di Luca Barbieri

GliInvisibili.jpgQui le precedenti puntate.

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Passa anche settembre. Il processo vero e proprio è atteso per l’inizio del 1982. A fine ottobre Repubblica intervista Palombarini. Un articolo lungo un’intera pagina e pubblicato il 30 ottobre con un titolo abbastanza neutro: “Quello che penso di Autonomia e ciò che penso di Calogero di Toni Negri e del 7 aprile”. L’intervistatore Enrico Filippini fa notare a Palombarini come parte dell’opinione pubblica e parte della stampa consideri ancora Negri e parte degli altri arrestati come il cervello delle BR. «La sua impressione mi pare fondata — risponde Palombarini — ma la cosa non può sorprendere. Non si deve dimenticare con quanta sicurezza, per tutto il 1979, alcune persone furono indicate come coloro che organizzavano e dirigevano le BR, e con quale perentorietà e ricchezza di particolari larga parte degli organi d’informazione, stampati e parlati, affermava la fondatezza di quell’ipotesi accusatoria. La cosa ebbe i suoi effetti più che comprensibili: il più grave delitto politico del dopoguerra in Europa, il sequestro e l’assassinio dell’onorevole Moro, non avevano più misteri. Per la gente era la fine di un incubo…». E’ forse la prima volta che i quotidiani danno uno spazio così ampio alle opinioni che da due anni oramai sono in quotidiano contrasto con quelle del pubblico ministero Calogero.

A dicembre da segnalare una polemica ospitata dalle colonne dell’Unità. Il 22 Ibio Paolucci che sta seguendo dall’inizio l’inchiesta, sotto l’occhiello “Un processo che ora è tempo di cominciare a fare”, pubblica un articolo intitolato “Alcune cose sul sette aprile”. Lo spunto Paolucci lo prende da un intervento di Scalzone che, latitante, in occasione dell’anniversario del 21 dicembre, ha pubblicato un intervento su Metropoli, la rivista al centro di un’indagine giudiziaria perché a suo tempo sospettata di essere portavoce semiufficiale delle BR, chiedendo libertà «per centinaia di proletari colpevoli di qualche rapina in banca». Ma assieme a Scalzone, Paolucci sente di dover replicare anche a Massimo Cacciari e Stefano Rodotà che sulla rivista Politica ed Economia, vicina al PCI, hanno pubblicato due interventi che puntano l’attenzione soprattutto sul caso di Alberto Magnaghi che sarebbe accusato dalla sola testimonianza di Fioroni riferita tra l’altro al 1971. «Ma allora — ragiona Paolucci — dovremmo anche scordarci dei retroscena della strage di Piazza Fontana soltanto perché quelle bombe sono esplose dodici anni fa? Una pietra sopra anche alle complicità dei generali del SID e dello stato maggiore della difesa e degli uomini del governo di allora?». La risposta di Cacciari e Rodotà, pubblicata il 30 dicembre 1981, è molto dura. E’ forse la prima volta che l’Unità ospita (o è costretta ad ospitare) interventi così in contrasto con il “teorema Calogero” considerato da entrambi «un’ipotesi totalizzante». Il lungo intervento, ricco di riferimenti concreti agli atti, spazia dalla situazione di Magnaghi a quella di alcuni imputati padovani (Bianchini, Serafini, Del Re). «E non dovremmo, allora sì — conclude l’intervento — “vergognarci” che accuse così formulate servano per allungare all’infinito i termini della carcerazione preventiva, per tenere gente in galera oltre ogni ragionevole limite, insomma, per far scontare preventivamente la pena?». A margine ovviamente Paolucci si riserva la possibilità di poter dire l’ultima parola. Il discorso di Cacciari e Rodotà per Paolucci è inaccettabile. «Un conto, infatti, è sollevare perplessità, del tutto legittime, su quella imputazione; altro è quello di abbassare il tono del discorso dalla critica all’insulto […] si tratta pur sempre di un’imputazione che merita rispetto». Ecco fatto: Cacciari e Rodotà insultano (ma dove e come?) per cui non ci parlo più.

A cavallo tra il 1981 e il 1982, proprio com’era successo un anno prima con il sequestro D’Urso, la cronaca torna ad intrecciare 7 aprile e BR. La contiguità fisica dei carcerati si è oramai trasformata in un intreccio inestricabile. Dove c’è BR c’è Autonomia e quindi 7 aprile. Il 17 dicembre 1981 viene rapito a Verona il generale americano James Lee Dozier. Il sequestro si conclude a Padova il 28 gennaio 1982 quando un reparto dei NOCS, grazie alla soffiata di un pentito, irrompe nel covo di via Pindemonte e libera il generale. L’equazione è rapida e chiara: Padova=Autonomia. Il sospetto emerge. Per alcuni (l’Unità ad esempio) è una conferma, per altri una coincidenza tutta da provare. Fatto sta che le confessioni di Antonio Savasta, uno dei brigatisti del commando, portano in carcere anche tanti militanti o ex militanti dell’area dell’Autonomia. Il sospetto circola già a inizio gennaio quando in seguito all’arresto di quattro autonomi vengono sequestrati «documenti di contenuto sicuramente illegale, ma senza (così almeno sembra) riferimenti a precise azioni terroristiche». A scriverlo è il Gazzettino il 2 gennaio del 1982 che titola “Autonomia ha un attivo braccio armato che opera collegato con le Brigate Rosse”. «Secondo i carabinieri, proprio alcuni di questi autonomi di secondo piano (non completamente bruciati dall’inchiesta di Calogero) una vola rimessi in libertà hanno riparato le falle del movimento. E proprio loro hanno allacciato rapporti con le brigate rosse». La conferma ai sospetti di inizio anno vengono con le confessioni di Antonio Savasta. L’arresto più importante conseguente alle sue rivelazioni è quello di Fausto Schiavetto, ricercatore dell’Istituto di storia di Scienze politiche. Il suo arresto viene interpretato come un’ulteriore prova del collegamento 7 aprile- BR. Addirittura si mormora di una nuova inchiesta. Se ne parla sull’Unità dell’11 febbraio. “Dalle indagini sul rapimento Dozier nasce una nuova inchiesta a Padova”, occhiello all’articolo “Autonomia, capitolo riaperto”. Nel sommario: “Le confessioni di molti pentiti hanno riportato alla ribalta personaggi già coinvolti nel 7 aprile. Quali erano i rapporti con le BR?”. «Una voce diffusa a Padova spiega che i giudici avrebbero iniziato a scandagliare di nuovo gli stretti rapporti esistenti tra BR ed Autonomia organizzata». Il collegamento tra BR e 7 aprile è istituito proprio dall’arresto di Schiavetto. Questo il suo ritratto e il ruolo che aveva avuto nell’inchiesta 7 aprile come raccontato da Michele Sartori:

Fausto Schiavetto, 37 anni, era stato a lungo militante del Partito comunista: segretario provinciale della FGCI alla fine degli anni settanta, poi consigliere comunale. A Scienze politiche si era laureato, ed era poi rimasto come docente, abbandonando progressivamente il partito e avvicinandosi al gruppo di Negri, nel quale si era ormai stabilmente inserito quando scoppiò l’inchiesta 7 aprile. In quell’indagine il suo nome ricorre più volte: la moglie separata testimonia di incontri organizzativi dei vertici autonomi in casa propria, e cita rapporti di Schiavetto anche con Daniele Pifano. Il giudice istruttore (Palombarini, nota mia) l’aveva invece sentito solo come testimone a difesa di altri docenti di scienze politiche arrestati. […] Uno dei carcerieri di Dozier avrebbe riferito che sì, per quanto ne sa lui, tutto quel materiale veniva fornito alle BR dai responsabile del settore “controinformazione” dell’Autonomia padovana. Nomi, nessuno. […] Se le parole hanno un senso, ciò vuol dire che c’è una vasta struttura che è e resta autonoma. Però viene colpita passando attraverso le Brigate Rosse. Le quali per conoscerla con tanta precisione devono pure avere mantenuto con essa rapporti intensi e non occasionali.

Un discorso che fila liscio. Gli imputati del 7 aprile sono collegati al sequestro Dozier. L’arresto di Schiavetto (che, per la cronaca, al processo verrà assolto) nel 1982 per l’Unità ne è la prova. E quindi il teorema Calogero trova un’altra conferma.

Il 4 febbraio, senza tanto clamore, Carlo Fioroni lascia il carcere di Matera dove era rinchiuso per l’omicidio di Carlo Saronio. Perché parlarne? Perché i quotidiani, soprattutto l’Unità e il Corriere, avevano sempre difeso la credibilità della sua confessione, che è all’origine del blitz del 21 dicembre 1979, con l’argomentazione che essa non poteva essere “interessata” perché allora non erano ancora previsti sconti di pena per i “pentiti”. La legge Cossiga infatti venne dopo le confessioni rilasciate nel dicembre del ’79. A Fioroni venne comunque applicato, in secondo grado, un sostanzioso sconto di pena. I 27 anni si ridussero a 10 e infine a 7 per il condono degli ultimi 3 anni. E’ interessante vedere come i giornali raccontino questa scarcerazione. Innanzitutto il Corsera che il 5 febbraio dedica alla notizia un articolo nel taglio basso di pagina cinque. Il titolo colpisce perché non fa alcun riferimento al caso 7 aprile né al sequestro Saronio: “Libero da ieri Fioroni (caso Feltrinelli) il primo pentito del terrorismo italiano”. E nell’occhiello “dopo sette anni di penitenziario sorvegliato a vista dagli agenti”. Il ruolo di Fioroni nel caso Feltrinelli è forse la cosa più marginale che ci fosse da dire sul suo conto. Repubblica dedica a Fioroni l’apertura di pagina 7, “Fioroni torna in libertà, è stato il primo dei pentiti”, e una piccola intervista, “Non me l’aspettavo”, in cui il “professorino” conferma le motivazioni etiche e politiche alla base del suo pentimento. Fabrizio Ravelli il rilascio di Fioroni lo legge così: «Fioroni torna libero con un provvedimento che ha il peso di un segnale lanciato per la generazione dei pentiti. Difficilmente si risentirà parlare di lui. Lascia le quattro celle adattate ad appartamento nel braccio speciale di Matera e comincia un’esistenza da “braccato”. Nessuno ne parla, ma è più che probabile che gli verranno forniti i mezzi per sfuggire alla caccia spietata che da oggi in poi il partito armato gli darà». L’Unità pubblica la notizia in seconda pagina in una sezione interamente dedicata agli sviluppi del sequestro Dozier impaginata sotto l’occhiello “Altri colpi alla trama terroristica, nuovi arresti, dopo l’operazione Dozier e la scoperta di altri covi”. L’articolo, “Torna libero Carlo Fioroni, il primo che ha collaborato con la giustizia”, ricostruisce le più importanti rivelazioni del pentito per il processo 7 aprile.

