di Marco Capoccetti Boccia

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E’ uscito in questi giorni Non dimenticare la rabbia (Agenzia X), il libro di esordio dell’autore di questo racconto. Il volume è andato in stampa proprio nei giorni in cui accadevano i fatti qui narrati.

Il telefono squilla che il sole non è ancora nato.
Ginevra mi dice veloce: ci stanno sgomberando.
Ok arrivo le dico. La notizia che temevamo è alla fine arrivata. Cazzo finalmente adesso si potrà combattere senza questa bolla d’ansia che ci assedia da mesi.
Di nuovo sulle barricate, finalmente.
Metto un paio di jeans neri, la maglietta del Macchia Rossa e un giacchettaccio da battaglia. Scendo giù.
Per fortuna che non ho riconsegnato la macchina, altrimenti avrei dovuto prendere un taxi di merda e allora addio barricate…
Fuori è buio e un po’ fresco, finalmente dopo tanto caldo.
Un elicottero vola basso sul cielo di Roma e il suo faro potente squarcia la notte.
Dal mio nuovo quartiere alla Magliana c’è già traffico e questo cazzo di elicottero è sempre sopra la mia testa.
Non riesco a trovare parcheggio.
Il mio vecchio quartiere non cambierà mai.
Fa uno strano effetto tornarci all’alba per difendere un’occupazione in cui ho scelto di non stare.
Due anni senza mettere piede alla Magliana, coi miei fantasmi che mi salutano dai marciapiedi.

Arrivo e già una cinquantina di compagni si fronteggiano coi carabinieri.
Vedo Valerio, facce di anni passati. Addirittura Fabietto e Roberto sono scesi da casa. Siamo pronti. Mando sms e faccio un paio di telefonate. Siamo tanti e pochi allo stesso tempo, spero che arrivi altra gente altrimenti ‘sti stronzi ce la faranno, al Regina Elena e a Via Salaria, due posti sgomberati pochi giorni fa.

Siamo bloccati dai cordoni dei carabinieri. Via dell’Impruneta è chiusa ai non residenti. Io in effetti ho ancora la residenza nel mio vecchio quartiere per cui provo a giocarmi questa carta. Ovviamente mi bloccano e non mi fanno passare lo stesso. Allora con Valerio e un paio di altri vecchi compagni cerchiamo di aggirare il muro di carabinieri. Facciamo il giro lungo: passiamo fra le sterpaglie, sul lungotevere, andiamo sulla ciclabile. Troviamo i caramba anche lì, che sporcano la pista con le macchine e gli scarponi militari. Qualche spinta, una mezza sceneggiata e riusciamo a scendere dalla ciclabile fino all’entrata della scuola 8 Marzo. Ora siamo di fronte al cancello.

Abbraccio Falco e gli altri con le lacrime agli occhi. Non vi faremo cacciare! Dai! Siamo tanti e tutti qua fuori! Non finirà come le altre occupazioni appena sgomberate: Magliana Resiste! Ci attiviamo. Telefonate, sms, arrivano i fotografi e la stampa.
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Ma ancora non si capisce cosa succede: è uno sgombero o no?
Centinaia di carabinieri in stato di assedio circondano l’edificio e buona parte del quartiere ma neanche un poliziotto. Nessun digossino.
Impossibile che sgomberino un edificio di proprietà comunale senza l’autorizzazione ufficiale di Prefetto, Questore, Digos e Sindaco…
I consiglieri locali dei pezzi rimasti della sinistra istituzionale contattano Questura e Digos: i super poliziotti si fanno negare al telefono, sembra che l’aria sia davvero fredda, gelida. La storia è gestita da Carabinieri e Procura. L’ordine viene dall’alto Comando e quindi nessun altro organo istituzionale può interferire a nostro favore.

