di Filippo Casaccia

Let me stand next to your fire…

“Ci ho le pistole di madreperla e il mattarello di madre pirla…”
Gianfranco Manfredi
, Quarto Oggiaro Story

san401.jpgIl Vigorelli era già un luogo del delitto.
Nel 1971, i Led Zeppelin prima subirono l’onta di vedersi aprire il concerto dai cantanti del Cantagiro, e in playback, poi dovettero abbandonare il palco dopo neanche 27 minuti di esibizione, storditi loro come il pubblico dai fumogeni e dalle legnate delle forze dell’ordine (si dice così, a dispetto dell’evidenza).
Poi, negli anni, a Milano, c’eran stati altri episodi, come i gavettoni — e altro – addosso a Lou Reed o lo schiaffo, metaforico e fisico, del processo pubblico a De Gregori.
Nel 1977 al Velodromo ti arriva il Santana: il pacifista, spirituale Santana; quello un po’ ciula insomma, in quell’atmosfera, col crocefissone al collo e vestito con camicia attillata e pantaloni bianchi, tanto da sembrare un cameriere, mancandogli solo il tovagliolo sul braccio. Carlos sorride e non capisce una minchia: perché Grisù sta dando fuoco agli amplificatori?

san402.jpgCredo che il buon Carlito non abbia mai compreso i fatti di quella serata e cercando sui libri di storia fioccano le versioni. Era in atto da anni una contestazione all’organizzazione dei concerti da parte di pochi promoter monopolisti, che di volta in volta blandivano i giovani con qualche concessione di biglietti o magari assoldando un servizio d’ordine e altre preferivano invitare i celerini a caricare. Il caso è irrisolvibile se cercate IL colpevole, ma è perfettamente leggibile nell’atmosfera di quegli anni. Ho trovato compagni che ne accusano altri come fascisti dipinti di rosso. Altri ancora che rivendicano la sacrosanta battaglia per una musica, più che libera, accessibile a prezzi decenti (nel giro di tre anni c’era stato un aumento del prezzo vertiginoso, grazie ad accordi tra case discografiche, manager e promoter furbacchioni). Offenderei la memoria di molti se provassi a trarre qualche conclusione e allora non faccio altro che chiedere a tre amici che hanno tutti dieci anni più di me. Basta la domanda e i tre, separatamente mi rispondono: “Io c’ero!”. Tutti e tre gratis, manco per sbaglio. Il milanesissimo Roby era politicamente il più tranquillo ma “negli anni Settanta ho visto a pagamento solo Frank Zappa. E per caso, perché mi avevano incastrato con una prevendita politica… È la sera in cui Zappa ha cagato sul palco. Giuro”. Quella sera, invece, non si è accorto di niente, finché: “Va’ il Santana, che ha lo spettacolo pirotecnico!”. Poi ha capito che, no, era una molotov, e se l’è data a gambe.
Lele, fin da adolescente nel Movimento, era fisicamente vicino ai contestatori e aveva capito da molti segnali che quella sera ci sarebbero stati casini. Gli chiedo come prese la cosa: “Piangendo come un pazzo”. Per la paura? “No, per i lacrimogeni!”.
Infine ascolto il compagno Camillo, reduce attivissimo che qualunque cosa sia accaduto nei Settanta a Milano, lui era sempre in mezzo. E quella sera era tra i contestatori. Oggi concede il beneficio del dubbio: “C’era frustrazione e un sacco di cose da rivendicare, ma forse abbiamo sbagliato obbiettivo: il fascista vero era Lou Reed!”.
Quel martedì 13 settembre, diverse istanze confluiscono nello stesso luogo: dalla autoriduzione alla contestazione della rockstar come frutto del sistema capitalistico nordamericano. Praticamente il ruolo che Carlos rifiutava per primo, ma ad occhi poco attenti lui era uno venduto ai dollari dei gringos ed era reduce da album commercialotti o astrusi. Dopo un’ora di concerto cominciano a volare pietre e bulloni verso il palco. Appaiono cartelli con scritto: “Odio Santana servo della C.I.A.”. Il caos, col fuggi fuggi generale, mentre una molotov colpisce e incendia gli amplificatori. Wham! Una fiammata sul palco che manco Arthur Brown ai tempi d’oro. Da quella sera lì, Carlos proverà sempre un po’ d’apprensione quando qualcuno gli chiederà: “Amigo: hai del fuoco?”.

