di Francesco Lo Duca

Clash.jpgQui le precedenti puntate.

Tornato in Piazza Verdi Rocco ascolta gli ultimi aggiornamenti. PCI e sindacati non solo non parteciperanno al corteo del movimento, ma rifiutano di esprimere solidarietà e di fatto, nonostante forti tensioni interne e sofferti rifiuti soprattutto da parte di alcuni consigli di fabbrica, indicono il presidio di “vigilanza democratica” davanti al sacrario dei caduti. L’ANSA rilancia agenzie piuttosto contraddittorie circa la natura, la causa e la dinamica degli incidenti. Non si capisce chi sia stato a sparare: un carabiniere? Un graduato? Uno sbirro in borghese sceso da un’auto senza insegne? Ha sparato colto dal panico? Ha preso accuratamente la mira?
Insomma, inizia la consueta ridda d’informazioni e soprattutto disinformazioni in cui apparati dello Stato e Servizi sono maestri.
Davanti al CPS Anselmo, Rosco e Tugu confabulano.
– Ohè Rocco, dove cazzo eri sparito? Sono le quattro e fra meno di un’ora parte il corteo. Andiamo al Piccolo che è più tranquillo, si fa per dire, a bere qualcosa e a tirare fiato ché dopo ne avremo bisogno.

