di Ezio Luvorni

IsolaCassintegrati.jpgIntroduzione

Dall’Asinara sono ben visibili le ciminiere del Petrolchimico di Porto Torres che le politiche degli ultimi anni vogliono in dismissione. Gli operai della Vinyls, in cassa integrazione da novembre, hanno occupato un carcere abbandonato e rinchiusi dentro le celle hanno portato la loro lotta in tutto il mondo.
La parola torna ai lavoratori dopo l’ultima campagna elettorale e le promesse poliglotte di un premier capace di parlare russo, americano, bergamasco a seconda di chi si trova davanti.
Per questo motivo, non restava che prendere taccuino e fotocamera, una macchina e un traghetto, attraversare tutta l’isola grande e arrivare sulla piccola, quella che viene descritta come un piccolo pezzo di paradiso, e stare ad ascoltare.

In carcere

Pietro guida lungo i dodici chilometri che separano Cala Reale da Cala d’Oliva, una strada in cemento come si vedono ancora nel centro storico di alcuni paesi dell’interno. È andato a prendere le persone sbarcate dal traghetto, mogli di operai, bambini che arrivano per il fine settimana. A qualche centinaio di metri dal carcere, improvvisamente, tira il freno a mano e blocca la macchina, scende e raccoglie un astuccio di caramelle, viola, accartocciato, che stava al centro della strada.
Questo non sta bene, all’Asinara, dice.
La prima tappa è l’ex casa del direttore del carcere, dove gli operai tengono alcune provviste e fanno alloggiare chi non riesce a dormire con gli altri, in cella, sui materassi buttati su assi di legno. Operai che hanno quattro viti nella schiena, o che hanno subito un infortunio sul lavoro ma non vogliono in alcun modo stare lontani dai compagni in lotta.
Del resto, dice Pietro, se in questa casa ci hanno dormito Vittorio Sgarbi e Valeria Marini, possiamo dormirci benissimo anche noi.
In macchina ridono tutti: Stefania e il piccolo Lorenzo, che vanno a trovare Andrea, Marisa ed Eleonora che invece aspettano di rivedere Antonello dopo una settimana di lontananza.
Il carcere ricorda un qualsiasi film western ambientato in una zona di confine. Un grande cortile di cemento, e quattro lati di struttura.
Un palco con le bandiere di Legambiente e manifesti di solidarietà, bandiere delle varie sigle sindacali. Ben visibile dall’ingresso, lo striscione simbolo della protesta, il logo della famosa trasmissione RAI modificato: “L’isola dei Cassintegrati”. Accanto, a caratteri cubitali, lo slogan degli occupanti: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.
Tutti indossano magliette bianche con la stampa del logo e il nome dietro la schiena; gli operai con la stessa scritta dello striscione, su quelle di mogli e fidanzate si legge che “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Sul davanti, le loro foto: le pettinature e i vestiti sono cambiati, anche lo sguardo è differente. I primi giorni l’isola era uno spazio nuovo, un nuovo fronte di lotta dopo le innumerevoli azioni di protesta e l’occupazione della Torre Aragonese. Alcuni continuano anche quel presidio, la torre con le bandiere e una serie di croci bianche sul prato che rappresentano le famiglie messe sulla strada sono la prima cosa che si vede arrivando a Porto Torres.
Per qualcuno si tratta della prima occupazione, e in generale della prima lotta per i propri diritti di lavoratore.
Li ho visti cambiare in questi due mesi, dice Pietro, li ho visti crescere. Pietro ha superato i cinquanta anni, e i trenta di lavoro. I giovani lo hanno subito nominato leader della protesta.

