di Mauro Baldrati

BaldCro01.jpgZurigo, 17 agosto 1904. Siamo agli albori della psicanalisi, l’era dei pionieri, degli esploratori. L’era degli Antichi. Ma non è il vero principio. La prima coppia, la coppia originaria, dalla quale tutto ebbe inizio, compare nel 1880, quando una donna di ventuno anni, bella, intelligente, di nome Bertha Pappenheim si rivolge a Joseph Breuer, di anni 38, un medico che come metodo di cura si avvale anche dell’ipnosi. Bertha ha un rapporto molto stretto col padre, gravemente ammalato di tubercolosi, e lo shock per la sua morte le causa disturbi del linguaggio, paralisi facciali, anoressia, stati confusionali. A quell’epoca i pazienti erano trattati con rigidi protocolli (e possiamo immaginare quali), gestiti esclusivamente dai medici. Bertha non si assoggetta alla procedura, ribalta il rapporto paziente-medico. Inizia una terapia basata sulle idee, sul dialogo, sul racconto, che lei stessa chiamerà “talking-cure”.
Sigmund Freud, che studierà a fondo il caso, farà risalire a questo ciclo di incontri l’inizio della psicanalisi. Racconti di sé e del sé, libero sfogo ai ricordi e alle ossessioni, niente ricoveri coatti, niente farmaci, ma un lavoro sulla mente e sulle emozioni. E i sintomi che la tormentano gradatamente scompaiono. Ma c’è un altro aspetto di enorme importanza nel caso di Bertha (nome in codice dei casi clinici Anna O): il dottor Breuer, a un certo punto della terapia, abbandona la paziente, affidandola a un collega. Bertha diventerà dipendente dalla morfina, lotterà duramente per uscirne, ce la farà, si impegnerà nella difesa dei diritti delle donne ebree, si batterà contro la “tratta delle schiave” nella Galizia orientale e sarà tra i fondatori di una famosa casa di accoglienza per ragazze ebree in pericolo.


BaldBer02.jpgMa perché il dottore l’ha abbandonata? Dalle corrispondenze sappiamo che Breuer era letteralmente terrorizzato da una ricaduta della sua paziente, che si concluse addirittura con una gravidanza isterica. È lo stesso Freud a spiegarlo, quando farà il necrologio di Breuer: “Ebbi motivo di supporre che un fattore meramente affettivo avesse contribuito a impedirgli di proseguire nel suo lavoro di delucidazione della nevrosi. Si era imbattuto in un fenomeno che non manca mai, il transfert del paziente sul medico, e di questo processo non aveva inteso la natura impersonale”.

Il transfert del paziente sul medico. È uno dei fondamenti della psicanalisi. Un riversamento sulla figura dell’analista di “ripercussioni di precedenti lotte connesse con la rimozione e col ritorno del rimosso”. Ciò che è stato rimosso torna, talvolta con toni violenti, attraverso il transfert, “la fissazione di una libido che domina nell’inconscio” (da una lettera di Freud a Jung). La paziente può innamorarsi follemente dell’analista, può cercare di sedurlo, può desiderare un figlio da lui (e qui le implicazioni con uno dei grandi temi della società occidentale, l’incesto, sono evidenti).
Breuer è stato investito in pieno dall’amore di transfert di Bertha, non l’ha compreso, non è riuscito a dominarlo ed è fuggito.

BaldSabi03.jpgL’evento si ripeterà una ventina d’anni più tardi (ma sappiamo che lo stesso Freud lo sperimenterà su se stesso, vacillando, anche se non ci sono riscontri certi), quando una ragazza di diciannove anni, ebrea russa, viene ricoverata a Zurigo nella clinica psichiatrica di Burghölzli in preda a crisi di pianto, allucinazioni, depressione. Il suo nome è Sabina Spielrein e sarà presa in cura dal dottor Carl Gustav Jung, di ventinove anni. Resterà in terapia, con fasi alterne, fino al 1909. Jung ne parla con Freud nel 1906, informandolo che sta applicando il suo metodo, che ormai è consolidato, cioè la psicanalisi delle origini. La corrispondenza va avanti, i due medici si incontrano a Vienna, discutono, ma Jung continua a tacere al maestro un particolare: il transfert amoroso che Bertha riversò su Breuer si è ripetuto, ma Jung non è fuggito, non si è spaventato: ha iniziato invece una tempestosa storia d’amore con Sabina. Si è verificato un altro importante passaggio della storia della psicanalisi, il lato B dell’amore di transfert, che Freud ha appena scoperto e analizzato: il controtransfert. L’analista rischia di non essere insensibile alla seduzione delle pazienti, è coinvolto, è vulnerabile, ma deve imparare a controllarsi. Freud a questo proposito è drastico: “Abbiamo acquisito la consapevolezza del controtransfert che insorge nel medico per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscerlo in sé e padroneggiarlo”. Il medico non può, non deve cedere alla seduzione delle pazienti, per non provocare ulteriori danni psichici.