Il bar è pieno di gente nervosissima; Tip e Tap, i due baristi, si aggirano freneticamente da un tavolo all’altro per raccogliere ordinazioni, bicchieri vuoti e aggiornamenti sulla situazione. Hanno chiesto un cambio straordinario al proprietario del locale per partecipare al corteo.
Anselmo trova un tavolino libero in mezzo alla ressa e prende posto, si spaparanza sulla sedia e comincia a lisciarsi i baffi con il labbro inferiore, come fa sempre quando è intensamente pensieroso; il Rosco accende il solito pestilenziale toscano e comincia a pontificare, mentre Tugu si guarda intorno inquieto.
— Maremma maiala Tugu, stai un po’ tranquillo, tanto anche qui sarà pieno di sbirri e di spioni come dappertutto.
– Be’, a me sta sul culo, proprio oggi, che qualche questurino o qualche infamone del PCI si faccia i cazzi nostri.
– Ovvìa sei paranoico, neanche fossi un brigatista… – ridacchia ciancicando il sigaro e grattandosi il pacco, abitudine presa e ostentatamente riprodotta ogni qualvolta vede aggirarsi una femminista nel raggio di 50 metri. Pura provocazione.
– Vai bene a far delle pugnette Rosco. Abbiamo discusso un milione di volte dei livelli di sicurezza, che hanno sempre fatto cagare, e oggi poi con le premesse che ci sono…
Rocco si avvicina appoggiando i gomiti sul tavolino e abbassa la voce — Oh, a proposito, mentre facevamo la barricata di fronte a Guerre stellari abbiamo preso radio e berta a un gufo.
Silenzio. Dopo alcuni secondi, necessari al passaggio dalla percezione acustica all’elaborazione razionale del cervello, i compagni di Rocco si guardano in faccia come per richiedere reciproca conferma di avere capito bene.
Rocco, apparentemente serafico, rolla una sigaretta mentre canticchia sottovoce “…prendiamo il fucile / forza compagni alla guerra civile…”
Anselmo è il primo a rompere il muro d’incredulo silenzio. — Ma sei scemo o cosa? Stai dicendo sul serio o ci prendi per il culo? Perché non è proprio il caso di…
– Tranquillo “fratello”, avevamo tutti il fazzoletto o il sottocasco, il vigile era da solo e non è successo nessuno scandalo. La baiaffa è imboscata, quindi…
– Quindi ‘sti due maroni! – Anselmo è molto nervoso, si sta quasi strappando i baffi a morsi — Ma se non più di un’ora fa hai piantato una gran tomella sul fatto che noi non scendiamo in piazza armati… che il movimento… la lotta armata…
– Al tempo. Ho anche detto che oggi è un’altra storia; ripeto: non voglio alzare il livello dello scontro in piazza in termini di strategia politica perché deve essere il movimento a decidere un percorso di questo genere; tantomeno voglio fare l’avanguardia armata del proletariato o il “semiclandestino”, come certi idioti che conosciamo benissimo e che se la tirano quando hanno la berta in tasca. Oggi è un’altra storia perché io personalmente ho portato a casa la buccia per miracolo, invece Francesco non ha avuto così culo e l’hanno ammazzato. Voglio solo fargliela pagare. Tutto qui, mi sembra quasi banale. “Risponderemo sulle barricate / piombo con piombo!” — Le note grevi del vecchio canto anarchico chiudono la precisazione di Rocco lasciando gli altri interdetti.
E’ il Rosco a riprendersi per primo, alla sua maniera. — Oh, a proposito di idioti che se la tirano… Prima è passato Boschi che quasi strisciava contro i muri col bavero del bieko alzato fin sopra le orecchie. Segno evidente che aveva il ferro in tasca. Se qualcuno non lo aveva ancora notato…
– Va bene Rosco, ma che cazzo ce ne frega degli autonomastri che giocano a fare i guerriglieri. Tanto con quelli non si ragiona. Se si divertono a fare i clandestini… Basta che non continuino a tentare di tirare in mezzo tutti con i loro deliri.
– Il problema qua è che un compagno del Mucchio, e neanche l’ultimo arrivato dei simpatizzanti, oggi ha deciso, per i cazzi suoi, di mettersi a fare il pistolero vendicatore.
Tugu ha assunto la sua caratteristica espressione da indio, cioè nessuna espressione, da quando la confessione di Rocco ha innescato la milleunesima discussione sulla lotta armata.
– Qua Il maccherone è peso. E’ inutile fare i paraculi e negare che due colpi glieli tireremmo tutti volentieri a quegli infami, ma è ancora più vero che non si può agire emotivamente. Non è che si può cominciare a sparare perché oggi hanno fatto il morto. E domani? E dopodomani? Continueremo a sparare o torniamo a difendere la nostra agibilità politica e i cortei con le chiavi inglesi e le pietre?
– Si vabbe’, bella tomella. Ma il problema è che oggi lo Stato ha determinato un salto di qualità, proprio a Bologna. L’omicidio di Francesco è stato un atto premeditato, preparato a tavolino. Certo poteva capitare a chiunque di noi… e per poco… ma la questione rimane. Kossiga e le sue bande armate hanno deciso, magari col beneplacito del PCI, che l’Unità Nazionale va perseguita a ogni costo e a qualunque prezzo. Prezzo, piccolo dettaglio, che siamo sempre noi a pagare. Sono convinto che si debba dare la risposta più dura possibile, bisogna fargli capire subito e senza tentennamenti che se ci manganellano rispondiamo coi bastoni e che se ci sparano rispondiamo col piombo. Non è alzare il livello dello scontro, è solo adeguare gli strumenti di difesa al livello di scontro imposto dallo Stato.
Silenzio. Anselmo ha quasi finito la scorta di baffi da martoriare, Tugu assomiglia sempre più a una statua Inca. Il Rosco strapazza il mezzo sigaro spento e guarda il culo di una liceale.
Come sempre la discussione è giunta al solito punto morto, un circolo vizioso che si ripiega su se stesso. Il confine tra la propaganda e la pratica dell’illegalità di massa e la lotta armata a volte sembra sfumare fino a sparire.
– Non è la questione degli strumenti che si usano: i sampietrini sono di massa e le pistole da brigatisti. — E’ più un pensiero ad alta voce che un ulteriore tentativo di proseguire una discussione impossibile quello che Rocco rivolge ai suoi compagni, già in procinto di abbandonare il bar per andare a completare i preparativi. — E’ la logica che ci sta dietro che fa la differenza. Simbolicamente, oggi, tutti gli sfruttati e le vittime di questo sistema infame vorrebbero sparare agli assassini di Francesco, tutti vogliono fargliela pagare, ma pochi ne hanno veramente i mezzi. Oggi tirare un sasso o svuotargli un caricatore addosso ha lo stesso significato.
Tutti lo guardano smarriti, escono in silenzio e osservano Piazza Verdi, ormai gremita di gente che aspetta solo la partenza del corteo.

