la-cospirazione-delle-colombe-3179535.jpgdi Andrea Scarabelli

È da poco uscito in libreria La cospirazione delle colombe (Bompiani), nuovo romanzo di Vincenzo Latronico (già autore di Ginnastica e rivoluzione). Si tratta di un testo che pone delle questioni interessanti, per via di alcune particolari scelte narrative. Riassumiamo brevemente la trama per chi non avesse letto il libro. Donka Berati e Alfredo Cannella sono insieme nemici e rivali, partiti dagli estremi opposti per ritrovarsi a Milano e puntare il medesimo traguardo: la conquista del mondo, intesa come il coronamento delle loro sconfinate ambizioni, quelle di chi ha fiducia che il proprio talento verrà premiato. Albanese e povero il primo, veneziano e di buona famiglia il secondo, ammesso ad Harvard con borsa di studi (ma poi cacciato) uno e rifiutato dalla stessa l’altro, si scontreranno ben presto con un sistema in cui il merito conta solo in parte e il tradimento è più che incoraggiato. Una storia che nella sua trama articolata è capace di portare in superficie molte delle tensioni che corrodono le coscienze della nostra presunta classe dirigente. Ne parliamo con l’autore.

Se dovessimo cercare delle tematiche principali in questo romanzo, una sarebbe certamente quella dell’ambizione. In che modo i due personaggi la vivono e la incarnano?

Si tratta di due sensi molto diversi, forse paralleli, dell’ambizione: legati però, in entrambi i casi, all’idea di merito. Donka è convinto di “meritarsi” ciò che desidera (una carriera accademica brillante) perché è talentuoso e lavora sodo. Alfredo è convinto di “meritarsi” grandi successi imprenditoriali per via della ricchezza e dell’influenza della sua famiglia. In entrambi i casi si tratta di promesse: promesse che la società fa a chi entra in essa (appunto, 25-30enni), in base alle quali questi dovranno regolare il proprio comportamento.
Si tratta di regole, in fondo: fai così, sii cosà, e otterrai questo e quest’altro. Da dove viene, allora, la connotazione quasi negativa che il termine ambizione ha assunto, specialmente in italiano? Dal fatto che queste regole non funzionano, e che queste promesse sono spesso menzogne. E quando ti è stato promesso qualcosa — e sei convinto di meritartelo — e poi non lo ottieni, magari sarai più incline a barare per averlo: perché in fondo sarai convinto che avranno già barato gli altri. Eccola, la storia dell’ambizione — che di per sé, forse in altri contesti, non sarebbe deleteria. E invece.

Dunque un’altra tematica è quella della meritocrazia. Pensi che la sua quasi totale assenza nel nostro paese arrivi a incoraggiare — se non a giustificare — una certa mancanza di etica?

Forse il cuore del libro è proprio qui: nella distinzione fra incoraggiare e giustificare. Indubbiamente il “sistema Italia”, da tutti i punti di vista, incoraggia il menefreghismo, i maneggi, le raccomandazioni: è, ad esempio, quello che accade ai protagonisti del mio romanzo, non appena si accorgono che con le “buone” non riusciranno ad ottenere ciò che vogliono. Ma questa è una buona ragione — una scusa — per passare alle “cattive”? Personalmente credo di no: credo che le scelte morali siano proprio quelle che costano, in termini di rinunce (ad esempio, alla carriera). Però dobbiamo anche dirci che una società il cui funzionamento si fonda solo sulla “bontà” dei propri membri, premiando però il comportamento opposto, è destinata a vedersi tradita.
Di chi è la colpa, quindi? Di chi tradisce, certo. Ma questo non toglie che ci sia una colpa più in “alto”, o più ampia: quella di chi ha incoraggiato questo tradimento. L’una non lava l’altra.

L’ambientazione e i protagonisti sembrano appartenere a una dimensione economica, piuttosto che a una geografica o intimista. Perché?

