di Gilda Policastro

zanzotto_conglomerati_small[Questa intervista a uno dei massimi poeti italiani del nostro tempo (e della seconda metà del Novecento) è stata pubblicata su “Alias”, supplemento culturale de il manifesto, il 2 gennaio 2010]

«Si sollevano gli anni alle mie spalle a sciami»: se è lecito accostarsi a un poeta a partire dai versi di un altro, è questo verso luziano a venire in mente incontrando oggi Zanzotto. Soprattutto ponendo attenzione alle date: l’esordio, anzitutto, con Dietro il paesaggio del ’51, tra l’altro concomitante coi prodromi dell’ultimo movimento poetico organizzato del secolo, quella Neoavanguardia cui però il poeta di Pieve di Soligo non aderì e con cui, anzi, si tenne in vivace polemica (se ci si ricorda almeno della non entusiastica recensione a un anno esatto dall’antologia novissima, nel ’62, o dell’ «esaurimento nervoso» imputato già nel ’56 al Laborintus di Sanguineti). Si può incedere poi nella seconda metà del secolo proprio scandendo gli sciami di anni attraverso titoli zanzottiani: dalle IX Ecloghe del ’62 alle Pasque del ’73 (passando ovviamente per La Beltà sessantottesca) a Fosfeni dell’83 fino a Sovrimpressioni, di quasi un decennio fa. E poi, nell’anno appena concluso, il ritorno sorprendente con Conglomerati, libro attualissimo e al tempo stesso diverso, desueto, pesante.

Imponente sin dal titolo, come atteso nominale, che dice di una memoria poetica stratificata e densa: come ogni parola che vi si sgretola e ci scalfisce, recuperando dalla memoria e dall’attualità i suoi materiali, e insieme entrando e depositandosi nella nostra esperienza con versi memorabili. Il compito della poesie, se ancora gliene resta qualcuno. Un poeta delle ultime generazioni dice: “non lo amo, ma ne capisco la grandezza”. In ogni pagina di questo nuovo libro c’è in effetti una densità di materia che non può non arrivare, come si è soliti dire, che ricorda la roccia, cioè sovrasta e sconcerta, al modo inverso in cui al contrario le poesie dei poeti più giovani si rarefanno, perdendo consistenza a vantaggio della rapidità e a volte dell’inessenzialità dell’immagine. Mi viene in mente per similarità di titolo e contrasto di voce e di struttura una plaquette recente, Suburra, di Giulio Marzaioli, in cui le parole si dispongono pervicacemente in flusso verticale, mentre la poesia zanzottiana è marcata anche da questo disporsi versale non definito e mai definitivo: non è decisamente un flusso, ma un percorso ardimentoso e ardito, che talvolta stupisce per l’emergere improvviso di un momento di scorrevolezza, persino abbandonandosi al calembour o alla familiarità domestica («grigia scende la sera e si confonde/ col rumore del forno a microonde»). Zanzotto lo raggiungiamo al telefono in un pomeriggio in cui il poeta non si lascia irretire dalle domande, ma ha un suo discorso privilegiato da seguire, a dispetto di qualunque sollecitazione o direzione offerta dalle nostre domande. Come quei suoi versi che resistono alla forma e disobbediscono però anche all’informe, trovando una loro marca costitutivamente zanzottiana.

“Che cos’è la poesia se non un insieme di echi, di voci che restano nell’aria, o in noi? E noi, quasi senza accorgercene, le ripetiamo. Ma ripetendole con la nostra voce, in qualche modo le cambiamo”: sono sue parole, da un’intervista dell’ ’81. Nel frattempo il suo rapporto con la tradizione è cambiato?

L’atteggiamento che si ha verso i grandi del passato invecchiando è di devozione, mentre il bisogno di allontanamento è più forte quando si è su una linea troppo vicina. Il rapporto con la tradizione è basato per quello che mi riguarda su un continuo avvicinamento e allontanamento, e naturalmente ogni volta che si realizza questo movimento c’è la possibilità di trovare nuove vie di esplicazione e di creatività.

