del Fronte di Liberazione Naziunale di a Corsica

FLNC4.jpgMa ciò non deve sorprendere: il piano del 1957 era già perfettamente inserito in una logica di colonizzazione, tanto da contenere belle frasi del tipo: “L’individualismo corso e l’assenza di iniziative economiche non consentono uno sviluppo interno … “, “I Corsi mancano di attitudini industriali e agricole”. Sempre in questo piano si parla di introdurre “iniziative esterne” e persino. più chiaramente, della “introduzione di imprenditori e di salariati stranieri”.
Ecco il vero volto del colonialismo, netto e senza fronzoli. In tema di colonizzazione, avremmo potuto rammentare l’invio di Alsaziani e di Loreni nel 1774, e poi dopo il 1830; o sempl¬cemente ricordare la creazione dei penitenziari agricoli di Castellacciu, Coti Chjavari e Casabianda attorno al 1885. Le popolazioni di queste regioni furono cacciate dall’armata di occupazione e sostituite da centinaia di galeotti. Il penitenziario di Casabianda è ancor oggi una realtà ben viva, con i suoi 200 ettari e con le sue centinaia di schiavi agricoli che arano sui nostri terreni a profitto dello Stato francese.

Potremmo anche citare numerosi economisti francesi che, nel corso del XIX secolo, incitarono senza tregua il loro governo a inviare dei coloni francesi in Corsica, L’arrivo massiccio dei coloni non si è prodotto che ai giorni nostri perché, come diceva un certo Griffon nel 1843, “l’Algeria, data la sua immensa estensione, sarà per noi preferibile alla Corsica”.
Possiamo egualmente citare le numerose dichiarazioni ufficiali dei nostri governatori, pardon, dei nostri prefetti. Un certo Granval diceva dal suo palazzo esotico di Aiaccio, nel 1878, “Saluto questa bella colonia di Corsica”. Nel 1964 uno dei vostri geografi, Rondeau, dirà:”La valorizzazione della Corsica è un lusso col quale i Corsi non hanno nulla a che vedere”.
1957,1971. E’ storia di ogg, e voi confesserete, signori giudici francesi, che riguardo a un dipartimento o due “francesissimi” avete curiosi progetti e realizzazioni… purtroppo per voi, che pretendete di giudicare dei francesi di Corsica, si tratta di progetti e di realizzazioni totalmente coloniali. I vostri scritti rappresentano del buon colonialismo autentico, con la sua onesta dose di razzismo e di disprezzo.
Voi, antichi padroni dell’Asia e dell’Africa, avete creduto che, se non vi restavano più “topa¬ci” da far sudare in Algeria, vi restava almeno la Corsica e la possibilità di trapiantarvi i lavoratori magrebini, su questa terra che avete vuotato dei suoi abitanti.
Voi trattate noi, nazionalisti corsi, da razzisti, voi che non esitate a richiamarvi nei vostri testi a una pretesa superiorità biologica. Voi. la cui potenza e ricchezza sono nate dal sangue, dalle lacrime e dallo sfruttamento delle Nazioni vinte, sappiate dunque che gli operai magrebini che voi sfruttate senza vergogna nel nostro paese non sono nostri nemici, sono nostri fratelli di colonizzazione. Non hanno nulla da temere dal Popolo corso.
Sappiate anche che il Popolo corso non minaccia alcun altro Popolo. Il Popolo corso, come gli altri Popoli mediterranei, è ospitale e ha sempre accolto e assimilato gli stranieri che desideravano integrarsi a lui.
Da noi, più che altrove, si rispetta la vita, e la nostra legge nazionale è l’onore. Vale a dire il rispetto dell’uomo. Non è nelle nostre file che troverete torturatori e massacratori.
I Francesi stabilitisi in Corsica, che non sfruttano i Corsi e che desiderano acquisire la nazionalità corsa partecipando alla nostra lotta di liberazione, sono nostri fratelli. E affermiamo anche che il Popolo di Francia non è nostro nemico. Non lottiamo contro di lui. che consideriamo un Popolo amico, ma contro lo Stato colonialista Francese.
Noi non combattiamo l’occupazione francese per poi rinchiuderci in noi stessi, in un’autarchia arcaica e razzista. Al contrario, vogliamo con l’indipendenza aprirci al mondo, invece di essere cancellati dalla carta geografica dallo Stato francese.
