TUTTE LE ROSE DEL MONDO
di Giuseppe Genna

Vogliamo anche le rose, il film documentario di Alina Marazzi, va visto oggi: oggi che le conquiste di civiltà e di buonsenso vengono messe a repentaglio da un’idea astratta e catechistica e confessionale e spettacolare della vita, che poi va a ridursi ad alienazione, secondo i dettami di coloro che ritengono di tutelare proprio la vita. Nascere grazie a Ferrara, per vedere, con sindrome trisomica, lo stesso Ferrara: ecco una delle cattive tautologie che ci stanno propinando.

vogliamoanchelerose.jpgOggi è un atto di necessità coscienziale per ogni donna e ogni uomo ricordare ciò che non viene più fatto ricordare. Vogliamo anche le rose è un’opera d’arte al meglio dell’espressione: un film profondo, ambiguo, autointerrogantesi e interrogante, memoriale con intensa vocazione al presente e, si spera, al futuro.
La ricerca documentaristica condotta da Marazzi e dal suo staff è a dire poco prodigiosa. Una miriade di immagini dell’Italia ripresa da telecamere Rai ed eiettata dal caleidoscopio dell’opinione pubblica e da filmati privati – questa dioramatica, che è montata in maniera splendida, viene legata dal filo tenace di tre diari femminili – parole che straziano, commuovono, spalancano noi stessi rispetto alle difficoltà che scontiamo oggi nell’essere insieme, nel fare comunità e, al contempo, nel vivere individualmente.
Non si tratta semplicemente di un’operazione all’insegna del femminismo unilaterale. Nelle parole dei tre diari stesi da donne che, in anni differenti, esprimono universi personali sconcertantemente diversi con le loro costellazioni sociali erotiche corporee emotive, in queste parole intime proposte a un pubblico postero eppure contemporaneo noi troviamo noi stessi, la deriva e la caduta dell’autocoscienza e delle pratiche di preservazione delle conquiste ottenute. C’è un indice puntato contro di noi, un indice che avremmo desiderato da molto tempo che venisse puntato contro di noi: noi, i responsabili di avere vegliato male, in anni clamorosamente reazionari seppure glassati di edonismo e precariato iridescente, su un comparto che fa la nostra civiltà: il diritto alla scelta da parte della donna, la creatività messa al servizio della collettività, la comprensione del dolore che implica la libertà, la normalizzazione della religione del piacere che scatena sbalzi psichici, il dubbio come motore della conquista civile.
Non è soltanto questione di presidiare l’integrità e l’integralità della legge 194, anche se sarebbe stupido non rilevare la coincidenza, tutt’altro che casuale, tra il film di Marazzi e l’attuale momento storico. Vogliamo anche le rose è una modalità filmica che permette di osservare come si concretizzi – e, storicamente, si sia concretizzata – la possibilità di volere tutto e immaginare tutto, finendo per ottenere tutto. Questo excursus temporale, che fa ridere e lacrimare, trattiene lembi di memoria consumistica al pari di ricordo politico, rendendosi incalzante grazie alla scelta dei materiali e al prodigioso montaggio. Eppure ciò che colpisce è la sua potenza rispetto all’oggi, il richiamo alla responsabilità nei confronti delle generazioni future, vista attraverso la storia delle lotte per la parità, per il divorzio, per il diritto all’aborto. Film storico ma immaginifico, Vogliamo anche le rose ha un impatto a cui ciascuno e ciascuna dovrebbero esporsi: questo è un film politico ed è l’opera di un’artista – il che significa non tanto che un elemento decisivo sta tornando, ma, piuttosto, che un elemento nuovo sta arrivando, sta pressando dal futuro immediato. Quanto è di straziante nel film è infatti l’elemento da cui entra il futuro, la consapevolezza che abbiamo raggiunto, ex post, che il diritto alla felicità passa non unicamente attraverso lotte di comunità, ma anche attraverso uno strappo profondo, che imprimiamo a noi stessi, dall’alienazione che ci sposta in esilio perfino da noi stessi in quanto individui.
Una clamorosa opera contemporanea che non cade in alcun nostalgismo, mette in scacco il passato se visto attraverso le etichette che gli sono state appiccicate addosso. Scomodo, irriverente, da vedere: per comprendere che il femminile è universale e che richiede una militanza continua, in termini di coscienza di quanto ci accade attorno, ogni giorno. Un’iniezione terapeutica contro l’omologazione e l’alienazione che è stata imposta ma è stata anche accettata dagli Ottanta in poi.

Share