Qual è stato ad esempio il suo rapporto col modello virgilano, cui si richiamava espressamente il libro delle Ecloghe, nel ’62?

Ho inteso farne una debole e lontana imitazione attraverso il titolo, ma non avrei mai potuto presentarmi con dieci ecloghe, come aveva fatto Virgilio…

… tra l’altro lei ha dichiarato di rileggere periodicamente la quarta ecloga, in particolare, quella dell’età dell’oro. Crede in una sorta di utopia della poesia come luogo se non appartato comunque difeso dalla storia (e del resto, nella sua Ecloga II si legge: «altri moverà storia/ e sorte»)?

Io ho sempre presentato il mio rapporto con la storia, nella poesia, come una sinusoide, cioè non vi è un rapporto diretto, continuo, ma un’alternanza di discontinuità e continuità. Sempre mi viene chiesto: “è bene ricordare?”. A questo proposito, ho sempre presente quello che ha scritto Eugenio Montale: “si dismemora il mondo e può rinascere”. Se non c’è questo dimenticare, non si può nemmeno rinascere, resta qualche cosa a inibirci. Non solo, ma Montale aggiunge al suo pessimismo: “la storia non è magistra di niente che ci riguardi”. Io condivido la parte pessimistica di Montale: cento volte si è caduti in stupide guerre, ma c’è sempre una parte di risalita possibile, anche se è molto difficile, cioè resiste una porzione di fiducia nell’essere umano che pur facendo questo tonfo, tuttavia poi punta ancora sulla speranza. Quindi torna l’antica espressione che risale a San Paolo della spes contra spem: nonostante il messaggio abbia dato luogo a una sfiducia totale, vi è presente l’idea che vi sia nell’uomo qualcosa che lo fa risalire. Ma questo risalire non lo garantisce poi di ripensare gli errori precedenti. Quindi si ha questa specie di sinusoide, in su e in giù, in su e in giù. Però bisogna sempre avere la forza, come dicevo, di coltivare anche la speranza contro la speranza, cioè di risalire in qualche modo.

Mi pare chiaro che lei respinga l’idea di un’Arcadia appartata, sostenendo invece la necessità di rapportarsi comunque alla storia, sebbene in forme mediate.

Sì, come ripeto è mettendosi a una certa distanza ottica rispetto a questo movimento della storia che se ne comprende il senso. Ad esempio, c’è un continuo deprecare le guerre, giustamente, ma poi questo deprecare non ha affatto impedito che ne venissero altre. Anche adesso, che c’è il pacifismo, non c’è tiranno che pur fabbricando armi e pensando a crearne di nuove, al tempo stesso non professi anche il pacifismo. Purtroppo o per fortuna il fenomeno a cui stiamo assistendo da qualche tempo è quello che più armi efficaci si continuano a fare più è impossibile usarle: è quasi uno status, come avere l’automobile di classe, il vestito firmato. Quello che sta avvenendo adesso in Iran è la dimostrazione chiarissima che siamo in un tempo di paure: e più tutti vogliono avere la bomba totale, meno c’è la possibilità che la usino. Anche qui c’è un altro dei nodi di contraddizione. Se si pensa a quali spese folli si è andati incontro in questi ultimi decenni per garantire un’efficacia difensiva, ci si domanda che senso ha quest’atteggiamento, che per essere difensivo deve anche essere offensivo.

La sua opera poetica è nei fatti anche una riflessione in atto sull’evoluzione della lingua. In un’intervista a Ferdinando Camon lei dichiarava di considerare la riemersione o l’intarsio del latino nell’italiano una sorta di «faglia», alla quale opporre la «massima resistenza». Si pone ancora questo problema di resistenza, nella lingua poetica contemporanea?