san404.jpgPoche sere dopo i Santana sono a Verona per una serata magica nell’Arena. Rimarrà l’ultima data italiana per diversi anni, fino al 1983, dato che la penisola viene evitata nei tour europei del 1978, 1980 e 1981. Non abbiamo potuto così frequentare il Santana dello sdoppiamento di personalità. Il successo di Moonflower ha risvegliato l’avidità della CBS che adesso vuole dischi da classifica. Carlos fa un patto col diavolo e ottiene di produrre anche dei dischi a nome suo (cioè Devadip, il già citato amico immaginario), dove poter incidere quello che veramente gli va. E il risultato è che gli album da classifica son discreti e discretamente vendono, mentre quelli personali sono più che buoni e non li compra nessuno. Tipico.
La frattura musicale, oltre che psicologica, si verifica anche sul palco, tanto che durante il 1978 alcuni concerti presentano una prima parte con quintetto jazz hard (la Devadip Orchestra) e, dopo, i Santana veri e propri, per lo sconcerto degli ignari spettatori.

san405.jpgI Santana “AOR”, radiofonici, esordiscono discograficamente a fine anno col flaccido Inner Secrets. Carletto ha perso Tom Coster e si affianca una seconda chitarra. Ma l’energia rock è ottusa e il marchio di fabbrica latino annacquato. Ci si mette anche un produttore-autore che impone molte sue canzoni e ne viene fuori un album, se mi concedete il geniale jeu de mots, realizzato un po’ alla carlona. Ricetta: cover d’autore (Dealer di Jim Capaldi e Well All Right di Buddy Holly, alla Blind Faith), qualche rockaccio un po’ plastificato, qualche ballata saccarinosa, qualche funkettone dalle ritmiche alla fratelli La Bionda (peraltro sfido chiunque a non agitarsi ascoltando One For You, One For Me) e, a infiocchettare il pacco, il classico lentazzo (Life is a Lady/Holiday, per nulla memorabile e che ha una linea melodica che ricorda pericolosamente Perché lo fai di Marco Masini). Insomma, alla fine il disco esalta come il duetto televisivo tra Morandi e D’Alema: niente.

san406.jpgDa qui in poi, fino al 1983, gli album a nome della band hanno una ricetta trasversale e ripetitiva, per piacere a chi cerca gli umori latini dei vecchi Santana, cercando di essere attenti al contempo al pop e al rock contemporaneo, mettendoci pure la solita ballatona strumentale. Ne vengono fuori pastrocchi buoni per metà e per metà da bestemmia, sempre gradevoli e sempre un po’ zarri. Il fatto è che manca un progetto: Carlos traccheggia, né carne né pesce, inseguendo il flavour of the month e producendo singoli che tentano improbabili successi di classifica. Ma non è più à la page, e quando tenta di aggiornarsi è sgraziato, esattamente come il padellone al quarzo che esibisce al polso. Vuol fare il giovane, risulta datatissimo.
Gli album a nome Devadip, invece, funzionano e questi sono gli album che dovrebbero essere licenziati a nome della band. Il primo è del febbraio 1979, Oneness: concordia, unità, complicità, affiatamento. Grandi parti strumentali e fiere improvvisazioni (su tutte la title track e Song for Devadip), come in nessun noiosissimo album jazz rock dell’epoca potrebbe capitarvi di ascoltare.