Roberto ci racconta com’è andata la storia.
Sua sorella stamattina alle 5 stava andando al lavoro quando ha bucato una ruota della macchina su via della Magliana e ha tirato giù dal letto il fratello per farsi aiutare. Manco a farlo apposta mentre Robertone piazzava il cric sotto la macchina s’è visto sfilare decine di gazzelle e blindati dei caramba.
Non è stato difficile capire che stavano andando a sgomberare la ex scuola occupata 8 marzo. Roberto ha subito telefonato agli occupanti che hanno avuto un paio di minuti per precipitarsi giù dal letto e sistemare le cose più urgenti.
I fedeli dell’Arma hanno trovato il cancello chiuso con due catenoni. Hanno perso tempo ad aprirlo. Poi si sono imbattuti contro il portone saldato. Altro tempo sprecato per buttarlo giù. Tempo ben usato dagli occupanti per salire sul tetto e telefonarci.
Più di mezz’ora prima che i militari prendessero possesso della scuola. Tempo che ha impedito lo sgombero “a cartoccione”, cioè senza autorizzazione per motivi di ordine pubblico.

Tempo che abbiamo usato, dentro e fuori, per organizzare la resistenza.
Ora che 100 persone sono sul tetto e altre 100 sono in giro per il quartiere sarà difficile sgomberare. Siamo disarmati ma determinati. Urliamo in faccia ai militari che dovranno bastonarci e arrestarci se vogliono sgomberare la 8 Marzo. Fotografateci pure, denunciateci tutti e tutte. Ma non vi lasceremo fare il terzo sgombero di questo maledetto settembre nero di Alemanno.
Ma a quanto pare non vogliono più sgomberare: eseguono una perquisizione di tutto l’edificio con tanto di pompieri che cercano chissà cosa nei tombini del cortile della scuola. Identificano tutti e ci sono 6 ordini di comparizione. Decisi dall’alto. Dal Magistrato? Da quel fascista di Santori che da mesi provoca e insulta gli occupanti?
Forse qualcuno più importante.
Il Generalissimo.
Che viene a riscuotere gli applausi dei suoi soldati, che, ridicoli, si dispongono su due file a formare il picchetto d’onore per accoglierlo e farlo entrare nel cortile della scuola, definitivamente “liberato” dai baschi neri.
Dal suo arrivo le cose precipitano: il mandato di comparizione si trasforma in mandato di arresto immediato e 6 dei nostri compagni dovranno essere tradotti via con le gazzelle immediatamente in carcere.
La prima macchina con i compagni in manette esce dal cortile della scuola assediata: non tratteniamo più la rabbia e gli tiriamo contro le transenne. I caramba fanno cordoni e spingono ma non controcaricano. Anzi sembra che non vogliono far salire ulteriormente la tensione, non vogliono scontri e si prendono tutti gli insulti e le spinte possibili senza (quasi) reagire.
“annatevene annatevene caramba de merda!” Gli gridiamo, dopo che son riusciti a portare via i nostri compagni.
Giriamo cassonetti e ‘sti cazzi di quello che pensa la ggente del quartiere. Siamo incazzati e non badiamo più a nulla. È il caos.
A quella giornata seguono cortei nel quartiere e sit-in sotto le carceri, conferenze stampa e assemblee cittadine.
Per 16 lunghi giorni i nostri compagni restano dietro le sbarre e noi fuori a gridare nel silenzio.
La storia che era iniziata con una telefonata finisce con un’altra telefonata. L’avvocato mi dice che hanno concesso i domiciliari…
Una parte dell’incubo è finito.
Ora ci tocca continuare la battaglia lontano dalla luce dei riflettori di movimento. Dobbiamo tirarli fuori dai domiciliari con uno sfibrante lavoro da avvocati.
La lotta va avanti.

Il 14 settembre 2009 circa 200 carabinieri comandati dal generale Vittorio Tomasone si recano a sgomberare la ex scuola 8 marzo occupata da famiglie e precari senza casa nel quartiere periferico della Magliana, a Roma. Alla fine vengono arrestati 5 occupanti con accuse false e infamanti: associazione a delinquere ai fini di estorsione, furto e ricettazione di rame, furto di energia elettrica e violenza privata.
Questo racconto è liberamente ispirato a quel fatto di cronaca ma i nomi e i personaggi in esso contenuti sono di pura fantasia.
Per chi vuole leggere la storia vera della 8 Marzo di Magliana e cosa è accaduto in quei giorni può andare qui

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