Il 7 giugno del 1982 a Roma dovrebbe avere inizio la fase dibattimentale del processo 7 aprile. Il processo si dovrebbe svolgere davanti alla prima corte d’assise in contemporanea con il processo ai brigatisti responsabili dell’assassinio di Aldo Moro. I due procedimenti si dovrebbero tenere a giorni alterni davanti alla stessa corte. Gli imputati del gruppo 7 aprile protestano lamentando il pericolo di confusione che tale sovrapposizione potrebbe ingenerare nell’opinione pubblica e la corte si orienta infatti per un rinvio a novembre del processo. I giorni a ridosso dell’inizio del dibattimento offrono comunque ai quotidiani l’occasione per dedicare ampi servizi che dispiegano, quasi per intero, le accuse agli imputati. Il Gazzettino a questa ricostruzione dedica addirittura uno speciale pubblicato in due puntate il 4 e il 5 giugno 1982. Due pagine che si segnalano perché danno spazio esclusivamente alle tesi esposte nell’ordinanza di rinvio a giudizio dal giudice Francesco Amato. La prima puntata, quella del 4 giugno, presenta una carrellata “generale” dell’accusa a nove colonne, a firma di Enzo Iacopino, sotto il titolo: “Toni Negri era a capo di una banda armata che seminava odio e puntava alla guerra civile”. Al centro del taglio alto una scheda, con l’elenco dei reati, “Tutti i reati, delitto per delitto”, e in fondo la scheda di nove imputati. Nove foto segnaletiche (Negri, Bignami, Monferdin, Vesce, Ferrari Bravo, Gavazzeni, Maesano, Strano, Scalzone) e un colonnino che presenta per ciascuno le principali accuse. Tutti sotto il titolo: “I volti più noti di un complotto che voleva distruggere la Repubblica”. All’interno del taglio basso dedicato agli imputati una scheda sui giudici della corte, “Santiapichi, una garanzia per Stato e imputati”.
La puntata successiva dello speciale del Gazzettino, pubblicata il 5 giugno, incentra invece l’attenzione, con articoli che fungono da “schede di approfondimento”, sui singoli delitti di cui sono accusati gli imputati. Il titolo di testa, a nove colonne, riferito all’articolo sulla rapina di Argelato: “Uccidevano dicendo: «Siamo autonomi»”. L’occhiello è: “Le imprese della banda di Toni Negri: l’assassinio ad Argelato del brigadiere Andrea Lombardini”. Nel taglio alto anche il commento di Enzo Iacopino: “Minacciano la libertà” (da notare l’uso del presente per persone che sono da tre anni detenute in carcere). «Seminavano bacilli di morte. Lo hanno fatto per anni con una escalation che, per quanto li riguarda, si è conclusa con l’omicidio di Carlo Saronio. […] E’ anche a gente come questa che ognuno di noi deve la riduzione degli spazi personali di libertà determinata da una legislazione dell’emergenza resa necessaria dalla pratica dell’odio, sogno e meta di Toni Negri e della sua banda. Sì, oltre ai tanti lutti, a costoro dobbiamo anche questo». Nel taglio medio-basso della pagina vengono ricostruiti altri tre episodi imputati a Negri: l’attentato alla Face-Standard (“Miliardi di danni per il terrore rosso”), l’omicidio Saronio (“Quando il compagno ammazzò il compagno”), e una lista di sequestri, tra i quali uno per Eugenio Cefis, e attentati che, stando all’accusa, Potere operaio avrebbe progettato (“Montedison, giornalisti e docenti nel mirino degli «operai» di Negri”). Due colonnini vengono anche dedicati a “Fioroni: il primo tra i grandi pentiti” e “Piperno e Pace, due assenza inquietanti”.
Il Corriere della Sera esce sull’argomento il 6 giugno indicando già nel sommario che è “previsto il rinvio in autunno dopo una o due udienze”. Il servizio si compone di un articolo, con titolo a sei colonne, di Paolo Graldi, “In assise Negri e altri 71 del 7 aprile”, e di un commento di Giancarlo Pertegato (cronista che con Antonio Ferrari raccontò gli albori dell’inchiesta) che si chiede: “La truppa del terrorismo aveva uno stato maggiore?”. Pertegato constata gli effetti positivi dell’inchiesta (la scomparsa del fenomeno eversivo da Padova) e si chiede se si riuscirà a dimostrare che Autonomia operaia era veramente un’organizzazione con un cervello direttivo.
L’Unità, che nei giorni precedenti ha ignorato l’avvicinarsi della scadenza, pubblica l’8 giugno un breve articolo di Sergio Criscuoli, “Iniziato e subito rinviato il processo del 7 aprile”. “Aula piena di avvocati, gabbie degli imputati deserti”, è l’occhiello.

Poi, come preannunciato, il rinvio al 9 Novembre. Ma la storia che stiamo raccontando è una sorta di “storia infinita” (non delimitata nel tempo e forse neanche nello spazio). A novembre la Corte, oberata dal lavoro del processo Moro, opta per un ulteriore rinvio tecnico alla primavera del 1983. L’occasione è comunque da segnalare: per la prima volta il professor Antonio Negri compare dietro le sbarre in un’aula bunker. Il secondo rinvio suscita delusione. Il Gazzettino, che sul teorema Calogero dimostra di puntare molto (anche perché il processo Moro avrebbe dimostrato una certa «continuità storica e contiguità ideologica» tra Autonomia e BR) aveva inviato sul posto Giampiero Rizzon. Lietta Tornabuoni, che segue questa fugace apparizione per la Stampa di Torino, registra al contrario un’aria surreale che verrà poi ripresa anche da altri testimoni alla ripresa del processo. Il fatto è che questo che si annunciava in principio come il “processo del secolo”, di epocale non ha proprio nulla. Dietro le sbarre, gli imputati, più che il cervello strategico del terrorismo italiano, sembrano solo persone fuori posto. La Tornabuoni registra questa sorta di disincanto in un pezzo, “Gli anni perduti del 7 aprile”, pubblicato il 10 novembre 1982. «All’annuncio nessuno grida, nessuno protesta dietro le sbarre, tra quelle facce da dibattito, da università, da libreria o da seminario, tra quelle barbe già un po’ grigie, quei velluti a coste, quelle calvizie precoci». Le opinioni riportate dalla Tornabuoni sono tutte nel senso di una “smobilitazione”, di un drastico ridimensionamento del processo. Come quella di Marco Boato: «Un’idea simile è crollata, di Negri e gli altri come ideologhi o cervelli delle BR non si parla più da un pezzo […] Per le istituzioni è ovviamente molto imbarazzante dover portare alla luce il ridimensionamento di questa storia…». La Tornabuoni conclude così: «Se i processi politici storici vedevano nell’opinione pubblica l’antagonismo tra conservatori e progressisti, questa vicenda ha lacerato la sinistra italiana dividendo il PCI da tutti gli altri gruppi o partiti. Divenuti oggi meno apodittici, anche i comunisti si rammaricano del rinvio: quasi quattro anni di carcere preventivo sono un’indecenza, ha ammonito Amnesty International, e il “caso 7 aprile” deve ridiventare semplicemente il “processo 7 aprile”».
“Il processo in lista d’attesa. Nuova udienza rinvio del 7 aprile a Roma”, titola l’Unità del 10 novembre. Da segnalare che da tempo il quotidiano del PCI lamenta il ritardo del processo. La motivazione sta nel fatto che le corti d’assise a Roma sono soltanto tre e tutte occupate in importanti processi. Il PCI, fa da tempo presente l’Unità, ha firmato una proposta di legge per l’istituzione di un quarto collegio. Sergio Criscuoli registra anche nuove polemiche tra imputati e PCI:

Se il processo non inizia chiediamo la libertà provvisoria per tutti gli imputati detenuti”, su questa parola d’ordine hanno costruito tutti i loro discorsi, nei quali la giusta protesta per l’incredibile catena di rinvii viene accompagnata alle ormai trite tesi difensive secondo cui l’istruttoria 7 aprile sarebbe una montatura, cioè un tentativo di processare le idee, portato avanti, naturalmente dal PCI. I soliti attacchi al partito comunista sono stati riproposti in modo esplicito e personalizzato. Gli imputati se la sono presa con la “Sezione problemi dello Stato” del PCI, richiamando alla memoria del cronista i tempi in cui bande di autonomi armati, tra una sparatoria e un esproprio proletari andavano scrivendo sui muri il nome del compagno Pecchioli con la kappa.”