No, sicuramente no. Questa intervista risale al ’65, ed esprime una posizione che ho in parte rivisto. Certo, da allora non ho mai abbandonato lo studio, la traduzione, sia dal latino che dal greco. Ma i termini ora sono ben diversi, perché il confronto non è più col latino: oggi caso mai si parla di insegnare il dialetto nelle scuole. Io sono molto favorevole all’uso del dialetto, ma non esiste un dialetto, ogni paese anche piccolo ha il suo, e dunque l’idea di insegnare anche il dialetto, comporta dei problemi pratici insuperabili. Comunque ho criticato nettamente, qualche mese fa, su un giornale locale, la proposta che è stata fatta dal ministro di insegnare il dialetto a scuola ai bambini, rimarcando l’insensatezza della proposta, perché il dialetto si conserva, mentre insegnare vuol dire trasformare ulteriormente. Occorrerebbe creare una commissione apposta fatta però da linguisti, non da politici, perché quelli tendono a voltare le riforme nella loro direzione. I linguisti lo stile della lingua lo vedono come un fatto a sé stante, certo, che si sviluppa rispetto ad altri fattori, ad esempio l’economia. Bisognerà che diventiamo tutti capaci di parlare in cinese e nello stesso tempo di parlare nel dialetto dei propri avi: questo è una specie di paradosso, ma chissà cosa avverrà poi, realmente, nella storia. Piuttosto sarebbe molto giusto che si provvedesse a un piano di valutazione dei grandi poeti che ci sono in tutti i dialetti italiani, anche qualche volta in piccoli luoghi. Ma comunque non è più attuale quel problema antico, posto in quell’intervista che citava.

Lei ha sempre usato però una lingua molto contaminata, dai linguaggi cosiddetti tecnici o settoriali ai gerghi.

Non esiste un purismo assoluto, anzi, oggi assistiamo a dei fenomeni veramente incredibili. Ad esempio l’italiano da tempo è dato come una lingua minore minacciata nella sua stessa esistenza. Mentre ci si sta preoccupando della necessità di imparare l’inglese, e infatti è necessario alla vita di oggi, l’inglese, proprio in America si sviluppava contro le previsioni dei linguisti, un appassionato ritorno alla lingua italiana, che i nipoti degli emigranti ricordavano ben volentieri, col gusto del far ritornare viva una lingua che era minacciata. Fenomeni come la diffusione incredibile dell’italiano in America settentrionale – lasciando stare l’italiano praticamente come seconda lingua nell’America meridionale -, sono tutti problemi aperti in cui si insinua anche nella imprevedibilità di quello che può capitare, un senso di speranza, di vitalità legato alle lingue, e poi alla vita quotidiana. Per esempio in Brasile ha avuto un tenacissimo sviluppo l’italiano dialettale degli immigrati, che hanno coniato delle sottolingue che accompagnano la lingua di base. Si tratta di dialetti, o sottolingue, che comunque si collegano direttamente all’italiano, perché nate in ambiente dove gli italiani erano molti. Al sud del Brasile stesso si ha poi un fenomeno ancora più strano: in quelle zone i dialetti degli immigrati si sono conservati intatti, anche se ora le cose stanno cambiando. Ma i dialetti degli immigrati del Rio Grande del sud sono stati sempre vitalissimi, e ci sono anche adesso.

Di fronte a questi cambiamenti in atto, che tipo di resistenza può opporre la tradizione umanistica?

Bisognerebbe approfondire la capacità di tradurre, da una parte, e dall’altra presentare le soluzioni già avvenute e già scontate aderendo sempre all’idea fondamentale, che tutte le cose umane cambiano, e cambiano velocemente: ora si è in un punto massimo della velocità e del cambiamento, soprattutto sulle questioni economiche che sono basate su paradossi orribili della volontà di lucrare. Ma c’è sempre un incrocio di problemi che si scontrano tra di loro e che richiedono un’attenzione continuamente rinnovata.

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