Nel 1974 la legge Deixonne viene applicata alla lingua corsa, 23 anni dopo la sua promulgazione in Francia! Il principio dell’Università viene infine accolto e la sua sistemazione, grazie alla pressione popolare, sarà a Corti. Alcuni gridano: “E’ una follia!”, altri, sottovoce, si premurano di rassicurarli: “Quell’Università non aprirà mai i battenti “; è d’altronde l’unica promessa che sarà mantenuta… In effetti si tratta di disinnescare la lotta nazionale corsa. che ora è fatta propria dall’assieme del Popolo corso.
Nel gennaio del 1975 lo Stato colonialista francese invia una sorta di proconsole, Libert Bou. Costui sbarca in Corsica aureolato di tutta la potenza del conquistatore. Questo alto funzionario girò molto; i giornali segnalavano giorno per giorno le tappe del suo periplo: sulle piazze dei nostri villaggi in agonia prometteva, prometteva… I deputati lo corteggiavano, facevano a chi poteva strappargli di più; lui. condiscendente e superbo, concedeva udienza, lusingava gli uni e gli altri, si metteva a portata dell’indigeno. Faceva ancora meglio: ricevette nella capitale francese una delegazione dell’ARC, che si vedeva d’un tratto – come crederono alcuni suoi leader – riconosciuta come interlocutore valido. Qualche mese dopo. lo schema di sistemazione del 1971 venne rapidamente restaurato. Lo battezzarono “Carta dello sviluppo”, ed era più allettante per i notabili dell’isola. Purtroppo ci sono gli eterni malcontenti. I clandestini denunciarono l’impostore Libert Bou e, nel suo manifesto di Pentecoste, Ghjustizia Paolina radicalizzò la rivendicazione nazionalista: “la dimensione politica della Nazione corsa non si realizzerà che in seno ad uno Stato sovrano”. Le manifestazioni riprendono, uno slogan diviene popolare, appare su tutti i muri della Corsica: “I Francesi fora!”. Superfluo tradurre.
Nel corso del dibattito con dei nazionalisti, Libert Bou, messo alle strette, gridò: “Nemmeno 200.000 nazionalisti corsi potrebbero modificare la Costituzione!”. Era la fine dei sogni di alcuni riformisti, che volevano modificare la Costituzione francese a partire dall’art. 72.
L’ARC aveva compreso che la via legale era un’illusione. Dopo la storica assemblea dei militanti del luglio 1975, la strategia era chiara:”Non si transige col colonialismo, lo si abbatte!”.
Il 17 agosto, Edmondu Simeoni aveva deciso di tradurre in pratica quell’analisi. Sapeva che il secondo congresso di Corti sarebbe stato l’ultimo dell’ARC. Egli fu, in quel momento della nostra storia, l’unificatore di tutte le tendenze, seppe esprimere in maniera coraggiosa il punto di non ritorno raggiunto dalla nostra lotta.
Davanti a più di 10.000 Corsi entusiasti, mentre i militanti scandivano “I Francesi fora!”, terminò il suo discorso dicendo: “Libert Bou ci ha chiuso la porta della via legale, noi gli risponderemo: un Rivoluzionario vince o muore!”.
Il 25 agosto 1975 la cantina di un grosso colono di Aleria veniva occupata da militanti armati. Essi affrontavano cosi l’intero edificio coloniale, e non un qualsiasi scandalo di vinacce, come pretesero alcuni che volevano travestire la realtà storica.
Tutti conoscono il seguito: 2000 soldati francesi piombarono nella regione di Aleria, le autoblindo pattugliarono le strade, gli elicotteri Puma vomitarono i soldati dell’ordine francese. “Finalmente!”, esclamarono i coloni e i nostalgici veterani dell’armata d’Africa, cosi come i 3000 legionari assassini che occupano le nostre città. “Finalmente possiamo farli fuori!”
Il 22 viene dato l’assalto, due guardie mobili sono uccise, un patriota è gravemente ferito. Si tratta di Petru Susini, di cui salutiamo il sacrificio eroico. Solo il sangue freddo di Edmondu Simeoni evita d’un soffio un bagno di sangue ancora maggiore. Bravo, principe Poniatowski, eravate all’altezza dei vincitori di Pontenovu.