La decisione suscita comunque anche grandi polemiche, da una parte e dall’altra. Si indigna Giorgio Bocca su Repubblica dell’11 novembre, in un commento laconicamente intitolato “Il processo del 7 aprile”. «Il rinvio del processo 7 aprile è l’ultimo di una serie vergognosa, anche se potrà tornare utile agli imputati e alla giustizia. Vergognosa per la ragione che uno Stato civile non tiene in galera i suoi cittadini per tre anni e passa senza processarli; che non li tiene mentre libera i sicuramente colpevoli come quel Fioroni, oggi svanito nel nulla, che ha sequestrato e ucciso il suo miglior amico». Bocca sostiene che, rispetto a quella dei brigatisti, quella del “7 aprile” è «un’altra storia, un’altra umanità». «Il disegno eversivo unico o il cervello del terrorismo sono stati nel migliore dei casi una forzatura interpretativa, una voglia, non certo commendevole, dei partiti di piegare la giustizia ai loro interessi». Ad indignarsi per l’ulteriore rinvio del processo è ancora l’Unità. In contemporanea con quello di Bocca esce un articolo a firma di Ibio Paolucci intitolato “Ritardi scandalosi per il processo 7 aprile”, e nell’occhiello “Mentre continua una assurda polemica con il PCI”. «Intollerabili e scandalosi: non troviamo altri aggettivi per definire i tempi della non celebrazione del processo cosiddetto del 7 aprile», scrive Paolucci. Ma perché è scandaloso questo ritardo?

Si è pervenuti ad una situazione francamente umiliante per uno stato di diritto. Con quel processo “in lista di attesa” , gli imputati possono affermare che non si vuole questo processo, che lo si vuole “insabbiare” e “nascondere” per poi soggiungere che si tratta di un processo “senza quasi reati specifici” (e sono invece decine e decine, compresi omicidi), frutto (a dirlo è il prof. Antonio Negri) “di macchinazioni organizzate dai servizi segreti, dalla magistratura reazionaria, dalla stampa forcaiola e dalle forze politiche del compromesso storico. Questa situazione di stallo inoltre, consente al portavoce degli imputati di scagliare accuse contro un legale della parte civile, Fausto Tarsitano che fa solo il suo dovere di avvocato (di cui qui a lato pubblichiamo una lettera di replica) e contro il nostro partito, che di quella “macchinazione” sarebbe il grande regista».

Quella di Tarsitano, avvocato sì di parte civile, ma quel che forse più conta, esponente del PCI, è una figura che sarà oggetto di polemiche da parte della difesa per tutta la durata del processo.

Il 1981 e il 1982 rappresentano una sorta di limbo. Una sospensione prodotta dai continui rinvii del processo e dalla carcerazione preventiva. L’attenzione dei quotidiani, in assenza di novità di rilievo, non può che essere alterna. Sono due anni stretti fra due grandi cronache: quella della fase inquirente (’79 e ’80) e quella del processo (’83-’84). Finestre si aprono a sprazzi in corrispondenza della consegna dei documenti processuali. Ma la cronaca appare sclerotizzata, estremamente passiva. Calogero insinua il dubbio che Negri e il 7 aprile possano essere ricollegati al sequestro Moro? Così sia. Dimenticandosi di Peci e di tutto il resto. I dati esaltati sono solo quelli che confermano il quadro iniziale. Le requisitorie forniscono già le parole giuste da inserire. Sono pezzi tutto sommato facili. Non perché non ci sia da leggere e da faticare. Ma perché si sa già cosa cercare tra quelle migliaia di pagine.

8. 1983 — 1984: il processo

Il 1983 è l’anno in cui inizia, finalmente, il processo 7 aprile. Ma c’è ancora tempo per un mini rinvio. L’udienza è fissata per il 24 febbraio ma la data verrà rinviata al 7 marzo per l’inizio a Milano di un analogo processo all’Autonomia che vede coinvolti, se non gli imputati (cui non è stato concesso il trasferimento) almeno i difensori. L’attenzione, nonostante si sappia già del previsto rinvio a metà marzo, è alta. I titoli dei grandi quotidiani sono comunque abbastanza neutri, portati a registrare più la complessità della vicenda che un clamore che oramai non c’è più. Il Corriere della Sera ne parla il 24 febbraio, con la penna di Antonio Ferrari, a pagina 7. Un articolo a sette colonne affiancato da una grande foto di Toni Negri. “Come è nata l’Autonomia Operaia a Padova”, è il titolo. L’occhiello: “Il processo sette aprile dopo quasi quattro anni dai primi arresti dei leader dell’estrema sinistra”. Da registrare che quasi un terzo del lungo sommario (al contrario dell’articolo che condensa il tema in poche righe) ricorda che “Il giudice istruttore padovano Giovanni Palombarini, invece, ritenne gli indizi insufficienti a dimostrare l’esistenza della banda armata individuata dal pubblico ministero”. Come accaduto già nel novembre precedente Ferrari registra un certo straniamento: «Il tempo pare avere ridotto la grande questione, aperta il 7 aprile del ’79, ad un mero esercizio dialettico: come se la polemica sul garantismo sia l’unica anima del processo, come se il dibattito debba restare a mezz’aria, e non scendere agli episodi concreti: alle notti dei fuochi, agli attentati, alle rapine, ai tentati sequestri, alle armi nascoste in cantina, al furto di carte di identità. C’è uno stacco troppo netto tra la polemica e la realtà».
Ma il grande circo dell’informazione è mobilitato. Si può parlare di una specie di flop. Si dispiegano apparati ed inviati, ma poi la platea per il pubblico (con il ridicolo particolare che le prime tre file vengono lasciate sgombre per ragioni di sicurezza) si rivela vuota. Forse alla gente non interessa più l’argomento e i giornali si adegueranno. Paolo Guzzanti, inviato per Repubblica, registra tutto questo il 25 febbraio dell’83. L’articolo, quasi si parlasse di Pacciani, è intitolato: “E finalmente arrivò il giorno di Toni Negri e dei suoi amici”. L’occhiello: “Calmo, elegante, le tempie grigie, un sorriso imbarazzato” è riferito a Negri. Un ritratto di costume che parte dagli abiti e arriva alle considerazioni sulla proletarietà o borghesità degli imputati. Tutti ben vestiti, e uno, Negri appunto, pure candidato alle prossime elezioni politiche. «Agli ultimi “click” dei fotografi seguono gli “zip” delle lampo. Grosse sacche e macchinari in spalla, i predatori di immagini si avviano verso l’uscita. […] Ma il pathos, il dramma, non si è visto».
Il 26 febbraio, quando c’è da registrare il nuovo rinvio (“Rinviato al 7 marzo il processo contro Negri” sul Corriere a sei colonne) anche il giornale di via Solferino si butta sull’atmosfera. «Quelle gabbie dipinte e impenetrabili, quelle grate che rendono gli interni nebbiosi, e dove i volti sembrano imbiancati e le voci naturali trattenute dal metallo restano un’immagine insopportabile, anche perché sono l’immagine di una giustizia che si presenta all’appuntamento con degli imputati a quattro anni dal loro arresto» scrive Graldi nel pezzo di cronaca. A Ferrari il compito di registrare ancora la delusione (l’articolo si intitola “Pochi spettatori, qualche battibecco”): «E’ un processo dimezzato, questo del 7 aprile, contro i capi dell’Autonomia operaia organizzata, in odore di terrorismo. Dimezzato perché non è più come prima. Alla passione e alle polemiche si è sovrapposto il silenzio, oppure una generale latitanza. […] E’ assente l’attenzione dell’opinione pubblica, che sembra stanca di queste vicende politico-giudiziarie, lunghe e farraginose».

