di Lucio Angelini

SilviaMenuzzi3.jpgDa quando, in casa, era arrivato quel brutto piscialletto di suo fratello con il suo perpetuo bisogno di assistenza, il principino era attanagliato da dubbi cocenti. Ma chi l’aveva chiamato, quello lì? Non bastava già lui a riempire di gioia la vita dei suoi genitori?
Così, a poco a poco, aveva cominciato a paventare un vero e proprio ripudio da parte dei suoi genitori, a sospettare che in lui o nei suoi desideri ci fosse qualche grave colpa, tale da giustificare quella che andava percependo come una vera e propria caduta a picco nell’inferno, dopo il felice Eden della prima infanzia.
“Sai, nonna”, disse un giorno alla sua navigata consigliera, “che da un po’ di tempo mi è venuto un sospetto?”
“Quale sospetto, caro?”

“Che il babbo e la mamma ne abbiano abbastanza di me, che si siano stancati di volermi bene e intendano occuparsi soltanto di quell’odioso poppante piovuto in casa da non si sa dove.”
“Va là, va là, scioccherello. Sono sensazioni che TUTTI i bambini provano, prima o poi, all’arrivo di un fratellino o di una sorellina!”, gorgogliò la vecchia.

* * *

Un brutto giorno, tuttavia, le sue paure si rivelarono meno infondate di quanto sua nonna gli avesse assicurato. I suoi genitori, infatti, buttarono là la frase che se per caso aveva voglia di vedere un po’ il mondo, o di partire in cerca di avventure… be’, loro non avrebbero avuto proprio nulla da ridìre.
Da un lato il principino ci rimase male, dall’altro capì l’antifona e decise che, a quel punto della sua vita, una bella esperienza di viaggio o di allontanamento dalla casa parentale non sarebbe poi stata del tutto negativa. Magari gli avrebbe anche dischiuso qualche prospettiva interessante…
“Amore”, lo confortò sua nonna. “In fondo hai già fatto le prove del tuo primo viaggio importante tanto tempo fa, quando, ascoltando la mia prima fiaba, ti identificasti nell’eroe che si allontanava da casa in cerca di AVVENTURE… e soprattutto (fuori dai simboli) in cerca di se stesso.”
“Sì, lo so, nonna, me l’hai già detto tante volte.”
“E come mai, allora, non hai ancora capito che i viaggi degli eroi sono soprattutto viaggi all’interno della mente?”
“Perché a me, invece, adesso tocca partire per davvero.”
“Ah, sì? E di che cosa hai paura, di preciso?”
“Di poter fare dei brutti incontri, per esempio. So perfettamente che, una volta partiti, gli eroi non tardano a perdersi in un BOSCO o in un’immensa e tenebrosa FORESTA, dove non mancano di incontrare orchi, streghe, animali feroci, e chi più ne ha più ne metta. Ma chi mi assicura che saprò sempre essere all’altezza della situazione, nonna?”
“Vedi che non ragioni? Proprio perché appartieni a una fiaba (Una volta c’era, per la precisione), non dovresti dubitare minimamente di come l’esperienza andrà a finire.”
“Vuoi dire che anche in questo caso il lieto fine è assicurato?”
“Più o meno. Quanto a orchi, streghe, animali feroci, ti ho già spiegato che cosa significano.”
“Dimmelo ancora, nonna, te ne prego.”
“Non sono che simboli, ovvero la semplice traduzione in FORME comprensibili e liberatorie delle ansie INFORMI che vi attanagliano alla vostra benedetta età.”
“Ah, già, le ansie informi… il nostro bisogno di essere amati, la nostra paura di essere abbandonati, i nostri tentativi di restare aggrappati ai nostri genitori anche quando venga il momento di affrontare il mondo da soli.”
“Grazie ad adeguati processi di equivalenza simbolica, i vostri più feroci nemici interiori diventano infatti, a seconda dell’età, il lupo cattivo, l’orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via.”
“Dall’astratto al concreto, per sintetizzare, vero, nonna?”
“Appunto. Per un bambino le paure astratte (quelle senza nome e senza volto, per intenderci) sono decisamente le più difficili da sopportare: meglio per lui trovarsele esteriorizzate in creature ben precise, per quanto raccapriccianti.”
“Ma qual è, esattamente, la nostra maggior paura, nonna?”
“Il mostro che un bambino conosce meglio e che considera più preoccupante in assoluto è quello che sente o teme di essere, e che a volte arriva a perseguitarlo. Le fiabe gli consentono di intesservi sopra delle fantasie liberatorie, aiutandolo, così, ad esorcizzarlo e sconfiggerlo. Senza tali fantasie, un bambino rimarrebbe eternamente in balia delle proprie peggiori ansie.”
“E va bene, cercherò di fare del mio meglio, allora.”
“Dai retta a me, piccolino, parti tranquillo e vedrai che tutto andrà come deve andare. Sappi, comunque, che non escludo di poterti seguire da vicino, magari in forma di aiutante magico, o di grillo parlante… ”
“Non mi avrai mica nascosto di avere dei poteri magici, nonna, eh?”
“E che ci sarebbe di strano, se così fosse?”
“Nonna!”
“Okay, okay, stavo solo scherzando.”
“E tuttavia, se dovessi scoprire che possiedi davvero dei poteri magici, se non altro capirei come tu faccia a conoscere tutte queste cose complicate senza essere mai andata a scuola un solo giorno, nonna.”
“Che vuoi farci? C’è chi ha bisogno di andare a scuola e chi, invece, può permettersi di costruirsi una solida cultura tutta da sé.”
“Lo so, lo so che sei un’autodidatta, nonna. Ma riassumendo, faccio bene a partire oppure no?”
“Certo che fai bene a partire! Sganciarsi dai propri genitori è un passo importantissimo, anche se fa perdere dei vantaggi. In ogni caso, il più delle volte al vostro ritorno ve li ritrovate ancora lì, in trepida attesa, pronti a volervi bene come prima e a gioire di soddisfazione se solo possono constatare che siete riusciti a cavarvela anche senza di loro.”
“Ma allora perché ci mettono al mondo, se poi godono così tanto nel vedere che ce la caviamo senza di loro, nonna?”
“Semplicemente perché queste sono le regole del ‘gioco dei genitori’!”
“ ‘Gioco dei genitori’? Vuoi dire che anche quello di fare i genitori è un gioco, nonna?”
“Una specie di gioco, nel senso che anche nell’essere genitori, come in tutti i giochi, ci sono regole, ruoli, comportamenti, spazi, luoghi eccetera.”
“E chi vince a questo gioco, nonna?”
“Vincono quei genitori che, appunto, riescono a portare i propri figli all’autonomia. Per un adulto che abbia deciso di giocare al ‘gioco dei genitori’, infatti, la vittoria consiste esattamente nell’ottenere questo tipo di risultato, il solo che gli possa confermare di aver impartito al proprio figlio l’educazione giusta, capisci?”
“Sì, certo, lo so, ma… ma riuscirò a cavarmela anch’io senza i miei genitori, nonna?”
“Certo che ci riuscirai, tontolone! Non avrai difficoltà, dopo i miei insegnamenti, a interpretare nel modo giusto gli avvenimenti che ti capiteranno”, tagliò corto la vecchia.

