di Marilù Oliva

“12 che hanno detto no – La lotta per la libertà nella Russia di Putin”, di Valerij Panjuškin  (edizioni e/o)

valeri.jpgDodici esempi di dissidenza coraggiosa in un clima oscurantista, quello della Russia di oggi, 12 attivisti di varie componenti dell’opposizione, ma anche dodici persone dalle svariate professioni: tra loro un politico, un banchiere, un operaio, uno studente, un giornalista.
A San Pietroburgo, il 15 aprile 2007, è indetta la Marcia dei Dissidenti. Due giorni prima, una medesima iniziativa, tenutasi a Mosca, confluisce in tumulti scoppiati ad arte. In quell’occasione, infiltrati e provocatori operano infatti perché le contestazioni siano spacciate per violenze e i dimostranti vengano scambiati per agitatori assoldati dagli imperialisti americani. Il regime di polizia fa scattare molteplici arresti: tra questi, in piazza Puškin, il campione di scacchi Garri Kasparov, leader del Fronte Civico Unito, viene prima fermato e poi incarcerato (sarà rilasciato dieci ore dopo in seguito al pagamento di mille rubli di multa).

Gli infiltrati istigano incidenti perché l’opinione pubblica si convinca che gli oppositori del governo siano dei violenti, alimentando un circuito infido di manipolazione della verità orchestrato ai piani più alti:
«Tutti quelli che partecipano alle marce dei dissidenti sono preparati alle repressioni, ne parliamo spesso, ma immaginiamo di essere arrestati per comizi non autorizzati, per articoli contro il governo, per opposizione pubblica». E invece no. Invece capita che si inventino e si facciano passare per reali reati inesistenti:
«“Tu pensi che ti portiamo via per la marcia dei dissidenti? Ti sbagli. Tu sei il maniaco del parco Bitcevskij! Hai ucciso quattro bambine.”
“Io il maniaco del parco Bitcevskij! […] Michail Chodorkovskij non è in carcere perché è entrato in politica, ma per riciclaggio di denaro sporco. Manana Aslamazjan è finita sotto inchiesta non per aver diretto una scuola per giornalisti indipendente, ma per contrabbando”».
Valerij Panjuškin  — nato nel 1969 a Leningrado, oggi vive a Mosca, dove lavora come corrispondente per la rivista Snob e tiene regolarmente una rubrica sul giornale Gazeta.ru — ci presenta in dodici capitoli-reportage i portavoce dell’altra Russia non tralasciando, nell’analisi, le questioni insolute del paese, quali la crisi economica alle nuove oligarchie dominanti, le collusioni, le manovre sotterranee attraverso cui Putin e Medvedev sono giunti al potere, gli episodi irrisolti come la fatale gestione dell’attacco terroristico alla scuola di Beslan. Questo, in un paese in cui gran parte dei cittadini si disinteressano alla politica perché troppo presi dalla sopravvivenza quotidiana. Un paese in cui però si protesta e in cui i cittadini come un tal Vissarion non si nascondono dietro il quieto vivere ma si fanno carico della guerra intestina, nel momento in cui capiscono che il potere incita alla stessa.

“La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, a cura di Anna Vinci (Chiarelettere)

P2.tina.jpgIn questo volume prefato da Dacia Maraini e corredato di un’appendice ricchissima di atti, lettere e altri documenti, Anna Vinci ha raccolto — e assemblato — annotazioni e appunti scritti da Tina Anselmi sul sommerso eversivo piduista. Partigiana cattolica, poi politica democristiana la cui militanza si è distinta per la sua eccezionalità, la Anselmi, prima donna ministro in Italia, fu designata da Nilde Iotti all’incarico di Presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2. Era il 1981, pochi mesi dopo quel 17 marzo 1981 in cui furono sequestrate a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli, le liste dei 962 iscritti alla Loggia P2, a seguito dell’iniziativa dei giudici di Milano Gherardo Colombo e Giuliano Turone. La pubblicazione di tale lista, due mesi dopo, portò alla luce «scenari di contatti e di legami che anche i più informati mai avrebbero supposto, ma quel che è più grave: appariva che il nocciolo duro del potere era forse allocato altrove, al di là e al di fuori delle sedi conosciute» (Giovanni Di Ciommo, segretario della Commissione). Deviati e devianti, alte cariche dei servizi segreti, politici, giornalisti, militari, ecco i massoni: i piduisti erano ovunque e insospettabili. Da qui parte la genesi del libro “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”: si tratta di appunti, post-it, fogli a volte volanti. Tina Anselmi li ha scritti, come ha spiegato la Vinci nella sua introduzione, «per meglio muoversi in quel circo di verità e menzogne, mezze ammissioni, linguaggio omertoso, omissioni, e perché — come poi, più volte, avrebbe dichiarato — voleva che restassero, quale documento, per invogliare a conoscere, capire, far emergere, la rete di complicità, di connivenze, d’illegalità che stava tanto profondamente intaccando il corretto funzionamento dello Stato». I personaggi coinvolti compaiono quasi tutti: da Pazienza e Musumeci del Sismi (che verranno condannati, poi, per depistaggio alla strage del 1980 alla stazione di Bologna), al Generale Lugaresi, a Pecorelli, a Calvi, a Costanzo, ad Andreotti etc: impressioni, affermazioni, negazioni impresse su carta concorsero alla redazione di quelli che sarebbero stati i 120 volumi degli atti della Commissione (consultabili oggi nella biblioteca della Camera). Con dedica “Alle ragazze del Novecento” e a introduzione di un lavoro certosino e preciso, Anna Vinci ha condensato l’essenza profonda e lo spirito obsoleto della P2. L’ha fatto con una pennellata potente: si trattava, semplicemente, di «… una grande abbuffata di potere, nutrita dalla cultura consolidata in luoghi storicamente, superbamente maschili: massoneria, chiesa, esercito, mafia, polizia».