Il 7 marzo, finalmente, il via al processo vero e proprio. Si replica e si sconta uno scarto abissale tra la serietà delle accuse e l’atmosfera dell’aula. Il bunker del Foro Italico è presidiato anche da un mezzo anfibio e da elicotteri che volteggiano nel cielo. I metal detector all’entrata captano qualsiasi oggetto metallico. I giornalisti, la Rossanda, la Tornabuoni, Graldi, registrano le prime schermaglie processuali. A leggere l’articolo del Corriere, “Lo stato parte civile nel processo a Roma contro Negri e altri 70 autonomi imputati”, sepolto in fondo a pagina sette, il processo del secolo è di una noia mortale. L’unico quotidiano che riesce a rendere vivace una giornata cui vuole comunque dedicare ampia attenzione è il Manifesto, che incentra il proprio sguardo sull’inattesa costituzione come parte civile dello Stato Italiano. Il fatto lo racconta un giovanissimo Gianni Riotta (“Lo stato chiede anche i danni agli imputati dell’insurrezione”). «Il grande processo per la grande insurrezione armata contro i poteri dello stato diventa piccolo piccolo, roba da elenco minuto, da minuzioso rendiconto contabile. Perché lo stato si sente di costituirsi parte civile? Perché ne ha un “diritto oggettivo” e dunque vuol rincorrere gli imputati per gli assegni “da cento milioni” che ha versato alle vittime del terrorismo». Si costituiscono quindi parte civile contro gli imputati del 7 aprile «la presidenza del consiglio, il ministero del tesoro, quello degli interni e quello di grazia e giustizia». Oltre a Riotta, come detto, il Manifesto schiera la Rossanda, stupefatta dalla lettura dei capi d’imputazione:

C’è tutto. No, manca lo stupro, deve essere una distrazione. L’aula dovrebbe ascoltare folgorata e invece ascolta svagata, incredula, traversata da un disagio. […] Strano che, dopo che siamo informati che quel pugno di intellettuali sono accusati di nientemeno che di insurrezione armata e guerra civile, non uno di loro o un difensore o un carabiniere, possa dire: “Scusi, signor presidente, di quale guerra civile si parla? Quale insurrezione? Dove? Quando?”. […] Sempre meno, in questo sole primaverile, penso che qui si voglia fare la festa all’Autonomia. Questa cerca di farla Spataro a Milano, Calogero a Padova. Qui, al Foro Italico, è di scena il teorema dell’unico cervello eversivo che tutto ha diretto in Italia.

Anche Silvana Mazzocchi, che segue ora il processo per Repubblica, parla della costituzione come parte civile dello Stato. “Lo Stato parte civile nel processo 7 aprile. «Ha subito un danno istituzionale»” titola a pagina 14. La Mazzocchi parla di battaglia puramente simbolica: «Nel caso 7 aprile, più che in altri, la battaglia procedurale che caratterizza ogni esordio di processo, è apparsa sin dalle prime battute soprattutto simbolica. […] Colpisce che, nell’aula dove si celebra uno dei più grossi processi di questa stagione giudiziaria, definito da tutti un processo almeno a sfondo politico, si parli in questa fase più di danni materiali, di risarcimenti e di denaro che non di pericoli d’insurrezione, di bande armate o di terrorismo, che pure sono concetti ispiratori della lunga ordinanza di rinvio a giudizio».

Bisogna dire che i quotidiani inizialmente seguono il processo con grande puntigliosità. Il 7 aprile torna insomma a essere presenza costante sui quotidiani. Ma si tratta quasi di una cronaca quasi distratta. Ancor meno significante laddove essa è quotidiana. Uno sterile riportare di scambi di battute senza nessun commento, senza nessuno spunto originale, una verifica, una voce terza. Dei tanti resoconti giornalistici scritti ne viene proposta una carrellata incentrata sugli imputati e sui fatti di maggior rilievo.

Il processo è, bisogna riconoscerlo, noioso. Gli unici spunti utili per la cronaca vengono dalle audizioni degli imputati di maggior spicco. Il Corriere della Sera li segue attraverso Marco Nese. E bisogna dire che questa, dopo quattro anni, è la prima occasione in cui Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo e altri hanno l’occasione di parlare, di far sentire in pubblico la propria voce, avere un volto sul quotidiano e uscire quindi dal lungo cono d’ombra costituito dall’ingombrante Toni Negri. Il primo grande imputato a rispondere alle domande dei giudici è Luciano Ferrari Bravo. “Ferrari Bravo ai giudici: «Perché secondo me fu un errore criminalizzare Autonomia»” titola il Corriere il 4 maggio. Ferrari Bravo (ovviamente definito in base al suo rapporto con Negri, quindi nell’occhiello “L’assistente di Negri…”) espone nell’interrogatorio quella che è la sua interpretazione del terrorismo italiano e degli effetti che il 7 aprile avrebbe avuto su di esso. E’ una spiegazione che riemergerà più volte (soprattutto sul Gazzettino di cui Ferrari Bravo negli anni Novanta diventerà uno degli intervistati preferiti) e che si segnala per chiarezza e semplicità:

L’uccisione di Tobagi — sostiene Ferrari Bravo — è avvenuta quando noi dell’Autonomia eravamo in carcere e non potevamo più svolgere quel ruolo di controllo e di freno su una larga fascia di giovani […] In realtà i primi morti per terrorismo sono venuti nel 1980, dopo l’eliminazione della nostra mediazione politica: se esaminiamo come sono andate le cose nel Veneto, troviamo che la colonna delle Brigate Rosse ha preso piede dopo il nostro arresto. Il PCI ha condotto una battaglia politica contro di noi e lo Stato non ha saputo capire cosa stava avvenendo […] Il punto di partenza per comprendere gli episodi di terrorismo è il 1977 quando si sviluppò un vasto e articolato Movimento giovanile. Le Brigate rosse studiarono bene il fenomeno e quando rapirono Aldo Moro a mio avviso non avevano come obbiettivo l’abbattimento dello Stato imperialistico e colpire il compromesso storico. Il loro scopo era quello di alzare il livello dello scontro per trascinare dietro tutti quelli del Movimento. Le BR volevano imporre il loro comando su tutti i gruppi.