Questo è lo scenario di A Dangerous Method, l’ultimo film di David Cronenberg. È una storia in costume, con pochi, forti personaggi, ben delineati e soprattutto ben diretti. Conoscendo i fatti, ci si pone il problema, di antica data peraltro, se una semplificazione, o addirittura la falsificazione di dati oggettivi costituisca un limite per l’opera, oppure se la sua riuscita stilistica sia di per sé l’aspetto più importante, in nome della libertà creativa.

L’intervento arbitrario sugli eventi è facilmente identificabile: la storia d’amore sembra sbocciare quando Sabina è praticamente guarita, e i due, per quanto tormentati, sono rappresentati come colleghi (infatti Sabina vuole diventare a sua volta psicanalista, ed è già sulla buona strada: ci riuscirà, diventerà una psicanalista didattica nella neonata Unione Sovietica, prima di venire catturata dai nazisti e fucilata con le due figlie). In realtà tutto nasce durante l’analisi, come del resto attesta Johannes Cremerius: “Dalla primavera del 1908 si sviluppa una drammatica storia d’amore, pur proseguendo contemporaneamente il trattamento”. Storia d’amore in pieno transfert quindi, e in pieno controtransfert. Inoltre nel film si sostiene che Freud viene a sapere della relazione da lettere anonime, che sarebbero state spedite dalla stessa Sabina, rendendo così giustizia a Jung, che la calunniò ripetutamente, affermando che la sua paziente aveva provocato “un orribile scandalo unicamente perché ho rinunciato al piacere di darle un figlio. Mi sono sempre comportato come un gentiluomo con lei (…), le mie intenzioni sono sempre state oneste” (da una lettera di Jung a Freud del 1909). Freud, dal canto suo, possiamo dire che dà una risposta salomonica: “Essere calunniati e rimanere scottati dall’amore con cui operiamo, sono questi i pericoli del nostro lavoro, a causa dei quali però non abbandoneremo certo la nostra professione” (Freud-Jung). In realtà Freud è stato informato della faccenda dalla bella e ricca moglie di Jung, Emma, preoccupata dalla relazione, la quale informa anche la madre di Sabina. Insomma, nel mondo reale è tutto umano, troppo umano, mentre nel film abbiamo dei supereroi, per quanto tormentati e contraddittori: Jung combatte su più fronti, cerca l’amore, fa il salto nell’abisso del desiderio e della passione mentre la sua parte “filistea” lo costringe a restare negli agi e nel lusso con la bella moglie, nel calore della famiglia; Freud è una sorta di superscienziato con un perenne sigarone — che definire fallico è un eufemismo — tra le dita e le labbra, sarcastico, pieno di sé, sopra le righe per l’interpretazione di Viggo Mortensen (con un doppiaggio poco adatto di Pino Insegno), una sorta di “principe ereditario” di Cronenberg, proprio come Jung lo era per Freud.

BaldCro04.jpgNon che la loro situazione fosse facile, nel mondo reale. Freud era sottoposto a un’enorme pressione, aveva contro tutto il mondo accademico, furioso per quella nuova scienza che superava i suoi metodi, che si occupava apertamente di argomenti scabrosi, di sesso, una scienza che non conosceva, e che temeva; c’erano minacce di cause in tribunale, il nome di Freud non veniva mai pronunciato in pubblico. Era umano restare in guardia. Inoltre voleva designare Jung, studioso e personaggio molto brillante, come suo successore alla Società psicanalitica. Era umano cercare in qualche modo di proteggerlo. Era umano essere deboli, e spaventati.

Ma il film, pur con le sue scelte arbitrarie e superficiali, scivola via nella bellezza dei costumi, degli arredi, in una certa aura epica, con un ritmo perfetto, misurato, dialoghi impegnativi ma mai pedanti, sempre sbilanciati dalla parte di Jung, con Freud rappresentato come sessuofobo, rigido, mentre Jung si sta aprendo a nuove ricerche, nuovi territori. Per cui cessiamo di notare le forzature, la rimozione di qualunque riferimento all’incesto, che fu alla base del rapporto Jung-Sabina. Accettiamo la storia come ci viene narrata, e ci arrabbiamo solo per quella apparizione iniziale di Sabina, con le crisi caricaturali, smorfie facciali assurde, e ci chiediamo come sia possibile che un maestro di regia come Cronenberg abbia permesso una simile caduta nel ridicolo. Ma per fortuna si riprende, e l’attrice-star Keira Knightley, apollinea e anoressica, emerge come il personaggio forse più potente della storia. E poi il passaggio veloce dell’attore cool del momento, Vincent Cassel nei panni del medico psichedelico Otto Gross, anarchico, teorico della liberazione sessuale, che sembra anticipare, di circa un trentennio, il bohemien maudit del Tropico del Cancro.

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