di Paola Papetti

Audett.jpgJames H. Audett, La storia di Blackie Audett, Odoya, Bologna, 2008, collana Real Fiction, introduzione di Tommaso de Lorenzis, postfazione e traduzione di Enrico Monti, pp. 227, € 13,00.

Finalmente un libro che parla dall’interno del lato selvaggio dell’essere umano. Finalmente un’autobiografia di un delinquente con la D maiuscola. Blackie Audett vive le proprie avventure intorno agli anni venti del secolo scorso in America. L’America del jazz e delle prime grandi banche, di Al Capone e Johnny Dillinger, ma anche l’America di Alcatraz e dell’evoluzione dei sistemi restrittivi. Certo c’è da chiedersi cosa sia vero e cosa no, ma questa narrazione è come un film d’azione parecchio riuscito e dal ritmo incalzante.

Blackie, pseudonimo di James H. Audett, combatte in Europa nella prima guerra mondiale, arruolato a forza dopo una sbornia; contrabbanda whisky, ma soprattutto rapina banche. Ventisette istituti in tutto. Sempre autonomo nelle proprie alleanze, Blackie non ama le star della mala come quell’ Al Capone che “ogni volta che schioccava le dita voleva dire che qualcuno doveva scattare”. Quello che stupisce di Audett è come tenga alla descrizione degli aspetti umani della propria vicenda: il salvataggio di due bambini in una sparatoria o il bottino di una rapina da nove “bigliettoni” devoluto a un orfanotrofio, ma anche la lealtà ai propri compagni e lo stigma dei grilletti troppo facili.
Le fughe dalle carceri e dall’abbondanza di foto segnaletiche sono la vera parte avventurosa del romanzo: come fosse un gioco, come se l’importanza fosse non tanto nelle conseguenze della latitanza, ma nella contingenza di averla fatta in barba all’agente di turno. Evasioni da commissariati, evasioni da carceri, evasioni da treni…fino alla Rocca, all’ Inferno. Alcatraz : panottico perfetto, carcere di moderna generazione la cui cella di isolamento, la Segreta “sembrava uscita direttamente dal Medioevo”. Carcere livella in cui sei solo un numero, anche se ti chiami Al Capone, fuori. E qui appassionano la vita di sopravvivenza, gli scherzi, i giochi, il contrabbando di alcool, la denuncia della brutalità dei metodi carcerari. Lo scorrere della storia nella percezione, contrabbandata tramite una radio autocostruita, dell’attacco di Pearl Harbour, all’interno del carcere modello, dal quale nemmeno il mago delle evasioni Blackie Audett tenta la fuga.
Impossibile non stare dalla parte di Blackie. Facile paragonare la sua storia, mutatis mutandis, a Invisibili di Nanni Balestrini nella descrizione dell’irriducibilità dell’energia umana degli illegalismi, nella presa di posizione per chi rapina le banche e non per chi le fonda.

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