Ci preme oggi rendere un vibrante omaggio a Edmondu Simeoni per quel grande episodio di resistenza della nostra moderna storia.
Ricordiamo anche il sacrificio del militante nazionalista Ghjuvan Bernardu Acquaviva, patriota che, colpito da una grave malattia, abbandonò le cure mediche per raggiungere i propri fratelli alla macchia, dove mori all’età di 23 anni. Fratellu, noi non ti abbiamo dimenticato, il tuo esempio è là a guidarci in questi giorni decisivi della nostra lotta.
Il 27 agosto il governo francese ha sciolto l’ARC. A Bastia è la sommossa. Il vecchio riflesso ereditato da secoli di resistenza non si era perduto. Il popolo ha preso le armi, sono nuove perdite per l’esercito d’occupazione. Il mattino Bastia è pattugliata dalle autoblindo. Il governo è colpito dall’intensa mobilitazione di questa Nazione che credeva in ginocchio. Naturalmente, i funzionari francesi continuano a sostenere nei loro discorsi che la Corsica è Francia.
Si, è Francia, ma una Francia che assomiglia stranamente a quella che un tempo si estendeva sino a Tamanrassett…
Scioperi generali, meeting, manifestazioni. I sindacati corsi si fanno ormai, in tutto o in parte, carico della rivendicazione nazionale.
Il PC corso, dopo aver condannato gli atti di resistenza nei primi giorni successivi ad Aleria, approfondisce la propria analisi e, sotto pressione della base, si riavvicina a noi.
Il PS, che aveva iniziato la sua evoluzione nel 1974, adottò posizioni prossime all’autonomismo. Solo, era in ritardo di una decade, secondo le abitudini della sinistra francese.
Nei mesi seguenti la lotta armata marcò il passo. Le strutture non erano pronte. I vecchi quadri dell’ARC, completamente travolti dagli eventi, non sapevano fare altro che elemosinare la liberazione di Simeoni. Il loro attendismo sconcertò la maggioranza dei militanti, buona parte dei quali si era già data alla macchia.
Il riformismo era morto e non saranno deboli organizzazioni legalitarie come l’APC e poi l’UPC a resuscitarlo. 1 militanti di quest’ultima organizzazione sono nostri fratelli e ci raggiungono sempre più numerosi, consci del vicolo cieco del legalitarismo.
Il governo della Repubblica una e indivisibile continuava a farsi delle illusioni. “Tutto può ancora essere arrangiato”, pensavano a Parigi. Lo Stato colonialista paracadutò allora un prefetto corso, il primo dopo un secolo. Quel traditore pieno d’arroganza, scimmiottando i suoi padroni francesi, credeva di imporsi ai Corsi con la calunnia e con l’insulto. Osò trattare i figli della Nazione corsa da delinquenti e da sardi. Ingiuria rivelatrice sia della sua mancanza d’argomenti, sia del suo profondo razzismo.
Il nostro popolo lo soprannominò con disprezzo “Rio l’Harxi”.

PRIMA TAPPA DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Il 5 maggio 1976, alla vigilia del processo di Aleria, nasceva il Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica. Il 5 maggio 1976, il Popolo corso si affaccia risolutamente alla scena della storia.
La maggioranza dei patrioti corsi si è riunita attorno al FNLC per dare alla lotta nazionale corsa la sua vera dimensione. E’ passato il tempo delle ambiguità e dei sottintesi.
Nel giugno del 1976 solo Sergiu Cacciari pagò pesantemente il temporaneo ripiego della lotta armata. Oggi sa che non si è sacrificato invano.
Il processo di Aleria, che fu il tentativo di ritornare alla spiegazione di tipo economico e settoriale, non è riuscito a mascherare l’inizio della lotta di liberazione.
La nozione di autonomia in un contesto francese ha fatto il suo tempo. Si trattava in se stessa di un non senso, tanto dal punto di vista del suo significato letterale, quanto da quello del suo significato implicito.
La Francia non ha mai accordato un tale statuto, ed è disconoscere la vera natura dello Stato francese tentare di riformarlo sul piano costituzionale. Ma soprattutto non ci riguarda: conviene forse alle varie minoranze nazionali di Francia, ma non a un Paese occupato dai Francesi.