L’11 maggio 1983 è l’ora di Emilio Vesce (“Al processo 7 aprile Vesce afferma: «Sono un sovversivo ma non ho mai fatto scorrere una goccia di sangue», sempre sul Corriere). «Come se tenesse una lezione, il professor Vesce rispolvera Marcuse, il suo pensiero “illuminato”, rievoca il maggio francese e il grande sogno di allora, quello di “collegare le lotte degli studenti a quelle degli operai”». Bisogna dire che il compito di riassumere in articoli di 50-60 righe al massimo interrogatori così lunghi (possono essere letti per intero in due libri indicati in bibliografia) è impresa veramente improba. Il cronista non riesce in effetti a travasare nel pezzo il senso dell’assurdo che si coglie nei verbali. Le prove e gli indizi per questi due imputati sono fatti e appunti così insignificanti che è impossibile spiegarli in poche righe. Così il cronista è certo costretto dove può ad accennarvi e altrove a fare un collage delle citazioni migliori e di quelle politicamente più significative. Nulla più e sinceramente sarebbe ingeneroso pretendere di più. Ma l’effetto che si ha è di trovarsi di fronte a persone, gli imputati, “fuori dal mondo”, ad accusati di insurrezione armata che si mettono a discettare di Marcuse, del ’68, del PSIUP e delle fasi di vita del movimento non cogliendo appieno la gravità delle accuse che sono loro rivolte.

A fine maggio i riflettori si riaccendono, tocca al professor Negri, e il 7 aprile torna in prima pagina. Il primo interrogatorio si svolge il 25 maggio. “Negri racconta la sua verità su Autonomia” titola il Corriere in prima pagina il giorno seguente. “Tema principale dell’udienza la saldatura tra gruppi extraparlamentari e BR – «Fino al ’74 ho avuto tre o quattro incontri con Curcio. I discorsi erano di strategia politica» – «Non ho nulla da spartire con i truci rappresentanti del terrorismo»”, è il sommario. L’articolo dedica all’imputato un ritratto e poi via con il collage di citazioni e degli scambi di battute con il presidente della Corte. «Negri — conclude Marco Nese — ha fatto un monologo di un quarto d’ora che qualcuno ha definito “una lezione del professore sul ’68. Altri, più maliziosi, hanno parlato di “primo comizio” (Negri è candidato alle prossime elezioni nelle liste radicali)».
Molto più interessante e vivace la seconda giornata di interrogatorio. Le domande dei giudici portano Negri a ricostruire i contatti con Giangiacomo Feltrinelli e con Renato Curcio. “Negri: i miei colloqui con Feltrinelli e Curcio”, titola il Corriere a pagina due. Nel sommario un sunto dell’interrogatorio: “Il docente, rievocando i rapporti con l’editore, ha parlato del suo impegno per la cultura di sinistra — «Eppure non è morto di cultura», ha ribattuto il presidente Santiapichi – «Proponeva di passare direttamente alla lotta armata, una visione dalla quale ero lontanissimo – ha continuato l’imputato — solo un matto può andare a mettere una bomba a un traliccio» – Quando nel ’73 i brigatisti dissero che era necessario l’attacco allo Stato «le nostre strade si separarono»”. Nese registra un nervosismo maggiore da parte di Negri, le sue risatine che intercalano le frasi più significative, le interiezioni come «Oh, Gesù, Dio» e i battibecchi con i giudici («Ma se fossi un brigatista glielo direi» esclama Negri).
L’interrogatorio prosegue. Sui quotidiani del primo giugno è tempo di inseguire la pista internazionale e verificare le affermazioni di Fioroni. “Al processo il docente padovano respinge le accuse di rapporti con i guerriglieri palestinesi” è l’occhiello all’articolo “Negri: era Fioroni a favore della lotta armata non io” pubblicato sul Corriere. Tra i temi caldi: una lettera del ’71 che farebbe intuire un rapporto tra Potere operaio e i guerriglieri palestinesi per la frequentazione di un corso di «g.» che gli inquirenti interpretano come «guerriglia», e le testimonianze di Fioroni tra le quali quella secondo cui Negri «aveva un canale privilegiato con Gheddafi». Sui collegamenti con i palestinesi imbastisce il pezzo l’Unità che sta seguendo il processo con Sergio Criscuoli. “Una cartolina da Beirut: «Caro Toni, per il corso di g. è tutto sistemato» titola il quotidiano del PCI. Rispetto al Corriere, l’Unità dà maggiore importanza a questa missiva, indica una maggior elusività di Negri (che dice di non ricordare) e parla invece, relativamente poco di Fioroni.
La settima udienza Negri è piuttosto accesa. “Negri insulta i pentiti e cita Brecht”, è il curioso titolo dell’Unità che accosta due fatti non molto uniformi. Criscuoli riporta un resoconto quasi stenografico di alcuni scambi di battute tra Negri e il Presidente e vi aggiunge in testa una rassegna degli insulti distribuiti da Negri ai testi: «Borromeo, Borromeo…me lo sono rivisto qui dopo sette anni come il fantasma cretino di una persona viva […] Fioroni è un maniaco, un agente provocatore, un poveraccio».