Trascorsa quasi un’ora da quando si era appartata nei Giardini del Guasto, Carlotta si sente meglio. Ha trovato dentro di sé il bandolo della matassa delle emozioni e dei pensieri che le avevano annodato la mente al cuore in un groviglio inestricabile. E’ riuscita a ritrovare una sorta di equilibrio precario, malfermo, ma sicuramente meno turbolento.
Guarda l’orologio “E’ ora: comincia l’assemblea delle donne, e poi… corteo. Giusto il tempo di fare un paio di telefonate, la pipì, mangiare un panino al volo e avvertire a casa”.
Quando il pomeriggio inizia ad allungare le ombre sui muri e sulle strade, un brontolio cupo e minaccioso sale dalla moltitudine mascherata che lentamente si gira verso Via Zamboni, in direzione del centro, e inizia a comporre cordoni serrati.
Il gruppo degli amici di Francesco, sottocasco calato sugli occhi e spolverino bianco serrato, prende la testa del corteo. Centinaia di mani annaspano verso il cielo grigio stringendo bastoni, spranghe, bottiglie sigillate o anche solo il pugno chiuso. I gruppi dell’Autonomia mimano la P38 con le tre dita sollevate…non tutti si limiteranno a mimare.

GUAI / GUAI / GUAI A CHI CI TOCCA

E’ un coro sommesso che parte dalle prime file, poi si espande mano a mano ai cordoni che seguono. Il tono si alza, fino a diventare un urlo ripetitivo, ossessivo, come tamburi di guerra che chiamino a raccolta le tribù ribelli allo scontro finale; “è un bel giorno per morire” avrebbero gridato i guerrieri della Nazioni degli uomini Rossi prima di Woonded Knee.
Un corteo immenso si muove da Piazza Verdi e risale Via Zamboni, verso le Torri.
Come lo Jacquerie dei secoli passati, come le orde di barbari alle porte dell’impero, uomini e donne si muovono per un altro, forse più disperato, assalto al cielo. Stretti l’uno all’altro, come per necessità di essere una cosa sola, diecimila grida scolpiscono nell’anima della città l’epitaffio per il compagno ucciso:

Francesco / è vivo / e lotta insieme a noi /
Le nostre / idee / non moriranno mai

