di Cristina Morini

jacknicholson.jpgQuesto testo è stato pubblicato col titolo Donne e uomini, liberate il desiderio! sul numero 14 di Su la testa

La crisi economica globale sta provando a rubarci gli immaginari. In un contesto strutturalmente precarizzato, che ha sgretolato i legami sociali, individualizzato la prestazione, reso più acuto il senso di solitudine e con ciò di impotenza, il lavoro si trasforma anche in “risorsa scarsa”, oltre che intermittente e malissimo pagata (se pagata). E’ allora che diventa bene comune. Si abbassa la soglia del dolore, si riduce, ancora, l’importanza, il senso, di che cosa sei costretto a fare per mantenere un’occupazione.
La più grave povertà generata dalla crisi sta in questa difficoltà a immaginare altro, a resistere, a confliggere, a sottrarsi.

Il ministro Maurizio Sacconi, tra gli altri, si è eretto portavoce di questa condotta tutta improntata all’arretramento dei diritti e delle soggettività. Deve convincere le donne a tornare tra le mura domestiche a partorire molti figli per la patria e fa la morale ai giovani: in tempo di crisi è importante che siano pronti a fare lavori anche lontani dal percorso di studi scelto. Dite addio a qualsiasi prospettiva di mobilità sociale. Nell’inerzia deresponsabilizzata conseguente alla crisi, vissuta come fenomeno trascendente, il capitalismo italiano dà esplicitamente forfait: è incapace di concepire quel tessuto utile a far sì a che i processi di cooperazione e il general intellect possano attecchire e potenziarsi. Tutto indica che lo sviluppo non sarà, in ogni caso, prodotto da conoscenze a basso costo ma da conoscenze originali, generate da investimenti in ricerca, innovazione, sperimentazione. Ebbene queste modalità sono poco o per nulla praticate, a queste latitudini. Il lavoro evocato è dunque, per forza, “manuale ed umile”, il “sacrificio” la dimensione sentimentale nella quale si esprime e che prevede, evidentemente, una formazione reazionaria della “sensibilità”: “Occorre lavorare anche sulla cultura dei giovani: bisogna aiutarli ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, anche il più umile. Solo così si potrà difendere la vera cultura del lavoro”.
Non è forse abbastanza chiara la pericolosità implicita nella perdita di ogni idea di prospettiva e di futuro originata da questa costruzione fortemente ideologica? Una forma di patologia collettiva che ci costringe a concentrarci solo sull’immediato. Il presente si dilata e colonizza ciò che abbiamo alle spalle e anche tutto ciò che ci attende. Serve a plasmare un’arrendevolezza che ben si attaglia alle società distopiche descritte dalla letteratura e che, a mio avviso, sono tutto sommato sempre le più adatte a richiamare, ragionando di crisi. Penso, per esempio, ai tanti romanzi di Philip K. Dick, tra loro I guardiani del destino, il cui titolo mi pare già, di per sé, efficace: il soggetto si confronta con un realtà devastante continuamente plasmata da qualcun altro, dal di fuori.