* * *

“Eccomi praticamente espulso dal paradiso originario dell’infanzia”, piagnucolò il principe un istante prima di abbandonare il rassicurante tepore del suo focolare domestico. “Be’, nel mio caso il termine ‘paradiso’ mi sembra francamente esagerato”, si corresse, “considerando che non proprio TUTTI i miei desideri di bambino sono stati puntualmente soddisfatti senza alcuno sforzo da parte mia. Spesso, anzi, adesso che ci penso, mi sono dovuto impuntare in capricci estenuanti, prima di venire esaudito. Ma visto che essere cacciati di casa, come dice la nonna, simboleggia la necessità di diventare se stessi, e che l’autorealizzazione esige l’abbandono dell’orbita parentale, non mi resta che smammare… sì, proprio nel senso di dire addio alla mamma…. ih, ih, ih, come sono triste!… Vabbè, pazienza. Vedrò di stare via solo il tempo strettamente necessario a conseguire questo benedetto risveglio a un livello superiore di umanità per poi tornare a rilassarmi come piace a me. Certo, dovrò correre anch’io i miei bravi rischi e affrontare le mie brave peripezie, ma se riuscirò a vincere quest’inevitabile battaglia contro le mie stesse contraddizioni interiori eliminando ogni turbolenza esterna ed interna, dopo potrò finalmente vivere Felice & Contento fino alla fine dei miei giorni. Partirò, dunque, senza ulteriori indugi.”

