd; 11/12/02)

DDV2907.jpg342 — Attualmente, Bowfinger di Steve Martin, USA 1999

Dov’è finito quel giovane avido di cinema, quel magro capellone che s’affannava a recuperare le gemme della cinematografia mondiale per disquisirne senza tema, con coraggio e faccia tosta? È finito a casa, distrutto dal troppo lavoro, un po’ rimbambito, sicuramente prossimo a calvizie e pinguedine. E anche stasera non riesce a lottare con Barbara che è sdraiata sul divano come una bajadera stanca, vicina alla dormienza. C’è una pila infinita di roba da vedere, Dvd prestati e registrazioni improbabili. E poi, su Canale5 c’è quel piccolo, delizioso filmetto a nome Bowfinger che già un anno fa m’aveva allietato. I complessi di colpa per il precoce invecchiamento scompaiono all’istante: la mia educazione cinematografica può aspettare, Bowfinger è ora. È adesso. È in diretta e non importa che lo abbia pure in videocassetta: ho voglia di rivederlo e il supremo comandamento che lo spettatore decide e dispone, eccheccazzo, vince su ogni altra considerazione. Me lo rivedo, Barbara sveglia o meno. Bowfinger (Steve Martin) è uno scalcinato regista-produttore (tra le sue opere un documentario sulla Yugo, triste utilitaria balcanica) e ha per le mani una sceneggiatura pessima che però contiene un’idea vincente: girare un film come una candid-camera, all’insaputa del protagonista Kit (Eddie Murphy), altrimenti impossibile da mettere sotto contratto. E Kit è l’espressione più becera dello star system hollywoodiano: pieno di sé, paranoico, prepotente, maniaco sessuale e succube di un guru senza scrupoli. Potete immaginare la combinazione dei fattori. Il film è molto divertente e possiede due grandissimi meriti, magari non troppo evidenti. Per prima cosa mette Eddie Murphy a confronto con una sceneggiatura congeniale, dove il suo talento immenso non viene buttato via (ma ve lo ricordate cos’era in 48 ore o in Una poltrona per due?). Poi Bowfinger è un film che ragiona sul cinema in modo “alto”, trattando di materia “bassa”. Altro che menate sulla visione di tanti intellettualoidi. Qui vediamo come il cinema si fa (come lo si inventa, come lo si realizza sudando) e come poi lo vedremo sullo schermo. La percezione e la finzione sono dimostrate con leggerezza e ironia. Il cinema è questo sogno che trova concretezza attraverso l’intuizione di un regista e l’aiuto di una troupe che concorre al risultato (ed è la storia di certo cinema medio americano, magari meno di certo cinema d’autore, più “egoistico”). Bowfinger ha un sogno, ma anche la banale esigenza di mangiare e pagare i creditori. Girare film è il suo mestiere, non tanto la sua missione. E per farlo, per portare a casa una pellicola che possa intrattenere il più alto numero di spettatori, aguzza l’ingegno, aggira i copyright, utilizza l’immagine di gente inconsapevole, corrompe poliziotti, sfrutta maestranze in realtà coltissime (cinematograficamente parlando), approfitta della sua posizione con la starlet di turno, ricorre al ricatto e alla fine vede il sogno in celluloide proiettato su uno schermo, tra gli applausi del pubblico. In Bowfinger c’è tutto il mestiere e l’aspirazione romantica di Hollywood, fino al prossimo film: un pessimo Kung Fu movie girato a Hong Kong, pronti a conquistare il mercato mondiale. Gran film. Ah, maschia considerazione a latere: Heather Graham fa venire voglia d’allattamento. (Diretta su Canale5; 19/12/02)

DDV2908.jpg343 — Lo struggente Monsters, Inc. di Pete Docter, USA 2001

A Genova per il week-end, approfitto subito del Dvd che ho regalato a mia sorella. Che dire di nuovo? Monsters, Inc. è un capolavoro. La trama non è particolarmente complicata, ma il contesto è strepitoso: è l’invenzione di un mondo nuovo. In Toy Story era la vita parallela dei giocattoli, qui è il mondo dei mostri che popolano gli incubi dei bambini. Mostri in realtà buoni come il pane, anzi fifoni, impauritissimi proprio dai bambini stessi. Ma loro ci danno dentro (We scare because we care!) perché le grida di spavento sono l’unica fonte di energia possibile per la terra dei mostri. Qualunque considerazione etica è messa da parte solo in nome dell’energia, ma i protagonisti Mike e Sulley — dopo diverse peripezie — scoprono che l’energia pulita, buona, positiva, c’è. Sta a vedere che c’è pure il messaggio antipetrolifero! L’animazione è a livelli stupefacenti e tutta la gamma di emozioni è leggibile sul volto dei protagonisti: i momenti più toccanti o divertenti sono proprio quelli giocati sul volto di Sullivan (e nel caso di Mike, sull’espressione perfetta di un solo occhio!). In versione originale si apprezzano l’audio più chiaro e profondo e le voci originali di un cast stellare (Billy Cristal dà la parlantina a Mike Wazoski, John Goodman al bonario Sullivan, Steve Buscemi al perfido Randall). Grande, film splendido e commovente e con una chiusa finale che è una tra le cose più poetiche e intelligenti viste negli ultimi anni. E ora mi metto il ciucciotto in bocca e vado a nanna. (Dvd; 21/12/02)

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(Continua — 29)