san407.jpgIl miglior Santana di questi anni rimane però quello dal vivo. Difficilmente si becca la sòla: ci sono annate migliori e annate peggiori, ma è sempre garantito un livello molto alto, sia per i componenti la band che per la scelta delle tracklist: il live fa guadagnare punti al nuovo materiale che non sfigura troppo accanto ai vecchi classici. Dico tutte queste belle cose con sicumera perché Santana è uno degli artisti più bootlegati della storia: non ho trovato suoi pronunciamenti a favore delle registrazioni illegali (se non l’ammissione di esserne collezionista) ma il fatto che siano circolati per anni letteralmente centinaia di live set “ex soundboard”, cioè presi direttamente dal mixer dei concerti, fa pensare se non altro a una serena accettazione della pratica. Mi ha detto un amico – ehm – che in Rete è possibile recuperare un concerto di ottima qualità sonora per ogni tour della band. Si tratta di liberated bootleg registrazioni illegali non autorizzate, semplicemente “liberate” dall’azione della Rete stessa: non più vendute a scopo di lucro ma scaricabili per puro piacere del fan. Praticamente un aggiornamento tecnologico di quel trading senza scambio di denaro che già dagli anni Settanta era incoraggiato da band come gli Allman Brothers o i Grateful Dead (coi nastri) e che ha continuato negli anni a venire (con DAT, Cd e adesso file) grazie a gruppi animati da spirito libertario come i Black Crowes, i Phish e i Gov’t Mule. Tutti milionari, alla faccia (ottusa) di chi si oppone alla condivisione.
Per capire l’impatto della band in questi anni vi consiglio il dvd Santana Down Under, un live del 1979, non ufficiale né sanzionato dal chitarrista, ricavato da un’emissione televisiva australiana della quale si prodigano a dirti che hanno fatto tutto quello che potevano per renderla commerciabile. In effetti il materiale video fa abbastanza schifo, sembra una Vhs di cui siano evaporati alcuni colori e le luci lasciano sbaffi persistenti sulle lenti. In più è pieno di drop e di tagli fatti con l’accetta. Ma detto questo, la performance è veramente energetica: su un palco adorno di gigantesche piante tropicali, i Santana girano a mille.
Proprio belli da vedere magari non sono (il cantante Ligertwood ha uno spazio tra gli incisivi come Joe Jordan e Carlos è vestito come un piede) ma questi sono banali peccadillos riscattati da una musica potente.

san408.jpgCosa che non si può dire di un impensabile omaggio fatto dai nostrani Romans (misconosciuto gruppo di discreto successo tra il ’72 e il ’74), per l’occasione ribattezzati Orizzonte. Su YouTube potete straziarvi con questi aulici versi:
Mi vien da piangere bambina
Non vorrei dirti ancora ciao
Ma questo disco di Santana
Riascolterai pensando a me

Il pezzo, impreziosito da una chitarrina satura, non sortisce curiosamente effetti in classifica.
In bagno, sì.

san409.jpgA fine decennio viene pubblicato Marathon, che a partire dal titolo sottolinea lo sforzo agonistico del gruppo in giro per il mondo, ma omaggia anche (e qui c’è il tocco tamarro) la moglie Deborah che ha corso la maratona di New York. C’è qualcosa di buono e si migliora rispetto a Inner Secrets, ma niente di che. Gli anni Ottanta si aprono con un benefit per la Cambogia e un ottimo album jazz: The Swing of Delight. Suonano con Carlos tanti jazzisti rinomati (Herbie Hancock, Ron Carter, Wayne Shorter, Tony Williams) e l’album viene incensato da Downbeat, autorevole rivista di jazz che immagino letta solo dai redattori della stessa. Del resto qui non c’è la fusion anemica, suonata con la giacchetta e l’occhiale scuro:
Carlos è vitale, sanguigno e grintoso. E un po’ di questa energia finisce anche nel progetto collettivo Zebop!, del marzo 1981. Vende benissimo, entra nella Top Ten di Billboard ed esibisce la copertina più brutta di tutti i tempi.