La parola autonomia non è mai stata compresa dal nostro Popolo. L’ambiguità del termine ha, in parte, ostacolato la presa di coscienza nazionale nei primi mesi del dopo-Aleria. Quanto alla pretesa tappa sulla via dell’Indipendenza che sarebbe l’autonomia, il nostro Paese sa oggi di cosa si tratta. Malgrado l’evidente buona fede di alcuni leader autonomisti, una simile soluzione non può che condurre a un vicolo cieco. Non può esserci conquista dell’Indipendenza attraverso la legalità francese e la non violenza, perché la natura stessa del colonialismo lo vieta. Il colonialismo è violenza armata, è soffocamento e oppressione nazionale, è sfruttamento sociale e dominio della borghesia straniera servita dai notabili indigeni.
Il colonialismo, che è violenza istituzionalizzata, non cede che col coltello alla gola: non lo si può moderare, lo si deve abbattere con le armi in pugno.
La nostra violenza è resistenza, la nostra violenza è legittima perché rappresenta la volontà popolare che si leva per tornare a essere sovrana.
Non c’è democrazia, non c’è suffragio universale sotto lo stivale dell’occupante.
Il riformismo serve solo a mascherare gli interessi di alcuni, mentre noi, Popolo corso, vogliamo la vittoria di tutti i figli della Nazione corsa contro le forze dell’oppressione francese.
I militanti autonomisti si sono uniti praticamente tutti alla vera lotta: solo alcuni regionalisti indipendenti, i collaboratori e l’occupante francese continuano a pensare che non ci sia un problema corso, ma solo questioni economiche.
I capi dei clan possono moltiplicare le dichiarazioni di appartenenza alla Francia, ai piedi dei monumenti che perpetuano il ricordo del massacro dei nostri padri a profitto dei colonialisti, essi non riusciranno a distogliere il nostro Popolo dal cammino della Libertà.
Il 9 settembre 1977 recò loro, del resto, la più clamorosa delle smentite: quel giorno l’amministrazione coloniale aveva decretato una giornata di ferie e aveva formalmente pregato tutti i funzionari di recarsi alla sfilata. I notabili avevano convocato il Popolo corso a presenziare al corteo commemorante il 9 settembre 1943, per plebiscitare la Francia e per condannare il FLNC. Purtroppo per loro. solo poche bandiere francesi vennero sventolate da alcune spie.
La spiegazione poujadista o di tipo economicistico dei regionalisti è morta col crollo della sedicente via legale. Nel 1977 il nostro Popolo, che lo aveva compreso, respinse senza esitazione le concessioni puramente formali e demagogiche sui trasporti che conducevano al rafforzamento del monopolio francese. Respinse anche l’Università-truffa al servizio degli interessi colonialistici. E, in campo agricolo, si oppose alle pseudo riforme. In effetti il colonialismo, accordando una SAFER (programma di redistribuzione agraria), pensava di far dimenticare l’esproprio delle nostre terre ancestrali a profitto dei coloni.
Il Popolo corso non si è sentito coinvolto, esso sa che non ha senso mendicare alcune centinaia di ettari per aumentare il numero dei garantiti. Col sindacato Aiutu Paisanu e altri sindacati agricoli, il Popolo corso si affermò come unico proprietario legittimo di tutte le terre corse. Le occupazioni delle terre dei coloni di Aleria mostrarono la determinazione dei Corsi, che non hanno conti da rendere all’amministrazione coloniale.
L’accentuazione delle lotte di liberazione nazionale e la repressione hanno bloccato questo processo. Solo l’Indipendenza potrà rendere tutte le nostre terre al patrimonio nazionale collettivo.
Nel campo culturale lo Stato francese moltiplica le miniconcessioni e i surrogati di strumenti pedagogici corsi. Tollera qualche elementare corso di lingua corsa, inaugura qualche museo, pubblica una pretesa carta culturale.
Non c’è, e non potrebbe esserci, una cultura nazionale nel quadro coloniale. Lo Stato francese lo sa bene, lui che alimenta le discordie e l’esilio, lui che accelera l’erosione culturale attraverso l’arrivo continuo di nuovi coloni francesi. Lo Stato francese spera che la questione linguistica sarà presto sistemata, poiché i Corsi stessi non saranno niente altro che un residuo mediterraneo in via di estinzione sulla terra francese di Corsica.