“Alla fine di un giorno noioso”, di Massimo Carlotto (edizioni e/o)

carlotto.alla fine.jpgDai saggi sopra esposti alla finzione. Dal potere deviato, concreto e documentato, a quello supposto, ricostruito partendo dall’osservazione ma reinventato in chiave narrativa. Nel romanzo di Massimo Carlotto si tratta di un potere che strette attinenze ha con ciò che accade nel Nord-est attuale. Protagonista è quel Giorgio Pellegrini già conosciuto in “Arrivederci amore, ciao”, un uomo senza scrupoli, grande manipolatore, criminale fruitore dei destini altrui e preoccupato esclusivamente del proprio utile, ex ergastolano, pluriomicida nonché delinquente lucidissimo. In questo romanzo Pellegrini è sposato con Martina — al marito talmente sottomessa al punto di essersi chirurgicamente rimodellata per accondiscendere ai suoi gusti estetici — e ha organizzato, grazie all’arrendevolezza di lei, un rapporto di coppia che include performance particolari e terze incomode.
Sante Brianese — l’avvocato di cui Pellegrini si fida ciecamente — è ora onorevole in cerca di voti e di soldi facili e per la smania di questi riserva una sorpresa. Intesse loschi traffici e spesso lo fa a la Nena, il padano locale à la page gestito dal protagonista ma a totale disposizione di Brianese e delle sue cricche. Oltre a ciò, segue un giro speciale di escort che garantiscono massima riservatezza. Lo fa insieme a Nicoletta, grande fumatrice e compagna d’affari che si concede in una prestazione di sesso orale una volta al mese, giusto perché siano riaffermati i ruoli.
Lo scenario di questa umanità assetata di potere, e allo stesso succube, è un Veneto in cui i padanos hanno trionfato e in cui malavita, corruzione e ‘ndrangheta si rimpallano vicendevolmente l’economia locale: «Il percolato di una discarica sversato a mare per risparmiare sui costi di gestione, mazzette per truccare i dati delle ASL sui tumori provocati da un inceneritore, altre per convincere fior di professoroni ad appoggiare nucleare e carbone, protesi difettose ma a buon prezzo, […] studi truccati per costruire due tronconi di autostrada assolutamente inutili…».
Con uno stile asciutto e fluido e una prosa immediata alla Ellroy, questo scrittore padovano classe ’56 — 15 libri pubblicati, sceneggiature e testi teatrali, vincitore di diversi premi tra cui lo Scerbanenco e il premio Bancarella — ci racconta una porzione d’Italia conosciuta, ma taciuta dai mezzi di comunicazione di massa e lo fa senza peli sulla lingua, senza moralismi, semplicemente smascherandone con la sua arte i recessi più neri.

“Tutto deve crollare”, di Carlo Cannella (Perdisa Pop)

tutto-deve-crollare-200x300.jpgIn “Tutto deve crollare” Cannella racconta la logica del profitto senza scrupoli e il marcio insito nel potere: quello individuale del protagonista — ma quello anche dei personaggi che crede di manovrare, che sono solo apparentemente in sua balia —, un potere ombra di un più espanso desiderio di dominio, quello totale. Una sete che nasce dal distacco con la Terra e si alimenta negli ingranaggi oliati del nostro sistema finanziario: «L’attrazione che provo nei confronti dello stile imprenditoriale, della sfrenatezza capitalistica e dell’accaparramento sistematico di ogni risorsa, è qualcosa di cerebrale. […] So anche per esperienza che la mediocrità distrugge ogni tentativo di dare un senso alla vita. Lo scopo da perseguire, perciò, non è ammazzare il tempo, semmai è trovare un sistema per dominarlo. E come potrà succedere se non ci scrolliamo di dosso la paura? Il solo modo per sfuggire al terrore generato dalla modernità, alla stretta di tutte queste mani sudaticce che si protendono verso di noi ogni qualvolta ogni piccola certezza venga scardinata dal passo imperioso della forza, della cattiva filosofia della misericordia e del perdono oggi così tanto di moda, è ricorrere alla più ottusa intransigenza».
La storia è una discesa agli inferi dell’anima con partenza dagli inferi della materia — il corpo e il luogo selvaggio —, una vicenda cruda e distruttiva divisa in tre parti: la prima, narrata da uno “sporco fascista”, cinico trafficante di persone e di organi, un torbido individuo che rapisce una bambina india dall’Amazzonia, Isabel, e ne fa la sua donna-schiava, la seconda, raccontata appunto dalla figlia Marta, che — com’è naturale — lo odia, e una terza parte in cui la narrazione torna al punto di vista del trafficante.
Carlo Cannella, laureato in sociologia, cantante in gruppi hardcore-punk, fondatore e direttore di Senzapatria Editore, è al suo secondo romanzo dopo il libro di stampo autobiografico “La città è quieta… ombre parlano” (Senzapatria Editore, 2009). L’esperienza nell’editoria trapela da una prosa impeccabile alternata: elegante nelle digressioni riflessive, a forte impatto nei momenti più truci o più incazzosi del narrato: «Il fatto è che dove dominano i forti una donna puoi farla a pezzi senza avere nessuno alle calcagna. In Amazzonia è così, sposare una bambina di dieci anni non scandalizza nessuno, tanto meno trattarla come una schiava. […] In Italia è diverso, qui sembra tutto maledettamente orientato verso la tenerezza e i buoni sentimenti. L’aria è trasparente, il tempo scorre fluido, si respira facilmente».

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