* * *

Fu così che il nostro principe, sottratta una semplice accetta dal laboratorio del babbo (un patito del Fai-da-te), infilò l’uscio della catapecchia e si allontanò mormorando: “Addio, casina mia… per piccina che tu sia, mi sembravi comunque una badia… ih, ih, ih!”.
Naturalmente viaggiava a piedi, perché figuriamoci se, povero in canna com’era, poteva permettersi un cavallo.
(“Scusa tanto”, gli aveva detto suo padre prima di impartirgli la benedizione di prammatica, “ma a che ti serve la mia accetta?”. “Non lo so, esattamente”, aveva risposto il principe, arrossendo un poco. “Ma ho la netta sensazione che potrà tornarmi utile.”)

* * *

Ad attraversare il regno paterno ci mise una manciata di minuti, perché i confini dello stesso coincidevano esattamente con quelli del campicello domestico. Tutto quello che si stendeva di là da esso (boschi, monti, valli) era già stato ceduto da un pezzo a un odioso re confinante, notoriamente dedito all’usura. E suo padre, perennemente a corto di liquidi, non si era peritato di cadere nelle sue trappole. Anzi, di debito in debito, aveva finito per inguaiarsi al punto che un brutto giorno, a parziale risarcimento delle rate inevase, aveva dovuto cedergli tutte le sue terre. Quando sua moglie, la regina, l’aveva saputo, era montata su tutte le furie. C’erano stati litigi furiosi, scazzottate. Erano volate suppellettili e parole irripetibili, anche in sua presenza, tanto che il principino si era lasciato scappare più volte la considerazione: “Oddio, mio padre mi sembra diventato un orco!” (non che sua madre gli ricordasse esattamente una fata, in quei momenti, a dire il vero)…
L’unica a non perdere la testa, in mezzo a tanto sfacelo, era stata sua nonna che un giorno, vedendolo particolarmente depresso e sofferente, gli aveva ribadito come fosse normale, sì, assolutamente normale che, a seconda delle circostanze, i bambini tendessero a vedere il mondo o come interamente paradisiaco o come interamente infernale, per cui se anche suo padre, in quel periodo, gli sembrava un orco, poteva stare certo che, prima o poi, la sua immagine sarebbe tornata ad apparirgli perfettamente accettabile. Doveva solo lasciar fare al tempo fino ad accettare l’idea che la personalità umana possa contenere anche aspetti di natura contraddittoria.