E ancora in sottofondo, come un’antica formula esoterica recitata per infondere il soffio della paura nel cuore del nemico, si trasmette da uno spezzone all’altro, attraversa i collettivi, i gruppi di amici, le bande di quartiere, le anime sole, lo slogan “Guai / Guai / Guai a chi ci tocca”.
Via Rizzoli accoglie il corteo in clima di coprifuoco; nessuno sbirro in vista ma aria pesissima. Negozi con le serrande abbassate, non molta gente in giro, zero traffico. Un silenzio irreale aleggia attorno alla massa enorme di corpi che avanza lentamente verso il Nettuno.
A “difendere” il Sacrario Partigiano statue mute e inespressive guardano, cariche di odio e di paura, sfilare gli eredi in lutto e in rivolta di quei combattenti seppelliti molto, troppo tempo prima, insieme ai loro ideali e al nostro futuro.
Urla, insulti, appelli a unirsi al corteo contro i nemici di sempre, quelli veri, si mischiano alle note di “Bella Ciao”.
Poi, le vetrine, le merci, le macchine, i simboli del benessere esibito vengono spazzati via. Da Via Ugo Bassi a Galleria Cavour il fracasso sistematico delle vetrine in frantumi copre le detonazioni dei candelotti che partono dai cordoni di polizia schierati in fondo a Via Ugo Bassi, all’incrocio con San Gervasio, sede provinciale della DC, il mandante. Gli scontri sono subito durissimi. I gruppi organizzati si muovono veloci verso gli obiettivi più o meno annunciati. La rumba è cominciata.
Nessuno ha idea di cosa succederà esattamente oggi a Bologna; o domani a Roma, e poi chissà dove.
I colpi di arma da fuoco echeggiano e si sovrappongono dove la testa del corteo ha ingaggiato battaglia. Fiammate improvvise si levano dalle bottiglie che esplodono e il fumo nero della benzina si mischia a quello denso, biancastro, dei lacrimogeni.
Carlotta corre lungo Via Montegrappa insieme ad alcune donne del Goliardo. C’è altra gente, universitari, coppie che si tengono per mano e corrono coprendosi il naso e la bocca per non respirare gas. Vedere qualcosa è difficile, gli occhi gonfi e pieni di lacrime aumentano il senso di panico; i limoni strofinati sui fazzoletti o premuti sulla bocca non sono sufficienti a lenire i sintomi dei lacrimogeni.
Il gruppo di ragazze corre compatto, deciso. Sanno cosa vogliono fare e dove vogliono andare. Al contrario dei tanti gruppetti allo sbando che incrociano, loro non stanno scappando. Passano sotto la volta che conduce alla confluenza tra via Parigi e via Galliera, uno dei punti individuati lungo il percorso del corteo per ritrovarsi dopo le eventuali, anzi probabili, anzi certissime cariche degli assassini in divisa.
Si ricompattano con le altre donne e col resto del gruppo con cui avevano deciso di formare uno spezzone di corteo. Minuti di sosta che sembrano anni per attendere che il numero maggiore possibile di compagne possa raggiungere il punto, la conta di ogni gruppo in continuo aggiornamento per sapere chi manca ancora all’appello.
– Sandra di Lettere è caduta e altre due che si erano fermate per aiutarla sono state prese…
Il solito bollettino angoscioso dei feriti e dei prigionieri inizia a correre di bocca in bocca, e questa volta chissà quanto lungo sarà l’elenco a fine giornata.
– Oh, sentite un po’. Si sta ricomponendo uno spezzone del corteo qui in Via Indipendenza per andare in stazione. Pare che il gruppo andato là per occupare i binari e leggere il comunicato agli altoparlanti sia imbottigliato perchè la polizia ha fatto irruzione e spara lacrimogeni anche dentro i treni in sosta. Ci si sta organizzando per andare a tirare fuori i compagni da là dentro. Siete d’accordo di unirci?
Brevissimo conciliabolo tra le circa cinquanta donne presenti. Le decisioni sono più semplici e rapide del solito perché non ci sono componenti da mettere a confronto, posizioni da mediare o altre menate. E’ un gruppo sufficientemente omogeneo che raccoglie tre realtà più o meno organizzate, antesignane dei collettivi femministi che nasceranno nel volgere di qualche mese, e alcune individualità non troppo in competizione tra loro.
