coverjpeg - carmilla.jpg[La nostra redattrice Marilù Oliva ha appena pubblicato il suo terzo romanzo, Fuego, (Elliot editore, 2010, pp. 255, € 16,00). Ne proponiamo il primo capitolo.] (V.E.)

Fuego

di Marilù Oliva

A tutte le guerriere.
Quelle che combattono anche contro il vento,
quelle che ballano senza protezioni
e quando cadono si rialzano.
Quelle che ogni tanto toccano il fuoco,
a volte si bruciano
e a volte no.

La Guerrera

Bologna e le sue strade bastarde.
Quelle anguste e traditrici del centro storico, impregnate di olezzi centenari — muri decrepiti, muffa, restauro fresco, perfino un retrodore di bosco —, costellate di sensi unici, di buche, di numeri civici offuscati dall’usura.
Bologna, selciato in fiamme, che al tramonto rosseggia come la Città di Dite dantesca incendiata dal foco etterno. L’afa delle venti di sera mi si schianta in viso, non basta l’effetto ventilatore dei trenta all’ora dello scooter di terza mano acquistato in due rate.

Imbocco un divieto di accesso, via De’ Giudei, l’indirizzo è questo: una delle due strade principali dell’antico ghetto ebraico. L’altra è via dell’Inferno. Una carreggiata delineata da palazzo a palazzo con scorrimento consentito in una sola direzione, così stretta che se passa una macchina non c’è posto nemmeno per un pedone. Parcheggio nella rientranza dell’androne corrispondente al numero indicato sul foglio, il 2/a. Agguanto un cartone di pizza e suono il campanello.

Quando i clienti ci vedono, la prima reazione è socchiudere leggermente la bocca in segno di stupore. Sono così abituati ai pizza-express maschi che li considerano insostituibili. Invece noi no. Parlo al plurale perché il nostro capo, Atef, un pakistano lungimirante dalla pancia a mongolfiera e dall’intraprendenza nei geni, ha avuto la bella idea di tingere di rosa le consegne a domicilio. Ha assoldato due ragazze — me e Filippa — cui ha puntualizzato poche regole, ma chiare. Rispettare gli orari, controllare il resto, non entrare in casa dei clienti. Non si sa mai, ha spiegato con voce pacata, con tutte brutte cose che succedono. Voi meglio fuori casa. Voi dà pizza, loro paga, grazie e arrivederci.
Filippa viene il martedì, il giovedì e il sabato, unica sera che copriamo insieme. Entrambe studiacchiamo — io criminologia, lei scienze infermieristiche — entrambe custodiamo altri sogni nel cassetto: lei vorrebbe entrare nel cast del Grande Fratello, a me basterebbe diventare giornalista. Il paradosso è che lo sarei già, per attestati ed esperienza. Almeno formalmente sono tesserata pubblicista. Quello che desidero è un posto in una redazione dignitosa, magari con un contratto decente. Ma pare che qui le testate siano inaccessibili. Così eccomi a girovagare motorizzata per le piazze, rasentare portici, schivare tombini disassati, lo stradario arrotolato infilato in cintura, sperando di non imbattermi in conoscenti. A ripetermi, nei momenti di sconforto, che questo è solo un lavoro temporaneo.
Un’occupazione di transizione, come a volte succede coi governi.
O coi papi.
Salgo le scale, il cuore della città è parco di ascensori, a meno che non si tratti di palazzi lussuosi o ristrutturati. Come consiglia Atef, io solitamente mi fermo sulla soglia. Contravvengo rare volte, solo se, invitata a entrare e sbirciato in casa, l’appartamento e il cliente — preferibilmente la cliente – mi ispirano fiducia. Questo che mi sta di fronte, però, non mi ispira una cicca. Un uomo sui cinquant’anni, ordina sempre la stessa birra in bottiglia da 66 cl più una pizza maxi farcita di schifezze varie: dal tonno alla pancetta alla cipolla ai funghetti trifolati, ma come cazzo fa a digerire questo ambaradan con un tale caldo? Già adesso ha un fiato che ammazza, mi flagella le narici mentre mi invita ad accomodarmi:
«Vuoi appoggiare la pizza sul tavolo?».
«No, grazie, sono dieci euro».
Aggiunge qualcosa mentre prende cartone e sacchettino, io trattengo il respiro per non ricevere il suo alito.
Sono diventata bravissima a stare in apnea.