* * *

Cammina cammina, il nostro eroe arrivò a un bosco talmente fitto e oscuro che se ne sentì subito, paradossalmente, rassicurato: visto che perdersi doveva, perdersi là dentro sarebbe stato un gioco da ragazzi.
“È esattamente come l’ho sempre immaginato!”, trillò tra sé. “Il classico bosco in cui si comincia finalmente a comprendere CHI si voglia essere. Non mi resta che appassionarmi, dunque, alla ricerca di me stesso.”
Ciò pensato, sparì tra le felci.
“Accidenti, che oscurità! Che intrichi! Che inquietudine!”, prese a lamentarsi subito dopo. Non se la sentiva già più di accarezzare delle fantasie ottimistiche, ma cercò di tener duro.
“La nonna dice che smarrirsi in una foresta irta di pericoli, in una fiaba, significa abbandonare la sicurezza dell’infanzia, e che staccarsi dalla casa dell’infanzia per crearsi un’esistenza indipendente è qualcosa di inevitabile e necessario. Solo se saprò affrontare con coraggio le mie ansie, dunque, riuscirò a sapere chi sono in realtà. Il mio compito, per adesso, è quindi quello di cercare di sopravvivere con le mie sole forze alle dure e spaventevoli prove che mi si pareranno davanti.”
D’improvviso il rumore di uno schianto gli gelò il sangue. Si fermò, rizzò le orecchie, dilatò gli occhi, aspettò, trepidò, ma non accadde nulla.
Pensò a sua nonna.
“Ah, nonnina, se tu fossi qui!”
Un secondo schianto, un istante dopo, gli fece accapponare la pelle.
Per qualche minuto non ebbe il coraggio di muoversi, né di guardarsi attorno. “Nonna, nonna, dove sei? Ho paura! Dammi un consiglio! Voglio tornare indietro!”
Non aveva finito di lanciarle il suo S.O.S. mentale che una vocina prese a squittirgli in testa:
“Guarda che soltanto integrando il tuo desiderio di rimanere vincolato al passato con l’impulso a tendere verso un nuovo futuro potrai conseguire un’esistenza riuscita.”
“Sei tu, nonna? Dove sei? Ti sento vicina.”
“Non temere, piccolino. Come ti dissi prima della partenza, sei solo il protagonista di una fiaba che, anche se piuttosto speciale, finirà come ogni altra fiaba di questo mondo, ovvero lietamente. Non dimenticare che gli ingredienti di fondo delle fiabe (le PERIPEZIE e il LIETO FINE) sono gli stessi da secoli.”
“Non potrei passare direttamente al finale, in tal caso?”
“Eh, no! Devi prima affrontare le peripezie di rito, esperienze assolutamente salutari e determinanti per voi bambini.”
“In che senso?”
“Nel senso che solo grazie a esse riuscirete a consolidare la vostra capacità di speranza, a considerare ogni vostra batosta solo momentanea, accessoria, non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. Affronta, dunque, con fiducia la tua dose di peripezie, se vuoi approdare lietamente al… lieto fine. Non sarai né il primo, né l’ultimo a sentirti momentaneamente incapace di trovare il sentiero da cui uscire dal bosco, salvo poi risolvere come qualunque altro eroe che si rispetti il complicato garbuglio della tua crisi interiore, puntando sparato verso la vittoria.”
“Non ti nascondo, nonna, che la sensazione di smarrimento in una fitta e buia foresta non è per niente esaltante”, balbettò il principe.
“Tira un bel respiro profondo e rimettiti in cammino”, gli suggerì la vocina, “se vuoi uscire vincitore da quella che, tutto sommato, non è che la solita banale avventura dell’umana maturazione.”

* * *

Man mano che procedeva, il principino sentiva progressivamente attenuarsi il rancore provato nei confronti di suo padre al momento del congedo. Non gli era piaciuta, in particolare, l’aria di soddisfazione che aveva avuto l’impressione di scorgergli in faccia, quasi che quel brutto egoista fosse segretamente contento di liberarsi di lui.
“La nonna mi ha consigliato di comportarmi come tutti gli eroi delle fiabe. Devo solo ricordarmi che le fiabe, per loro natura, parlano il linguaggio dei simboli, anziché quello della realtà di tutti i giorni!”
Proprio in quell’istante un grosso ramo d’albero gli si fiondò davanti all’improvviso, con un crepitio sinistro. La gran capocciata che ci diede contro lo fece riscuotere dalle sue elucubrazioni. Lì per lì cadde, ma subito dopo, stoicamente, si rialzò.
“Accidenti a questa stupida foresta simboleggiante l’oscuro e quasi impenetrabile mondo del mio inconscio!”, imprecò. “Sarà anche vero che devo imparare a rinunciare all’organizzazione della vita di cui godevo nella casa parentale per costruirmi delle solide strutture autonome, ma l’impatto con questo dannato ramo non è stato per niente piacevole. Mi sta addirittura spuntando un bernoccolo. Uffa. Sono entrato in questo bosco da pochissimo e già non vedo l’ora di sfangarmela via, ovvero di trovare al più presto la strada per diventare me stesso e riemergere dalla mia avventura a un livello d’umanità più sviluppato. E tuttavia so molto bene che dovrà prima apparirmi tutta una serie di creature variamente inquietanti (orchi, streghe, animali feroci e via dicendo), con cui fare simbolicamente i conti. Ah, come rimpiango il rassicurante focolare domestico! Ah, come mi manca il tranquillo paradiso di un tempo! Ah, com’è cambiata la mia vita da quando ho cominciato ad affrontare le stressanti prove della maturazione interiore. Mammina, mammina, dove sei? Se è vero che il ricordo della buona madre idealizzata dell’infanzia può continuare a confortarci anche nelle peggiori difficoltà della vita, rendendocela più sopportabile, sostienimi adesso, in questo duro momento di lotta per l’integrazione della mia personalità!”