All’inizio la prospettiva doveva essere diversa: volevo raccontare di una speculazione edilizia (a Milano, nel quartiere Isola) dalla parte degli abitanti che l’avevano subita. Ma mi sono reso presto conto che sarebbe stato un racconto lamentoso, facile, rassicurante: ecco, ci sono i “buoni”, e soffrono, perché il mondo è in mano ai “cattivi”. Mi sembrava più interessante ribaltare la mia stessa prospettiva, affrontando la questione economica e finanziaria dal punto di vista dei protagonisti: mostrando al lettore, e a me stesso, le loro ragioni. In alcuni casi sono ragioni comprensibili, intimamente: Alfredo, ad esempio, si lancia in speculazioni sfrenate per mostrare il proprio valore a un padre veramente crudele. Ma questa — che è una ragione — è anche una scusa? Ecco, appunto, si torna qui.

Prima di tornare sulla speculazione, un appunto: da tanto non leggevo un romanzo, soprattutto italiano, in cui si parlasse così tanto di soldi. Le motivazioni di questa scelta iniziano a essere chiare, ma vorrei sapere che reazioni hai avuto ad affrontare questo approccio? Difficoltà, attrazione, repulsione, sorprese?

“Uno dei protagonisti di questa storia,” scriveva Vonnegut in Dio la benedica, Mr. Rosewater, “che è una storia di uomini e donne, è una grossa somma di denaro, proprio come una grossa somma di miele potrebbe essere un protagonista appropriato per una storia di api.”

Si potrebbe dire che hai scelto di affrontare il centro e non la periferia della vita economica, eppure come dicevi tutto parte da una storia molto piccola, di speculazione edilizia a Milano. Puoi riassumere di che si tratta brevemente?

È il processo che ha sostituito un parco ed uno spazio occupato, la Stecca degli Artigiani, con un centro commerciale e dei grattacieli di lusso (disegnati, pensa un po’, da Stefano Boeri). I costruttori hanno messo in piedi un finto programma di “progettazione partecipata” per rompere il fronte degli abitanti del quartiere, inizialmente compatto contro il progetto. Sono partito da qui, per pensare a questa storia di api. C’ero anche io, alla Stecca.

Appunto, c’eri anche tu. Se eri coinvolto, perché hai raccontato da questa distanza, invece che partendo dal tuo vissuto? Pensi che così la storia possa essere più incisiva, anche da un punto di vista politico?

È strano, all’inizio volevo scriverla dal basso: appunto, parlando della lotta degli abitanti, ecc. Ma così sarebbe stato un romanzo a tesi: e soprattutto, un romanzo con una tesi piccolissima. Le prime versioni erano da questo punto di vista un po’ ridicole: parlavo in termini retorici, molto carichi, di una “tragedia” che in realtà appariva irrisoria a chi non l’aveva vissuta. Che sarà mai un fazzoletto di verde, un edificio in più o in meno? Ho pensato che il valore politico di questa storia, più che nel suo essere una testimonianza, era appunto nella sua generalizzabilità: nel mostrare il meccanismo che l’aveva generata — un meccanismo morale, di mancate responsabilità, di piccole autoassoluzioni, di truffe. E quello vale, purtroppo, ovunque.

Allora perché ti sei collocato all’interno della storia? Chi è il Vincenzo Latronico personaggio del romanzo? Dov’è il confine tra espediente per colpire il lettore e reale necessità narrativa?

È una sorta di contrappeso. Scegliendo un approccio “freddo” alla questione politica che mi aveva spinto a scrivere, sentivo il bisogno di mostrarne comunque l’urgenza, la necessità di raccontarla: che è, in fondo, una necessità personale. In questo senso l’autofiction mi sembra uno strumento molto potente: perché permette di ancorare, in un singolo vissuto e in una specifica esperienza, un discorso molto più generale. Era un modo di rispondere alla domanda, forse banale ma in fondo verissima, che ti fa ogni tanto chi legge ciò che scrivi: “ma tu dove sei, in questa storia?” Che nasconde una domanda molto più difficile: “Perché l’hai scritta?”. Ecco, collocarmi come personaggio nel romanzo era un modo per dire: sono qui, scrivo per questo.

Hai descritto Donka e Alfredo in tutte le loro sfaccettature, le loro insicurezze. Il ritratto è umanissimo, e spesso il lettore si trova a parteggiare involontariamente per loro. Un controsenso?