Il processo insomma è cominciato davvero e sembra entrare nel vivo. Ma Calogero si è fermato? Giovedì 23 giugno 1983 scatta un altro blitz. Passerà alla storia e alla cronaca come il “blitz elettorale” perché compiuto appunto alla vigilia delle politiche che il 26 giugno videro l’elezione in Parlamento di Negri. Repubblica dedica alla retata un articolo a pagina 15, a firma di Roberto Bianchin, che oramai segue le vicende patavine. “E’ scattato il 7 aprile bis”, titola il quotidiano di Scalfari, ma in realtà si tratta del settimo blitz nell’arco di quattro anni:

Il giudice ha firmato quarantuno ordini di cattura e un numero imprecisato di comunicazioni giudiziarie. Una metà ha raggiunto vecchi imputati del 7 aprile ’79 già in carcere, come Toni Negri, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo e l’altra metà ha riportato tra le sbarre esponenti di Autonomia arrestati quattro anni fa e nel frattempo usciti per decorrenza dei termini o per motivi di salute come Marzio Sturaro, Luciano Mioni, Alberto Galeotto, Susanna Scotti e molti altri. Alcuni sono invece latitanti come Alisa Del Re, da tempo rifugiata a Parigi, Pietro Despali, Gianfranco Pancino. […] Inoltre i nuovi mandati di cattura riaprono i termini della carcerazione preventiva per molti imputati che già hanno trascorso, per gli stessi reati, diversi anni di carcere in attesa del processo. […] Al professore Calogero non contesta più l’insurrezione armata, di cui è già imputato, ma lo accusa, insieme ad altri, di detenzione di armi (quelle usate per gli attentati nel Veneto dal ’78 in poi ed altre che sarebbero state fornite da Rosso) allo scopo di sovvertire l’ordinamento dello Stato e con l’aggravante di aver agito con più persone.

Gli avvocati dei difensori lamentano che il blitz sarebbe frutto solo di una nuova interpretazione di fatti già noti e già alla base di altre operazioni.

Passano gli interrogatori eccellenti e i “riflettori” si spengono. A fine giugno Toni Negri, candidato alla Camera nelle liste dei radicali, viene eletto in Parlamento con quindicimila voti di preferenza e quindi scarcerato. L’impegno che Toni Negri si è assunto con gli elettori è quello di promuovere un superamento della legislazione di emergenza e di battersi contro l’indecenza della carcerazione preventiva. La magistratura però chiede al Parlamento sia l’autorizzazione a procedere nei confronti del deputato sia il suo arresto. A metà settembre la Camera concede entrambe le autorizzazioni e Negri fa perdere le sue tracce. Ora l’imputato Toni Negri è latitante.

L’autunno del 1983 passa tra interrogatori “minori” e il riaffacciarsi di vecchie accuse. “Negri indiziato per l’omicidio Campanile” titola il Corsera il 12 ottobre (“Nuove accuse per il deputato latitante anche al processo 7 aprile” dice l’occhiello). L’accusa era emersa come si ricorderà anche all’epoca del blitz del 21 dicembre ’79 ma poi non aveva mai preso piede. Le “nuove accuse” sono frutto della testimonianza in aula a Roma di Caterina Pilenga. L’aula del tribunale si conferma luogo di “ricordi”. Non riemerge soltanto la storia di Potere operaio, ma anche l’atmosfera che si è vissuta all’Università di Padova. Il 23 novembre sui quotidiani appare la testimonianza del professor Severino Galante. “Così l’Autonomia terrorizza l’Università”, titola il Corriere, che scrive:

A far rivivere gli “anni di piombo” padovani è il professor Severino Galante, docente di storia dei partiti politici nella stessa facoltà di Toni Negri e consigliere comunale del PCI. Galante ha testimoniato al processo 7 aprile […] Era opinione diffusa all’Università — ha detto il professore — che Toni Negri fosse il capo indiscusso dell’Autonomia […] In un’occasione il professore Galante sentì il suo collega Sabino Acquaviva affermare: “Negri è il capo della guerriglia urbana” […] “Ho visto con i miei occhi il professor Luciano Ferrari Bravo e la collega Alisa Del Re mentre redigevano insieme agli studenti manifesti contenenti minacce, intimidazioni o semplice propaganda”.

A novembre arriva in aula il teste più importante, il sindacalista della CGIL e militante del PCI Antonio Romito. La sua, vista l’assenza di Fioroni, è una delle testimonianze principali del processo. L’esito è una mezza smentita di quanto affermato durante gli interrogatori di Calogero. “7 aprile: teste in polemica con Calogero”, titola il Corriere. «Il “supertestimone” Antonio Romito, l’uomo sulle cui dichiarazioni il magistrato padovano Pietro Calogero ha costruito l’inchiesta 7 aprile, continua ad essere molto vago nel suo racconto. […] Romito ha fatto anche affermazioni che potrebbero influire sulla valutazione finale del caso 7 aprile. Secondo Romito, infatti, pur rimanendo validi i contenuti dei verbali di interrogatorio redatti dal dottor Calogero, bisogna tuttavia dargli una nuova chiave di lettura, perché, nello scrivere “si è andato troppo avanti per schemi”».
In pratica il teste chiave del 7 aprile dice di essere stato interpretato male, o meglio “sovrainterpretato”. Il ridimensionamento della testimonianza passa per la rievocazione di fatti specifici. «Ha detto di aver sentito, al convegno di Rosolina, Negri e Piperno esprimere valutazioni positive sui sequestri di Sossi e Amerio. “Ma se i sequestri avvennero un anno dopo il convegno!”, hanno gridato dalla gabbia. Allora Romito ha detto di aver sentito i commenti dei due leaders in qualche altra occasione». Sono poche righe ma anche il Corriere dopo il teste Romito descrive il tutto con toni surreali e increduli. E poi, come non bastasse l’esordio, ci sono i confronti diretti con gli imputati. “Forse ricordo male balbetta a Dalmaviva il teste di Calogero”, titola il Manifesto del 24 novembre. Romito, definito dal Manifesto «calogeriana colonna dell’accusa», davanti a un imputato che lo incalza procede per “si dice” e “non ricordo bene”.
Probabilmente Sergio Criscuoli dell’Unità ha assistito a un interrogatorio differente. L’articolo, molto breve e reticente ma in testa a pagina 5, è intitolato “Il teste Romito faccia a faccia con tre imputati del 7 aprile conferma ogni sua dichiarazione”. Non c’è una parola sui tentennamenti e le difficoltà riportate dagli altri quotidiani. Scrive Criscuoli: «Il suo passo è deciso, un po’ rabbioso, sul volto ha le pieghe dell’amarezza. Dopo quattro anni di minacce, di inquietudini, di patemi d’animo della moglie e dei figli, di girovagare in Italia e all’estero sotto la protezione dei compagni del sindacato e del PCI, il suo impegno per la giustizia è finito […] Romito conferma fino all’ultima virgola la propria deposizione […] Il testimone viene poi messo a confronto sia con Lauso Zagato che con Gianni Sbrogiò: in entrambi i casi respinge le contestazioni degli imputati, confermando tutte le proprie dichiarazioni».
Più neutra Repubblica che titola in fondo a pagina 13 “Romito e Dalmaviva faccia a faccia” che comunque accenna alle difficoltà di Romito nel corso dei confronti diretti con gli imputati.