* * *

Di lì a pochi istanti, due testardi occhi di lupo presero a fissarlo con cattiveria di dietro un sipario di frasche.
“Eccoci alla scena clou: l’incontro con il Lupo Cattivo!”, rabbrividì il principe, comunque deciso a ostentare sicurezza. E prima ancora che l’orribile bestione gli rivolgesse la parola, scandì:
“Guarda che non sto affatto andando dalla nonna, se proprio vuoi saperlo!”
“Chi se ne frega di dove stai andando”, ribatté il lupo. “Noi animali pericolosi delle fiabe abbiamo solo il compito di rappresentare gli istinti selvaggi, non ancora assoggettati al controllo della razionalità.”
“Credi che non lo sappia? Non sono poi così digiuno di psicanalisi.”
“Digiuno… digiuno… questa parola mi ricorda qualcosa… ah, sì, il fatto che non mangio da parecchie ore. Non senti come mi brontola lo stomaco? Credo di avere le ragnatele nella pancia.”
“E vorresti riempirtela con me?”
“Non l’ho ancora detto.”
“Ma l’avrai sicuramente pensato. Accomodati pure, dunque. Non c’è problema. Sono pronto a farmi divorare. Mia nonna mi ha già anticipato lo sviluppo della faccenda.”
“Che cosa ti ha anticipato, scusa?”
“Che quand’anche dovessi finire nella tua pancia, non morirei davvero, ma solo per rinascere in una forma più elevata. Un po’ come successe a Cappuccetto Rosso, per intenderci.”
“Ah, sì? E chi sarebbe questa Cappuccetto Rosso?”
“Dai, non fare il finto tonto: la squinzetta che, perduta l’innocenza dell’infanzia e affrontati i pericoli in agguato dentro se stessa e nel mondo, rinacque con una migliore comprensione delle proprie esperienze emotive, unita alla percezione dei pericoli insiti nell’assecondare i desideri edipici.”
“Guarda guarda!”
“Bando ai convenevoli, dunque, e spalanca pure le fauci.”
“Fossi in te, non sarei così sicuro di poter rinascere ad alcun livello d’esistenza, né superiore, né inferiore, una volta che ti avrò divorato.”
“Piantala, lupo.”
“Piantala tu, piuttosto. Qua si stanno mettendo in discussione le mie capacità ingestive e digestive, poffalbacco! Ho una mia dignità da difendere.”
“Va là, va là. Confessa di essere rimasto alquanto spiazzato dalla mia reazione. Pensavi di cavartela come da manuale, procedendo alla solita truculenta scena della pappazione dell’eroe, e invece ti sei ritrovato a fare i conti con un personaggio tutt’altro che sprovveduto.”
“Ne sei davvero convinto?”
“La storia di Cappuccetto Rosso avverte che la sosta nella pancia del lupo è solo temporanea.”
“Interessante. E che cos’altro sai, sbruffoncello?”
“Un sacco di cose. La nonna mi ha preparato per filo e per segno a questa specie di rito di passaggio.”
“Vuoi dire che, non contenta di averti rintronato la testa di fiabe, te ne ha pure fornito le spiegazioni?”
“Le istruzioni per l’uso, se preferisci.”
“Errore gravissimo!”
“E perché mai?”
“Perché il compito delle fiabe è semplicemente quello di infondere speranza nel futuro tramite la promessa di un lieto fine, senza impartire alcun insegnamento esplicito.”
“Cioè, secondo te, la nonna avrebbe sbagliato a decodificarmi i significati delle fiabe?”
“Sbagliato è dir poco. Spiegare a un bambino a quali aspetti della sua psiche corrispondano i vari personaggi che incontra nelle fiabe equivale a defraudarlo di un beneficio quanto mai necessario. E noi Lupi Cattivi che ci staremmo a fare, scusa, se la nostra funzione simbolica dovesse essere sbandierata ai quattro venti? Che capacità di suggestione avremmo più?”
“Perché escludere che una spiegazione razionale possa anche arricchire un bambino, almeno in certi casi?”
“Perché è bene che un bambino rimanga INCONSAPEVOLE delle proprie pressioni inconsce (soprattutto di quelle più sadicamente vendicative), se non si vuole che ne resti distrutto.”
“E chi lo dice?”