In realtà credo di no. Volevo scrivere una storia in cui il lettore si potesse immedesimare — potentemente, intimamente — in un antagonista, in un personaggio negativo. Giustificandone le scelte sbagliate, comprendendone le ragioni psicologiche — per poi rendersi conto, alla fine, di aver fatto il tifo per la parte sbagliata. Che magari aveva tutte le giustificazioni del mondo — l’ambizione, i fallimenti, la lotta vana contro un sistema familistico — ma che ciononostante non è giustificato in ciò che ha fatto: e questo il lettore lo vede non dalla prospettiva contrapposta, ma, per dir così, dall’interno. Ma allora è così facile, ci si potrebbe dire alla fine, tirare l’elastico della propria morale e mettersi nei panni di chi fa scelte sbagliate? Certo, è facilissimo: e proprio questo è il punto.

A dir poco spiazzante è il capitolo Frammenti sulle istituzioni repubblicane. Si tratta in sostanza di una dichiarazione di fallimento autoriale: in sintesi spieghi che la storia che il lettore ha in mano non è quella che intendevi scrivere. Quella, non sei riuscito a portarla a compimento. Perché la scelta di far diventare romanzo qualcosa che in fondo sembra appartenere più che altro a una dimensione di diario di bordo?

Perché se un viaggio lo racconti nell’autobiografia del capitano, il naufragio si descrive solo col diario di bordo: e quello è, appunto, un capitolo che non sono riuscito a scrivere. Doveva raccontare del periodo in cui i personaggi erano a Harvard. L’ho scritto tre o quattro volte, ma non mi convinceva mai. Perché? Perché in quel caso non riuscivo ad adottare la prospettiva “centrale”, appunto, non riuscivo a descrivere in termini oggettivi, non retorici, non “faziosi”, quello che accadeva. Era una questione, credo, ancora troppo “calda”, per me. Ci ero stato. Mi ero sentito tutto fuorché il centro, lì. E questo, da come ne scrivevo, si avvertiva.

Per concludere mi piacerebbe porre l’attenzione sul mondo dei migranti, che viene rappresentato in modo davvero realistico nel romanzo, senza alcuna concessione al pietismo. Non so spiegarmi bene il perché, ma mi è sembrato un punto di vista inedito. Forse perché unisce la descrizione anche psicologica della quotidianità al loro ruolo economico? E in questo, che ruolo gioca il capitolo I dischi volanti, una specie di unicum nel romanzo in cui racconti le speculazioni piramidali in Albania negli anni novanta?

È vero, nel romanzo l’Albania — e i personaggi albanesi — hanno un ruolo molto importante. Ho cercato di smarcarli dall’etichetta “migrante”, ma credo che sia perché è un’etichetta che significa poco. Cosa accomuna un negoziante, il proprietario di una catena di phone shop di successo, un dottorando con borsa di studio ad harvard, una puttana, un muratore e una vecchia cuoca? Certo, condividono lingua ed alcune esperienze (su tutte, appunto, la crisi albanese degli anni novanta), ma si pongono nella nostra società in modi molto diversi: e questo — ciò che sono, non ciò che sono stati — li definisce come persone. Forse è anche sbagliato parlare di “migranti” (come lo è parlare di “immigrati”): si tratta nella maggior parte dei casi di persone stanziali da oltre un decennio!
La storia dell’Albania, poi, certo (quella che racconto ne I dischi volanti) è forse il cuore metaforico del libro: perché è la storia di un’occasione — l’arrivo del libero mercato in un paese prima socialista — che ha fatto gli uomini ladri. Che uomini? Quelli che avrebbero dovuto fermarli, i ladri, e proteggere la società: la classe politica e imprenditoriale. Ma allora è colpa loro o dell’occasione? Credo che di nuovo la risposta sia: “entrambi”.
È strano, in effetti: ho scritto un romanzo che parla di truffe, e l’unica vera è la più colossale, quella in apparenza più improbabile: che ha come vittime non qualche decina di risparmiatori, o qualche centinaio di abitanti di un quartiere, ma milioni di cittadini di una nazione. Eccolo, il rapporto realtà-fantasia.

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