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[La mente è tornata a questo romanzo poche ore fa, dopo le notizie dall’Afghanistan. Che poderosa opera, che cupa eppure risplendente fotografia della condizione attuale. Odiato e incompreso dai fans più conservatori del Camilleri montalbanesco, La presa di Macallè (2003) è un libro che rimarrà, una delle opere migliori dello scrittore di Porto Empedocle. Il brano che riportiamo (dal capitolo 3) dice tutto quel che c’è da dire, non una parola necessaria di meno, non una parola inutile in più. Buona lettura. Red.]

Un lunedì matina ‘a mamà disse a Michilino che per tutta la simana non sarebbe andato alle lezioni. Era venuto l’ordini che i balilla e le piccole italiane dovivano apprisintarsi, ogni jorno alle quattro di doppopranzo e fino al sabato fascista che viniva, al campo sportivo indovi Altiero Scarpin avrebbe detto quello che dovivano fari.

[…] In mezzu al campo sportivo era stato costruito in ligno una specie di castello che parse a Michilino priciso ‘ntifico a uno di quei fortini che aviva visto addisignati in un giornaletto e che sirvivano nel Farivest ai soldati del ginirali Custer per arripararsi dei pellirussa Sioux. Però il fortino non aviva pareti, era come ‘na ‘mpalcatura di travi e tavole. Altiero Scarpin l’ammostrò, gloriannosi.
«Quello che vedete» fece «vuole essere la sintesi delle difese apprestate dagli abissini nella città di Macallè da noi espugnata. Noi sabato prossimo, alla presenza dei camerati e dei cittadini che interverranno, rappresenteremo la battaglia per la presa di Macallè. E questa rappresentazione dedicheremo al camerata camicia nera Cucurullo Ubaldo eroicamente caduto proprio in quella battaglia. Sceglierò tra voi dieci balilla che faranno la parte degli abissini e venti balilla che interpreteranno i nostri valorosi combattenti. Tutti gli altri, balilla e piccole italiane, faranno gli effetti sonori. La camerata al mio fianco è la maestra di disegno Colapresto Ersilia che molti di voi conoscono».
La maestra Colapresto, impittuta, fece il saluto romano.
«La camerata ha con valentia disegnato i costumi che ora vi mostrerà».
[…] «Questo» disse la maestra Colapresto «è il costume del ras abissino».
Aviva addisegnato a un nìvuro scàvuso coi cazùna larghi alla vita e stritti in funno, a fisarmonica. Supra il petto nudu portava sulamenti una collana di denti di liopardo, accussì chiarì la maestra, e una specie di bolerino curtu e biancu.
[…] Quelli con la voce più profunna avrebbero fatto la rumorata delle cannonate:
«Bum! Bum! Bum!».
Quelli con la voce accussì accussì, avrebbero fatto la rumorata delle raffiche delle mitragliatrici:
«Ratatatatà! Ratatatatà!»
Quelli del balilla che avivano la voci più acuta avrebbero fatto i colpi di moschetto:
«Bang! Bang! Bang!»
Le piccole taliane vennero divise in dù gruppi. Il primo gruppo doviva fari lo scruscio delle frecce che volavano nell’aria:
«Sguisc! Sguisc! Sguisc!»
Il secondo gruppo quello delle zagaglie:
«Frrrsss! Frrrsss!»
[…] Arrivato il sabato, tutto il paìsi scasò e andò al campo sportivo. I balilla e le piccole taliane che facevano le rumorate erano già in campo. Prima niscero i diciotto balilla combattenti con casco e moschetto. Ci fu un tirribilio d’applausi. Po’ niscero i bissini che andarono a pigliari posto nel fortino […] A vidiri i bissini accussì pittati e parati ci fu nel pubblico un momentu di silenzio, doppo si scatinaro voci che dicivano «a morti!», pirita e risati. Scarpin, supra tri pidane (ne era stata aggiunta un’altra), isò un vrazzo, friscò e cumannò:
«Manovra d’avvicinamento!»
[…] «Bum! Burumbumbum! Bum!» spararono i balilla di voce profunna.
Il ras scinnì, i bissini niscero dal fortino, si allinearono con gli archi e le zagaglie pronti alla difisa.
«Mitragliatrici!» friscò e vociò Scarpin mentre i balilla continuavano a strisciari ‘n terra.
«Ratatatatà! Ratatatatà! Burumbumbum! Tatatà! Bum! Bum!»
Il fuoco si era fatto intenso.
[…] Scarpin isò un vrazzo, tirò una friscata trimolante. Tutti i balilla attaccanti si misero ginocchio a terra, addritta arrimase solamenti Gnazino Spanò, il balilla prescelto per fari la parte di Balduzzo Cucurullo. La banna attaccò, in sordina, «Tu che a Dio spiegasti l’ali».
«Sguisc!»
Colpito al cori, a Gnazino Spanò cadì di mano il moschetto.
«Muoio! Dono la mia vita a sua maestà il Re Vittorio Emanuele Terzo di Savoja!»
Non aviva finuto di dirlo che venne di nuovo colpito. Gnazino si portò la mano sul cori.
«Frrrsss!»
«Muoio! Dono la mia vita a sua eccellenza Benito Mussolini!»
«Sguisc! Frrrsss!»
«Muoio! Dono la mia vita alla patria!»
E finalimenti cadì longo in terra. Tutti i balilla si susirono addritta, ristarono immobili nel presentatarmi.
«Camerata Cucurullo Ubaldo!»chiamò col megafono Scarpin.
«Presente!» arrispunnì tutta la gente susinnusi addritta.
[..] Arrivarono altri balilla di rinforzo, i dù bissini s’arresero, il balilla Spampinato Benito acchianò supra la torretta, ci chiantò la bannera driccolore. La banna attaccò «Salve o popolo d’eroi» e la rappresentazioni finì in un subisso di battimani.
Il patre del caduto Balduzzo Cucurullo (la matre non era voluta venire) venne portato davanti a Scarpin che gli spiò orgogliuso:
«Che gliene è parso?»
«Una minchiata sullenne» fece asciutto il signor Cucurullo.

COLLEGAMENTI ESTERNI

La presa di Macallè su Nandropausa.

La presa di Macallè su Wikipedia.

La presa di Macallè su Anobii.

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