La frantumazione dell’Io

guardiani.jpgPrima che tutto avvenisse e che la nostra percezione si trovasse a dover sopportare questa ulteriore torsione, migliaia di fedeli, per 20 anni, hanno propagandato sui giornali e attraverso la televisione la retorica della necessaria “flessibilità” del lavoro. L’immaginario che ha accompagnato e accompagna privatizzazioni, cessioni di ramo d’azienda, licenziamenti e ingresso precario nel mondo produttivo, è abitato da divinità supreme, intangibili quanto arroganti: Il Mercato, La Produttività, La Globalizzazione a cui si sono aggiunte La Competitività e Il Merito. Il loro obiettivo principale è diventato, recentemente, combattere i “nullafacenti”, che sono moltissimi e si annidano nel pubblico come nel privato. La crisi e le espulsioni “inevitabili” dal mondo del lavoro che ne sono derivate hanno fatto il resto, chiudendo il cerchio. Quante poche voci si siano levate, siano state capaci di levarsi, per denunciare le macerie morali e materiali generate da questo disegno preciso, lineare e coerente, è un altro problema di questo Paese e riguarda il ruolo dalle figure dei cosiddetti “intellettuali”. Posizione, forse, altrettanto precarizzata, perciò priva di forza, che preferisce accodarsi alla liturgia dominante? Il discorso ci porterebbe lontano, altrove, a ragionare di industria culturale e delle sue spiacevoli conseguenze.
Nel 2009 è uscito, tuttavia, Anteprima italiana, antologia di racconti di autori vari che nelle intenzioni del curatore, Giorgio Vasta, avevano proprio il compito di recuperare quel “coraggio della parola e dell’azione” che sembra mancare: “L’Italia sa, l’Italia ha le prove: eppure l’Italia non agisce. Non produce un cambiamento che abbia un senso, resta speranza disperata che non sa farsi realtà. Quello che ci manca è il fare. L’analisi, la comprensione delle cose, dei fenomeni, c’è. Le azioni no. Questi racconti ci avvisano che è possibile e necessario recuperare il coraggio dell’immaginazione politica e sociale”.
Nel 2010 il protagonista de La vita oscena di Aldo Nove per capire la situazione “deve attraversare una palude di putredine, come diceva Sanguineti”. E sono la droga, il sesso, il consumo, i vettori di una oscenità sociale che ha nella mercificazione dell’esistenza, da cui nulla è escluso, il suo principale problema: “La cocaina come droga dell’adeguamento, che ti permette non di evadere ma di stare in un mondo. Di entrare, e non uscire. Gli operai in fabbrica si fanno la cocaina per fare gli straordinari. Non per divertirsi, ma per produrre di più. Ci droghiamo per poter lavorare”.
Intravediamo anche qui, nello spaesamento complessivo, l’emergere di quell’Io precario, frantumato che già si mostrava, per esempio, ne Il mondo deve sapere di Michela Murgia e in Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese, sempre di Nove. Questo Io ha un bisogno disperato di raccontarsi. Tutto si è trasformato dentro una precarietà esistenziale che scompagina sensazioni e desideri. L’autopercezione del soggetto non è un’operazione solipsistica che resta interna a una negatività immanente. Questa narrazione è già anch’essa, di per sé, una forma interessante di resistenza biopolitica. Se la dimensione bioeconomica si propone come sussunzione complessiva di elementi vitali (corporei, intellettuali, emotivi) del soggetto, in qualche modo anche la dimensione conflittuale diventa direttamente interna alla vita e al corpo-mente, individualmente, soggettivamente inteso. Forse possiamo partire anche da qui, per reinventarci.

Liberate il desiderio

Il biocapitalismo è quella forma che si caratterizza per il suo crescente intreccio con le vite degli esseri umani. Il biocapitalismo produce valore estraendo, oltre che dal corpo operante, come strumento materiale di lavoro, anche dal corpo inteso nella sua globalità.
Questa pervasività, acuita fortemente dalla crisi come sopra dicevano, tende ad annebbiare gli immaginari, genera processi di autocensura, meccanismi di inciampo al pensiero. Che cosa succede se noi immettiamo anche il desiderio (anelare il lavoro) all’interno dello scambio tra capitale e lavoro? L’esperienza ci dice che la vita, oggi, si qualifica e assume identità e riconoscibilità sociale solo all’interno di una dinamica di immediata utilità/spendibilità economica. Vengono indotte dinamiche di soggettivizzazione che non cercano di resistere ma piuttosto di rimuovere il dualismo capitale-lavoro, incorporando (letteralmente) il lavoro, desiderando che tutto questo si compia. Il lavoro si ristruttura, sussunto nel dispositivo biopolitico in forma d’impresa individuale (precaria): il potere ha assunto la capacità di captare e di mettere al lavoro la soggettività, la differenza, tenta di fare propria la riproduzione.
Inclusione ed esclusione si giocano interamente sul piano della produttività garantita dal soggetto. Il lavoro-cittadinanza vincola direttamente la vita.
Numerosi sono gli esempi possibili. I casi più eclatanti, più evidenti, riguardano la forza-lavoro migrante, il lavoro di cura delle donne, la disabilità. Ma non va certo dimenticato il lavoro cognitivo e di relazione che subisce per intero l’accanimento feroce del meccanismo della precarizzazione. Le forme di asservimento attuali della forza lavoro significano la negazione diretta dei diritti di cittadinanza anche per queste fasce di lavoratori e di lavoratrici, attraverso la frammentazione e l’intermittenza, che vuole dire svalorizzazione, negazione delle competenze, sudditanza agli immaginari, alle ideologie totalitarie del “lavoro che manca”, nell’ingrassare delle gerarchie, dei signoraggi, delle rendite di posizione. Questa fascia di lavoratori, sempre più spesso, assiste alla subordinazione di tutti i diritti alla condizione lavorativa, tramite lo sviluppo di meccanismi di ricattabilità e di controllo sociale (mentale) resi sempre più spessi, impenetrabili, dalla precarietà.
Credo che questa nostra difficoltà a poter detestare il lavoro, a rifiutarlo, a sognare di liberarcene, a evaderne, sia la più grave deprivazione dell’immaginario portato con sé prima dalla condizione precaria, poi dalla crisi o da entrambe insieme.
Abbiamo davvero un disperato bisogno di recuperare la nostra capacità di inventarci l’esistenza, contrastando i processi assoluti, polarizzanti, indotti dal biocapitalismo e la nostra stessa disposizione ad accettarli (per bisogno o convinzione, per amore o per forza) su spinta della precarietà. Un altro libro può fornirci suggerimenti interessanti, Memorie di un sognatore abusivo di Paolo Pasi, una sorta di “confessione” a metà tra la fantascienza e l’estremizzazione del presente. Se ti mettono tasse sui sogni e pretendono di trasformarti in un insonne che vive passivamente la propria condizione, perseguitato dalla polizia onirica e dall’ottusa apaticità che ti circonda, allora diventa chiara l’urgenza, come nel romanzo, di fondare un Fronte di liberazione onirica.