Riparto in scooter spargendo un alone al profumo di pomodori e basilico, Atef è meticoloso quanto ad ingredienti, esige il pomodoro fresco e la mozzarella campana, si procura di persona le verdure al mercato ortofrutticolo. Il caldo della città mi accoglie viscido, sento l’umido esalare dalla stoffa del bauletto quadrato, accidenti a quest’estate troppo pastosa.
Accelero pronta a lasciarmi stordire dal caos di consegne.
Passerà in fretta. La mia amica Catalina, mezza italiana mezza portoriqueña, condannata come me alla stessa passione per la salsa, mi attende a casa per buttarci in un’altra notte di balli.
Quello che mi abbatte non è il lavoro in sé, senza dubbio stressante — controlla la via, corri, suona, altro campanello, altra famiglia e ritorna in pizzeria, poi veloce, nuovi indirizzi, quante facce-gradini- stop-precedenze, e lo scooter non si riaccende e le pizze si raffreddano, signorina: ma io non avevo ordinato salame e peperoni, io volevo una quattro stagioni! — quello che mi abbatte, dicevo, non è la fatica fisica. In fondo esercito cinque ore — dalle 19 a mezzanotte — per quattro giorni alla settimana, mercoledì, venerdì, sabato e domenica. Il turno ideale. Otto euro all’ora per un totale di almeno seicentoquaranta euro mensili, dipende da come cadono le settimane. Ovviamente in nero.
Avevo un’ampia gamma di scelte tra cui call center a volontà e un posto come cassiera-cuoca al McDonald’s. D’estate pullulano nelle campagne bolognesi le richieste di raccolta di patate, 50 euro al giorno, per dieci ore piegati in due a rovistare con le mani sulla terra florida o nella macchina agricola che ne raccoglie i frutti.
Quello che ho scelto è una mansione da uomo, dicono. Però mi permette di mantenere i giorni quasi liberi per studiare e continuare a spedire il curriculum. E di spendere le notti a ballare.
Sono diverse le cose che mi prostrano: il caldo delle pizze appena sfornate rafforzato dall’inclemenza di luglio e la mia condizione di avvilimento. Sento dileguarsi le speranze sul futuro. Chiusa in un vicolo cieco, mi affanno ugualmente a spedire buste e cerchiare annunci sul giornale.
Poi gli sguardi. Gli sguardi feriscono. Come se la gente mi volesse chiedere: Possibile che tu non abbia trovato niente di meglio da fare nella vita?
E io rispondo con un’occhiata di disprezzo, tacendo: Perché tu cosa fai, il segretario del Presidente degli Stati Uniti?
Vorrei aggiungere che non sarà così per sempre, che io sono pubblicista, ho collaborato col quindicinale Lacittà, mi laureerò l’anno prossimo in criminologia. Poi ho in cantiere un progetto ambizioso che sta per partire e forse risolverà i miei problemi, qualcosa che collima con le mie aspirazioni. E comunque devo campare basandomi sulle mie sole forze, nessuno mi aiuta.
Vorrei spiattellarlo in faccia a tutti, iscrivermelo in fronte, ma a qualcuno fregherebbe qualcosa delle mie giustificazioni? La gente si diverte a denigrare, non è interessata a scandagliare.
Intanto il giudizio esterno mi trapassa impietoso e io intuisco perché.
Perché, oltre gli occhi forestieri, scovo la disapprovazione della mia prozia, Fausta Zenzero, quella che mi ha cresciuta. La professoressa intransigente che si è caricata dell’onere di educarmi. Bionda magra alta, mai un capello fuori posto in quella sua pettinatura col concio rialzato che le aggiungeva qualche centimetro in più, occhiali da maestrina, una vita dedita al latino e alla letteratura. Mai un bacio, mai un segno di assenso tra di noi. La mia infanzia prima, la mia adolescenza poi, sono state un cammino spinato tra le sue valutazioni inesorabili e le responsabilità che mi addossava.
La più gravosa è quella per cui più mi sento di doverla ringraziare. Ricordo ancora quando entrò nella mia stanza, l’indomani del primo giorno di meritata vacanza scolastica, concluso il ginnasio. Con la sua serissima espressione immutabile, che le ha consentito di mantenere una pelle fresca e quasi immune da rughe fino ai sessant’anni, ha appoggiato sulla mia scrivania tre volumi rilegati accompagnandoli da una sola imposizione: Utilizza l’estate in maniera fruttuosa. Voglio che impari a memoria la Divina Commedia. Ogni sera mi reciterai un canto. Ti servirà nella vita.Aveva ragione, Dante mi è servito.
Anche per affrontare le sue coercizioni, le disapprovazioni grigie che mi calava addosso quasi quotidianamente. Si è a volte indignato insieme a me, il Poeta, altre volte mi ha permesso di cogliere il lato ironico di situazioni insostenibili, compagnia paterna nei momenti di solitudine. Tante pacche sulla schiena, veniva solo quando ne avevo bisogno, coi suoi versi a rima incatenata pescati da un’estate di studio matto.
Chissà che faccia di biasimo sfoggerebbe la mia prozia Fausta Zenzero se mi vedesse in questo momento sfrecciare in scooter disegnando arzigogoli sulla mappa di Bologna, io sudata e boccheggiante.
Penserebbe che sono un fallimento, che gli anni di studio e i mesi di dedizione dantesca sono andati a farsi friggere.
Che sono stata una perdita di tempo e aspettative.
Che non valgo nulla, perché le sottocreature che consegnano le pizze per lei non sono annoverabili nella schiera dell’umanità degna di considerazione.
Non m’importa.
Ora che non sono più sottoposta alla cinghia severa del suo addestramento artico, la mia risposta scorre su un triplo binario e guai a chi mi fa deragliare: salsa, rum e niente divieti.