Peccato che ci sia un ostacolo importante sulla strada del conquistatore francese: il Popolo corso, che raggiunge progressivamente il solo percorso possibile, quello della lotta di liberazione nazionale.
Il 5 maggio 1976, in un manifesto in cinque punti, il FLNC ha definito gli obiettivi principali della lotta:
– il riconoscimento dei diritti nazionali corsi;
– la distruzione degli strumenti del colonialismo francese, esercito, amministrazione, coloni;
– l’instaurazione di un Potere nazionale corso popolare e democratico;
– la realizzazione della riforma agraria;
– l’Indipendenza.
Il 5 maggio 1976 U Fronte annunciava la volontà irremovibile del Popolo corso di riconquistare la sua libertà nazionale. Tutto il Popolo corso si riconosce nel Fronte, che non è che la manifestazione nei fatti della coscienza nazionale. Il Fronte, erede e veicolo della resistenza bisecolare all’occupazione francese, spezzerà il giogo coloniale! Quel giogo che ha fatto di un Popolo libero e sovrano un popolo fuori dal tempo, fuori dalla storia, un Popolo di assistiti sparpagliato, dominato, senza lingua, senza cultura e senza avvenire.
Con U Fronte, l’uomo corso ridiviene soggetto della propria storia. Riannoda i legami col proprio tempo, si riappropria della propria lingua e della propria cultura mediterranea, ritrova la propria dignità e la propria fierezza di uomo libero. Il Popolo corso sa che il Fronte, che lotta per la fine dell’oppressione coloniale, è anche portatore della fine dell’oppressione sociale. Perché i figli della Nazione corsa, che accettano tutti i sacrifici per liberare l’uomo corso dalla tirannia francese, non sono disposti ad accordare privilegi a una classe per perpetuare lo sfruttamento sotto altra forma. Non ci saranno nuovi “Sgio”, vale a dire che non ci sarà nuova borghesia parassitaria, e ancor meno borghesia neocolonialista, sulla nostra terra liberata.
Per tre anni U Fronte ha condotto una lotta preinsurrezionale e di propaganda armata evitando volontariamente di fare vittime. La Francia, sempre fedele a se stessa e incapace di trarre lezioni dalle proprie sconfitte in Africa e in Estremo Oriente, ha risposto:
– con un minipiano di Costantina, ungendo generosamente le zampe dei notabili;
– con una repressione spietata, la più massiccia dopo la conquista.

Noi. militanti del FLNC, siamo il Popolo corso in lotta, e siamo in quest’aula di tribunale per annunciare che la lotta di liberazione nazionale continuerà, quale che ne sia il prezzo, fino all’Indipendenza.
Ci sono già decine di patrioti alla macchia.
Noi, Popolo corso in lotta, domandiamo al Popolo di Francia, che non confondiamo col suo Stato colonialista, di intervenire prima che la vera guerra abbia inizio.
Il Popolo di Francia può obbligare il suo governo a negoziare con il Popolo corso. riconoscendo il diritto imprescindibile della Nazione corsa all’Indipendenza.
C’è ancora modo di evitare il peggio, ma il tempo corre. E’ forse una delle ultime occasioni che vi si presentano, signori colonialisti francesi, non lasciatevela sfuggire.
Con i crimini odiosi di Bustanciu e di Galerta, abbiamo visto di cosa sono capaci le vostre truppe d’élite della Legione Straniera. Conosciamo anche la temibile efficacia delle vostre orde di CRS e di guardie mobili, per averle affrontate senza tregua da1 1969. Vi ricordiamo ancora una volta che non risolverete niente con la repressione, niente con l’imprigionamento dei patrioti corsi. Per un militante arrestato ce ne sono decine pronti a prendere il suo posto. In Corsica ogni uomo e ogni donna recano con sé il retaggio di secoli di ribellione e di resistenza, ogni donna e ogni uomo sono pronti a porgere aiuto o a darsi alla macchia. I partigiani godono della solidarietà attiva dell’immensa maggioranza del nostro Popolo. La nostra resistenza è invincibile, per abbatterla dovreste massacrare tutti i Corsi.
Noi proclamiamo che nulla ci fermerà, noi, Popolo corso in marcia verso la sua sovranità nazionale!
Evviva a Nazione corsa in lotta! Evviva l’Indipendenza nostra!

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