The clash, lo scontro

La narrazione è già, di per sé, una forma di resistenza biopolitica che può avere effetti a catena nella realtà, apre la porta alla possibilità di pensare l’alternativa, scardina l’unicità della visione fornita dalla produzione e dal consumo, mostra quanto si è infelici dentro questa ideologia, mette in crisi il mito dell’autosufficienza dell’individuo, operata ideologicamente dalla frammentazione della precarietà. Proprio dentro questa crisi sta dunque compresa anche la possibile insorgenza di un punto di vista comune, unificante anche se non unitario. La possibilità di costruire una narrazione collettiva, pur da una visione a mosaico. La narrazione diventa una prima forma straordinaria di collante trasversale tra le diverse lotte, propedeutica a una loro fruttuosa alleanza.
Da questa consapevolezza, oggi ancora di pochi e soffocata dai messaggi di rassegnazione che giungono a ripetizione, può partire una nuova stagione di conquiste sociali. Da questa consapevolezza può scaturire la necessaria domanda di diritti oggi negati alla maggioranza, e in primo luogo quello a una vita dignitosa e sicura, legato intimamente al concetto stesso di società moderna.
Nell’“epoca delle passioni tristi” di Daniel Benasayag, l’immagine positiva del futuro che ha accompagnato fino ad un certo punto la storia della modernità si è ribaltata nel suo contrario. La crisi, da un lato sintomo, immagine e simbolo della nostra empasse, occupa la nostra fantasia, blocca la nostra capacità di agire il cambiamento e perfino di desiderarlo. Dall’altro, proprio ciò che stiamo attraversando, per quanto complesso e difficile possa essere, può rivelarsi utile a scuoterci dall’inerzia, una sorta di incantamento, che è durata fin troppo a lungo. Per quanto ancora non appaia, ecco allora l’altro aspetto della crisi, che ci sprona, inesorabilmente, a riscuoterci e a risvegliarci, ci costringe a entrare in una diversa dimensione. Va spezzato il circolo dell’assuefazione. E’ per questo che l’ultimo libro che voglio citare chiudendo questo excursus al galoppo è il lavoro collettaneo The clash lo scontro. Storie di lotte e di conflitti. “Avete vinto voi, vi siete presi gli anni zero. Gli anni dieci sono tutti da giocare”, chiosa Luigi Lorusso. “Il coraggio mancante all’intellettualità di rango” – scrive Valerio Evangelisti nella prefazione – riaffiora dagli interstizi, la conflittualità nascosta e negata riemerge con prepotenza”. Tutto questo già esiste e “apre speranze, sfida il pessimismo corrente. Fa capire che lo scontro non è prospettiva futura, ma realtà già in atto”.

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