san410.jpgMa la pacchia dura poco. Negli anni a venire Carlos si distingue per le esibizioni musicali e tennistiche a fianco di John McEnroe (esiste la Vhs di un evento a Forest Hills, nel 1982: non l’ho vista, ma darei un braccio per farlo o per esserci stato) o perché viene omaggiato dal manga Captain Tsubasa (da noi arriverà poi come anime, Holly e Benji), dove un suo omonimo si produce in dichiarazioni come questa: “Se volete vincere, passatemi la palla!”. Sempre nell’82 arriva sul mercato dell’auto la Suzuki Santana. Non so se c’entri molto in quest’articolo, però tutto fa brodo, va’.

Dopo il distacco dal guru Sri Chinmoy, che si faceva un po’ troppo gli affaracci di famiglia (non voleva che Deborah figliasse), Carletto — come canta all’epoca Corrado — la fa nel letto: Shangosan411.jpg, del 1983, fa rima con fango ed è effettivamente un album melmoso, con la seconda copertina più brutta di tutti i tempi. L’anonimato è riscattato da un (finto) album solista, Havana Moon, di pochi mesi dopo, dove, con ospitate eccellenti, si suona dal rhythm and blues alla musica mariachi. Seguono tournée massacranti, grandi collaborazioni (dal vivo con Dylan, anche in Italia, nell’84) e l’illusoria speranza di risalire la china. Beyond Appearances (1985) e Freedom (1987) vengono salutati dalla critica benevola come un ritorno al vecchio sound, ma non è vero. Per dire che c’è il Santana tribale la produzione ci butta dentro versi di bestie tropicali, canti di uccelli paduli e scimmie catarrine che urlano isteriche. Ma questi trucchetti sono annegati nel suono sintetico tipico di quegli anni infami e si salvano solo alcuni brani, puntualmente esaltati dal vivo.

san412.jpgIl 13 luglio 1985, con orgogliosa maglietta di Hendrix, Carlos porta la band al Live Aid. Mentre alcune cariatidi del rock rimpinguano il conto in banca vendendo nei giorni seguenti carrettate di dischi (non li cito, non basterebbe lo spazio) o si riverginano (debolezza personale: gli Status Quo) o si affermano definitivamente (i Queen, altra debolezza personale… lo so, sono come Marrazzo), Carlos onora l’impegno con serietà: si accompagna al marinaretto Pat Metheny (vedi foto) e non concede nessun classico. La cosa è più interessante dei viaggi di Phil Collins, che suona sia a Londra che a Filadelfia, ma il risultato è che i Santana non se li caga di pezza nessuno, né giornalisti né pubblico. Più o meno come l’anno dopo, quando per la data finale del primo tour di Amnesty International, Carlos jamma con Miles Davis.
Qui da noi, Amnesty sarebbe arrivata due anni dopo e con diverso cast: Tracy Chapman, Sting, Peter Gabriel, Youssou N’Dour, Bruce Springsteen e… Claudio Baglioni. Io ero attivista (scrissi pure diverse lettere al Dear mr. President Saddam Hussein; si faceva così, all’epoca) e pensai di stracciare la tessera, non dico altro.
Vabbeh.