La decisione è presa, quindi il gruppo si immette in via Indipendenza discendendola oltre l’incrocio con Via dei Mille, dove stazionano un migliaio di compagni: tutti gruppi e collettivi della cosiddetta “Autonomia diffusa “ organizzati e grintosi, assolutamente decisi ad andarsi a riprendere i compagni assediati nella stazione.
I compagni del Mucchio, leggermente più avanti, sono i primi a ingaggiare uno scontro a distanza con un reparto di carabinieri all’altezza di Piazza XX Settembre, dove nel frattempo è confluito lo spezzone di corteo giunto per dare manforte.
Dopo la consueta dispersione che segue i lanci di lacrimogeni, i gruppi si separano e parte la solita tattica di guerriglia fatta di azioni veloci, attacchi repentini e fughe, diversivi.
Si sentono molti colpi di pistola partire dalle aiuole che circondano il piazzale antistante l’entrata della stazione presidiata da mezzi e reparti in assetto di guerra. E’ la risposta alle raffiche rabbiose che gli sbirri ammanniscono senza parsimonia a qualunque cosa si muova.
Rocco si unisce al suo gruppo, nonostante l’evidente imbarazzo di chi è al corrente che ha una pistola in tasca ed è intenzionato ad usarla, e questo sembra proprio il momento più adatto per farlo; ma nessuno lo ferma o gli dice nulla.
Si guardano in faccia come sempre, in silenzio. Non c’è bisogno di parole, comunque stiano le cose in quel momento. La complicità è totale, l’affiatamento fa muovere tutti automaticamente. Nessuno fiata sull’arma della discordia.
Mentre i carabinieri si ricompongono dopo la sorpresa del primo contatto e riorganizzano il contrattacco, il grosso del corteo sbanda sotto la pioggia di lacrimogeni e le raffiche di non si sa cosa; cinque cordoni di servizio d’ordine si dispongono per rispondere e possibilmente respingere l’offensiva della benemerita.
Le fionde fanno sibilare le biglie d’acciaio che impattano con la forza di proiettili, bottiglie piene di benzina e scaglie di sapone alzano una cortina di fuoco che rischiara il campo di battaglia ormai oscurato dalla sera incipiente.
Rocco stringe in mano un sampietrino e impreca, come gli altri sudato, spaventato, furioso.
D’un tratto estrae dalla tasca interna la Beretta, piccola, tranquilla, apparentemente inanimata ma assassina, come quella che poche ore prima ha reciso la vita di Francesco. Scarrella per mettere il colpo in canna, toglie la sicura.
Per un attimo tutto si ferma. Giordano, Anselmo, Il Rosco, Leo, Tugu guardano Rocco e non fiatano. Sembrano ora disinteressarsi delle mosse dei caramba che organizzano confusamente alcuni cordoni per lanciare una carica. La vita del mondo intero si arresta, per un battito di ciglia, tra la piazza “delle corriere” e Indipendenza. Un lungo istante fermo su una scena in cui solo i comprimari si muovono al rallentatore: divise nere che iniziano ad avanzare tentando di compattarsi, mentre gruppi di dimostranti si disperdono scompostamente tra le viuzze laterali.
Rocco solleva l’arma lentamente, e i suoi compagni sembrano trattenere il fiato in attesa della prima detonazione.
Tra le nuvole di fumo che si sfilacciano lentamente mentre si sollevano verso l’alto, appaiono distintamente le sagome dei carabinieri, che rapidamente accorciano lo spazio che li separa dai manifestanti. Cento metri… cinquanta… quaranta. Adesso la distanza è buona per prendere la mira con calma, appoggiando il braccio al tettuccio di quella SIMCA, al coperto tra la macchina e la colonna.
Poi, con un movimento lento, privo di ansia e di paura, Rocco divarica le gambe per fare maggiore presa… ma un attimo dopo è un sampietrino che graffia l’aria greve e pregna di fumo, fino a farla sanguinare.
E’ solo un sasso, seguito dai cento, mille sassi, lanciati da Carlotta, da Jack, da Mellin, dalle diecimila mani che si sollevano e lanciano sassi per tentare di seppellire l’espressione di matrona sfatta della Bologna, rossa di vergogna, che ha voluto chiudere gli occhi davanti alla vita spezzata di Francesco.
Sono solo sassi che vincono la forza di gravità per gridare, ancora una volta, con la loro primitiva materialità, contro strumenti di morte mille volte più letali, l’antico, irrinunciabile bisogno di ribellione.

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