Per quanto riguarda il troncone padovano la marcia di avvicinamento al processo, il cui inizio è fissato per il 19 dicembre è costellato di ricostruzioni e vecchie-nuove rivelazioni. Ma, mentre i quotidiani nazionali sono ancora tutti incentrati sul troncone romano, è il Gazzettino a spostare gradatamente l’attenzione sui temi che verranno discussi a Padova. Ci pensa Gabriele Coltro che dal 1983 seguirà stabilmente il processo. Tra le “tappe” d’avvicinamento più importanti si segnala la notizia (Gazzettino, 18 novembre) che “Anche il Gazzettino parte lesa nel processone”, in riferimento ad un’irruzione avvenuta il 25 ottobre del 1976 nella redazione padovana del giornale da parte di una trentina di autonomi. Il processo padovano è «un gigantesco puzzle», la cancelleria del tribunale padovano è sommersa di lavoro. «Una vera e propria montagna di decreti di citazione da spedire agli attuali 95 imputati, ai relativi difensori, agli oltre 250 fra testimoni e parti lese». Una delle rivelazioni più importanti (che a dicembre emergerà anche in una audizione romana) verrà dall’imputato Roberto Sandalo, un «big» del terrorismo italiano. Due i fatti importanti sui quali può testimoniare. Innanzitutto l’omicidio dei due missini nel 1974 in via Zabarella (ma le versioni che godono di un certo credito sono addirittura tre). «La seconda rivelazione fatta ai giudici da Roberto Sandalo, riguarda il progetto di un attentato al sostituto procuratore Pietro Calogero, pm nel processone che si aprirà il 19 dicembre prossimo. Contro l’auto del magistrato un commando avrebbe dovuto sparare un colpo di bazooka». Il progetto non sarebbe poi andato in porto per la bocciatura da parte dell’esecutivo nazionale di Prima Linea.

A dicembre inizia (falsa partenza anche qui) il processo per il troncone padovano. Un’ottima occasione per riunire i due procedimenti in un’unica sezione del giornale. Come fa il Corriere che il 20 dicembre riunisce sotto lo stesso titolo e lo stesso occhiello (ma con sommari differenti) le due corrispondenze da Padova e da Roma. Il titolo si riferisce all’avvio del nuovo processo, “Cominciato a Padova il processo ad Autonomia”. Il sottotitolo, “Al 7 aprile Sandalo rivela il progetto di un attentato a Calogero”. E l’occhiello in comune: “La nuova ed enorme aula-bunker era però deserta: di 95 imputati se ne sono presentati 5; assente il pubblico”. «Si è aperto con uno sciopero. Non hanno scioperato gli uomini della giustizia o le vittime di un decennio di terrore, hanno disertato, con secca determinazione, gli imputati, i parenti degli imputati, i fiancheggiatori […] Così nell’immenso bunker, tetro di luci al neon, costruito a tempo di record nella campagna di Padova (spesa: 9 miliardi) proprio alle spalle del carcere, e grande il doppio di quello di Roma, al Foro Italico, c’era quasi il deserto. Vuota una delle gabbie, vuota l’amplissima scalea recintata per gli imputati liberi, vuoto il vasto rettangolo destinato al pubblico. Le abbiamo contate: c’erano dieci persone». E visto che la prima giornata di processo se ne va nelle lungaggini procedurali il Corriere riassume l’intricata vicenda giudiziaria padovana: «L’attuale dibattimento, riunisce, come si sa, tre inchieste, tutte coordinate dal pubblico ministero Pietro Calogero: la prima risale al 1977, la seconda al famoso 7 aprile 1979 (decapitata dai VIP, avocati a Roma), la terza all’altro blitz di Calogero dell’11 marzo 1980. Ne restano tagliate fuori altre due: il dossier della Quaresima 1982, che riunisce le gambizzazioni (al giornalista Garzotto e al professor Ventura) e i ferimenti dei professori Petter, Marone, Trovato, Cillo, Tarantello, Lucarello, Molinari, eccetera, le notti dei fuochi, gli attentati alla sede DC in città e fuori; e poi l’ultimo blitz del 23 giugno scorso in cui Calogero aggiusta il tiro del suo famoso “teorema” e, riprendendo le vecchie accuse, le suddivide per momenti storici e sigle organizzative. E’ vero, una buona metà dei personaggi coinvolti in questi processi futuri si trova già nell’elenco degli imputati attuali. Perché allora non riunirli tutti in un processo?» E infatti quello che si prospetta, conclude Gino Fantin, è il rinvio. L’altro articolo pubblicato dal Corriere riguarda invece il troncone romano. “A Roma interrogato anche Carlo Casirati (caso Saronio) — Tra molti «non ricordo» ha parlato degli incontri con Negri che gli avrebbe «lavato il cervello»”, è il sommario. Anche la testimonianza in aula di Saronio insomma, dopo Romito, non rispetta le attese. «Tre anni fa fece al magistrato milanese Spataro un racconto ricco di particolari. Oggi, al processo 7 aprile, non ricorda più nulla perché “è passato troppo tempo”. Carlo Casirati è un altro pentito che — dopo aver ottenuto i benefici di legge (è libero nonostante la condanna per il sequestro Saronio) — ha perduto la memoria. O mantiene ricordi molto generici».
Repubblica riunisce le due notizie a pagina 17. Il posto d’onore spetta alla deposizione di Casirati. “«Mi furono proposte rapine». Ma il suo contatto era sempre Fioroni”, il titolo. «Quando entra Carlo Casirati nell’aula del 7 aprile gli imputati escono simbolicamente dalle gabbie per “protestare contro colui che sequestrò l’amico”». Anche per Silvana Mazzocchi, autrice del testo, Casirati «appare confuso e seccato». Quel che si ricava dall’interrogatorio è che il suo contatto “esplicito” (cioè l’unica persona con la quale parlò di azioni delittuose) fu Carlo Fioroni. La prima udienza padovana viene seguita da Roberto Bianchin (“Solo cinque imputati nel bunker a Padova”). Repubblica descrive anche le tensioni della vigilia. «A movimentare la vigilia c’era stato un raid dei “nuclei comunisti” contro la “Ward-Glass”, la fabbrica che ha fornito i vetri antiproiettili per le gabbie degli imputati, ed erano comparse alcune scritte del tipo”abita qui l’infame provocatore servo di Calogero e del PCI” sui muri delle case di alcuni testi come Antonio Romito, Gianni Canova, Antonio Temil, dei professori Severino Galante e Angelo Ventura».

(13 – CONTINUA)

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