Il periodo Canotta

san413.jpgPer quanto le vendite siano scarse e nonostante l’adozione sartoriale di tremende canottiere, il profilo pubblico di Carlos comincia pian piano a risalire. Santana è una reliquia vivente, non s’è svenduto (o non c’è riuscito, più che altro) e della generazione di Woodstock rappresenta ancora gli ideali. Lui festeggia i vent’anni della band, poi, nel 1987, parte per l’ennesima interminabile teoria di concerti in giro per il mondo, stavolta con alcune date particolari. Come quella a Berlino Est, trasmessa nell’etere da una radio di Stato stalinista e geniale, cosa che frutterà un bootleg emozionante e diffusissimo. Passa alla storia anche il concerto libero sotto il Muro del pianto, a Gerusalemme, con ebrei e arabi gomito a gomito. O la straordinaria esibizione del 4 di luglio, a Mosca, con Carlos che strapazza la sua Paul Reed Smith di fronte a un’enorme scritta MIR.
Ma i riconoscimenti arrivano anche a casa: la sua città adottiva proclama il 6 giugno “Santana Day” e il 14 dello stesso mese 200mila persone assistono a un concertone gratuito tenuto (chiaramente) per Le strade di San Francisco, nel Mission District. Dalle nostre parti ci accontentiamo di un best che ricordo pubblicizzato con insistenza sull’allora TeleMonteCarlo (era un famigerato “disco TV”), tanto da finire gloriosamente in classifica.
Come dice il nostro: “Le vibrazioni positive possono cambiare la tua struttura molecolare!” e il momento positivo si riflette in un bell’album a proprio nome, Blues for Salvador. In realtà non c’è più differenza tra il Santana solistasan414.jpg e la band, se non per i ragionieri delle case discografiche, e l’album fa fatica, come sempre.
La title track è nata con l’aiuto del tastierista Chester Thompson (da non confondersi con l’omonimo batterista dei Genesis fetenti) dopo un pranzetto a base di fagioli neri e salsicce della Louisiana. È dedicata al figlio ma verrà buona anche al benefit concert per il Salvador dell’anno dopo, anno in cui Carlos offre un supplemento di pena ai detenuti di San Quentin, suonando due acclamatissimi set a cui assistono assieme tutti, senza incidenti: neri, bianchi, nativi e latinos.

san415.jpgIl buon periodo continua con partnership prestigiose (è la volta di Wayne Shorter, a Montreux ma anche a Perugia) e un reunion tour di grande successo, assieme ai compagni del primo disco. A completare il pacchetto regalo arriva anche il triplo album con inediti Viva Santana!, accompagnato da un ottimo documentario. Il disco rivisita il repertorio e porta alla luce alcune gemme inedite, il film sfizia come un taco, sazia come un burrito e urtica come uno jalapeño. Si vedono tante clip, dal ’69 all’87, tratte da concerti e da apparizioni televisive, commentate da un Carlito ciarliero (anche troppo, come quando copre una splendida Samba Pa Ti del 1973, argh!). L’idea è carina, le immagini incredibili, i completini del musicista atroci. La cosa migliore è il pezzo conclusivo di un concerto tenuto a Santo Domingo nell’arena de La Romana, quando un improvviso acquazzone tropicale costringe a chiudere la baracca prima che qualcuno ci rimanga secco, fulminato attaccato allo strumento. Ma i Santana non mollano e il pubblico è galvanizzato e balla nella pioggia, riparandosi con dei cuscini rettangolari che sembrano delle pizze da consegnare. A fine brano l’organizzatore nevrastenico annuncia che il concerto è finito per garantire l’incolumità dei musicisti ma dalle facce capisci che i Santana sarebbero andati avanti a rischio scossa mortale. Eccezionale.

San416.jpgA supporto di materiali così estatici parte un’altra infinita stringa di esibizioni in tutto il mondo e il chicano porta la sua chitarra coi colori panafricani e le magliette con sopra Nelson Mandela o John Coltrane anche a Milano, Livorno, Roma, Lamezia, Modena, Torino, Pistoia e pure Sanremo, sul palco contaminato dell’Ariston. Pace fatta con l’Italia.
Ci sono le soddisfazioni dunque, ma manca ancora un’affermazione discografica con un valore musicale coerente. Serve ancora tempo, ma i semi sono gettati e negli ultimi mesi del decennio atroce, un pezzo di Santana scala le classifiche. Non è a nome suo, ma il brano sì, e veniva già eseguito da anni: si tratta di The Healer, blues latino ipnotico su cui John Lee Hooker biascica un mantra irresistibile. Il video è cacirro come pochi, ma la chitarra brilla e al vecchio bluesman è garantita una pensione dignitosa.
Ma quando tocca a Carlos?

(Continua — 4)

Qui le altre puntate.

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