Dicloroetano

Per fare il PVC servono tre elementi, l’ultimo e fondamentale per la nostra produzione è il dicloroetano, ed era l’ENI che lo forniva alla Vinyls. Ad un certo punto, a causa dei debiti accumulati dall’azienda, l’ENI ha smesso di venderglielo. Ora, voi conoscete un creditore che per recuperare i propri soldi impedisce al debitore di lavorare? Io no. Ma ve la faccio breve.
Andrea parla con alcuni giovani turisti con sacchi a pelo e biciclette parcheggiate in un angolo del cortile, attirati dagli striscioni e dalle bandiere, sorpresi di trovare una lotta dove aspettavano silenzio e panorami mozzafiato, animali che attraversano a piccoli gruppi i sentieri, e asini bianchi.
Avete presente quel signore bassottino, con le orecchie grandi?
I giovani si guardano perplessi.
Dai, quel signore che a volte parla russo, o americano a seconda dei casi. Nel nostro caso ha parlato bergamasco. Si è presentato con questo tizio, Fiorenzo Sartor; sembrava nientemeno che il salvatore della chimica sarda!
Abbiamo cercato in rete, scoperto che questo signore si è occupato principalmente di ponteggi. Non esattamente quello di cui ci occupiamo noi, a meno che non avesse il sogno segreto di realizzare ponteggi in PVC.
Fatto sta che questo salvatore della Vinyls si prende il nostro stabilimento e anche quelli di Porto Marghera e Ravenna tra gli applausi bipartisan della classe politica sarda. Dopo un mese ha portato i libri in tribunale e ha fatto fallire l’azienda.
Da lì è iniziata la nostra protesta. Siamo andati a Cagliari, per parlare col presidente della Regione, e ci hanno fatto fare due giorni di anticamera prima che si degnasse di rivolgerci la parola.
Tornati a casa, abbiamo bloccato il porto, il deposito degli autobus, ci siamo incatenati ai cancelli, abbiamo bloccato l’aeroporto di Alghero, e infine la Torre Aragonese di Porto Torres.
Poi siamo venuti qua, e non abbiamo intenzione di andarcene finché non riapriranno gli stabilimenti e non ci restituiranno il posto di lavoro. Siamo in cassa integrazione da novembre.
Lavoriamo solo alcuni giorni al mese perché anche se gli impianti sono fermi, c’è da fare la manutenzione, e ruotiamo.
Ci sarà un incontro tra qualche giorno, il 20 maggio, e speriamo che sia quello buono. Una multinazionale del Qatar, la RAMCO, sembra intenzionata a rilevare gli impianti e rimettere in moto tutto, ma bisogna vedere se glielo consentiranno sul serio.

Gli operai e le storie

La cucina della sala del direttore è in piena attività, gli occupanti si ritrovano per la cena ed è un continuo sistemare sedie, apparecchiare, contarsi, controllare il fuoco, affettare. Prima della cena, Pietro distribuisce alcune magliette a chi ancora non le aveva ricevute, e a ogni consegna scatta l’applauso e la foto di rito. Le famiglie riunite si raccontano le storie dei mesi passati, le ripetono per fissarle indelebilmente, davanti a un piatto di carne e insalata, mentre versano il vino, al telefono coi familiari lontani: i racconti fluiscono ininterrotti da un capo all’altro della tavolata.
Abbiamo bloccato il deposito dei pullman e paralizzato mezza Sardegna. Abbiamo bloccato l’aeroporto, nessuno poteva partire.
Non è stato un bel momento, quello, dice Pietro. Avevamo intorno gente inferocita, e che ci insultava. Chi ci diceva di essere stanca di pagare le tasse per pagare la nostra cassa integrazione, chi ci consigliava di andare a cercare lavoro altrove, magari con la valigia di cartone legata con lo spago come i nostri nonni.
Questo ce l’ha detto il vicedirettore del Giornale, dopo l’intervento di uno di noi a una trasmissione televisiva.
Pietro sorride. L’ho rivisto dopo qualche giorno per un’altra trasmissione, e quando ha cercato di interrompermi gli ho detto solo senta, buonuomo. Una cosa che ho imparato è che quando vuoi insultare qualcuno devi dirgli esattamente il contrario di quello che vorresti dirgli. Funziona sempre.
Le persone che sbraitavano contro di noi, le lasciavamo lì ad aspettare. Qualcuno lo abbiamo fatto passare, persone che andavano a fare delle visite mediche, o a dare esami universitari.
Te la ricordi la famiglia di marocchini?, si inserisce Marisa, e prosegue.
In tutto il caos c’era questa famiglia, seduta composta, gli uomini in giacca e le donne col velo, diversi bambini, che non hanno detto neanche una parola. Rimanevano seduti lì ad aspettare di poter passare. Qualche giorno dopo leggiamo sul giornale che si trattava di una famiglia che tornava in Marocco. Per far vedere ai nipoti il paese dei nonni, avevano investito gran parte dei loro risparmi. Abbiamo fatto una colletta tra di noi e abbiamo ripagato le spese del viaggio perso.
Il problema, si inserisce Andrea, è che per quanto casino facessimo, per quanto rumore e disagio creassimo, la nostra lotta rimaneva confinata al luogo in cui la protesta si manifestava. La penetrazione dei motivi della lotta era minima: trafiletti sui giornali locali, servizi al telegiornale che parlavano dei disagi che stavamo creando, e non del dramma che tutto un comparto sta vivendo a Porto Torres.

L’isola dei cassintegrati

La forma estrema di protesta l’abbiamo attuata decidendo di occupare questo spazio. L’Asinara è sempre stata qui davanti a noi, irraggiungibile per anni per via del carcere. Insomma un posto che fa parte del nostro sguardo da una vita, ma che pochi di noi avevano avuto occasione di visitare.
Romano sta piegando la maglietta e sorride. Vero, dice, io sono nato a Porto Torres e fino a due mesi fa non ci avevo mai messo piede, qua.
Una delle prime sere, continua Pietro, ho notato che alcuni dei ragazzi cazzeggiavano su Facebook, chi scherzava col cugino che sta non so dove, chi litigava con l’amico di Nuoro, chi parlava della protesta. Allora li ho guardati e ho detto, perché invece di perdere tempo non sfruttiamo il mezzo per cercare di far conoscere finalmente le ragioni della nostra lotta?
In tv iniziava la nuova edizione dell’isola dei famosi, con un gruppo di ricchi fannulloni precipitati in un’isola sperduta, e il paragone ci è venuto naturale: la nostra isola, quella dei cassintegrati, è vera, e si vince o si perde tutti insieme.
Il sito lo gestisce il figlio di uno di noi, che sta a Londra. Un altro sta a Madrid e si occupa della pagina di Facebook. Qui curiamo gli aggiornamenti, e uno di noi scrive il diario dei cassintegrati per La Nuova Sardegna.
Insomma, chiosa Stefania, siamo diventati più famosi dei famosi.
All’inizio non è stato facile, continuano, calpestare un territorio sul quale insistono diversi corpi dello Stato, enti, ministeri. C’è voluta tanta diplomazia per non restare un corpo estraneo, ma i frutti li vediamo ora: tantissimi vengono a trovarci tutti i giorni, arrivano col traghetto per salutarci, portano dolci, scatole di sigari, fanno foto e poi riportano nelle loro case quello che hanno visto, lo raccontano, e il passaparola ci rende meno soli.
Sembriamo la Pro Loco, dice Pietro, mentre organizza il pranzo del giorno dopo.

L’orchestra di clarinetti

La domenica mattina gli operai si alzano presto, e attendono che il pullman porti gli ospiti della giornata: un’orchestra di clarinetti di Ossi, un paese alle porte di Sassari. Gli orchestrali arrivano e sistemano sedie e strumenti. Per oltre un’ora il silenzio irreale dell’isola è accompagnato dalle note dell’orchestra, dall’accompagnamento ritmato e dagli applausi delle persone che affollano il piazzale.
Domenica è anche il giorno dei ricongiungimenti e del cambio della guardia. I tavoli del piazzale accolgono genitori, fratelli, figli, nipoti degli operai. I visitatori occasionali si tengono rispettosamente a distanza dalle famiglie che si ritrovano. Dietro i sorrisi, emerge a tratti la preoccupazione, l’attesa per un accordo che sembra sempre in dirittura d’arrivo ma non arriva mai.
Questo rinvio non ci voleva, dice uno, speriamo che il venti maggio ci possa essere l’incontro risolutivo. E il ministro, gli fa eco il padre, non ha saputo fare altro che dimettersi la settimana prima dell’incontro con la RAMCO.
Va beh, poverino, ironizza la nuora, gli hanno pagato la casa senza che se ne accorgesse, tu non ti saresti arrabbiato?
Le risate contagiano anche le altre tavolate.

Il draghetto

La prima volta che sono arrivata al porto, dice una una ragazza a due turisti, mi sono chiesta quale sarebbe stata la nave che ci avrebbe portato sull’isola. C’era solo un traghetto lunghissimo e vecchio. La tipa della biglietteria me lo indica e dice eccola là, la Sara D.
Ero con mio figlio e gli ho detto che la D stava per Draghetto, e da allora tutti la chiamano così.
Zaini depositati sul ponte, poltrone occupate e bambini che sfrecciano tra le gambe dei passeggeri, la domenica finisce alle cinque del pomeriggio per chi lascia i propri cari e per chi li vede partire. Gli abbracci e i baci sono lunghi, e gli occhi dei turisti guardano altrove. La città dista un’ora di viaggio, se il mare è tranquillo, e prima di toccare terra sono le ciminiere del petrolchimico che salutano chi torna a casa.

Aggiornamento

Giovedì sera arriva un sms: la RAMCO si ritira dalla trattativa. Questioni economiche di secondo piano, relative a siti periferici. Piccole cose che sembravano già risolte e che invece gettano nuove ombre sull’isola.
L’sms di Andrea però è lucido. Ce lo aspettavamo, c’è scritto, ma continuiamo a lottare.
Il 20 maggio ritorna a essere un giorno qualsiasi sul calendario. Parlando durante un servizio alla tv locale, Pietro ha ancora verve, e le sue parole chiamano in causa direttamente il governo.
Non ci stupisce che la RAMCO abbia abbandonato le trattative, dice, quella è gente seria, abituata a trattare con gente seria. Evidentemente non ne hanno trovato.
La voce arriva disturbata, l’intervista avviene per telefono. L’ultima frase la mormora quasi.
La chimica non deve morire, dice.

Link e note:

Gli operai in lotta hanno un loro sito.
È attivo anche l’omonimo gruppo su Facebook che ha raggiunto da poco i centomila iscritti.
Dall’esperienza dell’occupazione verranno tratti due libri, di prossima pubblicazione.

Share