“Tutti i luminari del settore. Senza un periodo di fede nella magia o di pensiero magico, un individuo non sarà mai in grado di affrontare le durezze della vita adulta. I soggetti prematuramente deprivati della fede nella magia e costretti a vedere la realtà con occhi da adulto continueranno a cedere con eccessiva facilità alla tentazione di rifugiarsi in pseudo-paradisi quali quelli indotti, per esempio, dalla droga. Più si è insicuri nel proprio intimo, più ci si sente disposti ad aggrapparsi a proiezioni infantili d’ogni sorta, e a soluzioni da fiaba.”
“Ti assicuro che, per quanto mi riguarda, avevo già creduto sufficientemente a lungo in questo tipo di soluzioni. Doveva pur arrivare il momento della razionalità.”
“Sì, ma tua nonna avrebbe fatto meglio ad astenersi dal chiarirti con tanto anticipo la simbologia delle fiabe. Che bisogno ne aveva? Non le bastava comunicarti l’idea di fondo che solo lottando contro le difficoltà della vita saresti riuscito a conseguire la maturazione?”
“Uhm, credo che la nonna si sia lasciata sfuggire le prime spiegazioni razionali per pura esasperazione. Ricordo che una sera insistetti così a lungo affinché mi narrasse daccapo una certa fiaba a me particolarmente cara che a un certo punto mi guardò dritto negli occhi e sbottò: ‘Ascoltami bene, piccola peste: non ti pare di avermi stressata abbastanza, per oggi? Che ne diresti di addormentarti, finalmente, e di lasciare un po’ di respiro anche a me? Sarà anche vero che le fiabe vi consentono di identificarvi in eroi che, pur costretti a uscire da soli nel mondo, sono comunque sostenuti nelle difficoltà e riescono, alla fine, a trovare se stessi, ma dal momento che sono due ore filate che ti racconto la medesima storia, non trovi che abbia diritto anch’io ad andare a nanna, a questo punto?’ ”
“Non aveva tutti i torti, poveretta.”
“Poveretto io, soprattutto. Ci rimasi terribilmente male. Non sapevo ancora che, quando una figura affettuosissima come quella della nonna si trasforma all’improvviso in un’altra che minaccia il tuo stesso senso di identità, la prima reazione a portata di mano, per un bambino, è proprio quella di cercare di sdoppiarla in immagini separate.”
“Conosco il meccanismo: la nonna spazientita e con gli occhi iniettati di sangue non era più la stessa di un momento prima. Si era trasformata in una sorta di orchessa. E tu non vedevi l’ora che riemergesse la nonna buona. ”
“Appunto. Ma quel fugace accenno al meccanismo dell’identificazione aveva attirato il mio interesse e fu così che, nei giorni seguenti, presi a tempestarla di domande.”
“E lei?”
“Dapprima si schermì, poi, intuendo che non le avrei dato tregua, cominciò a decodificarmi a poco a poco l’intero armamentario simbolico delle fiabe: gli ingredienti ricorrenti, le potenzialità terapeutiche e via dicendo.”
“Che sciocca!”
“Perché sciocca?”
“Perché, così facendo, ti espose a rischi tutt’altro che lievi. Rispetto al modo di funzionare della mente di un bambino le spiegazioni scientifico-razionali non sono meno estranee degli eventi soprannaturali per l’intelletto maturo. Il pensiero del bambino resta animistico fino all’età della pubertà, capisci? (‘Alla nuvola Olga scappava tantissimo la pioggia’, recita, per esempio, un librino di Nicoletta Costa). Un bambino crede che tutto ciò che si muove sia vivo, e che perciò comprenda e senta come lui. Gli insegnamenti razionali degli adulti non scalfiscono minimamente la sua modalità di conoscenza profonda. Per un bambino che voglia sentirsi sicuro sulla terra è di maggiore conforto sapere che essa poggia sul dorso di una tartaruga che apprendere che galleggia nello spazio cosmico attratta dalla gravità. In base alla sua esperienza, infatti, un bambino pensa che tutto debba poggiare su qualcosa.”
“E quindi?”
“E quindi NON BISOGNEREBBE ASSOLUTAMENTE MAI SPIEGARE A UN BAMINO I SIGNIFICATI DI UNA FIABA. Essa gli appare convincente proprio perché si conforma al suo modo di pensare e di percepire il mondo. I suoi processi interiori, voglio dire, possono chiarirglisi solo attraverso immagini che parlino direttamente al suo inconscio.”
“Sei proprio sicuro che le immagini evocate dalle fiabe sortiscano tale effetto?”
“Più che sicuro. Il bambino sente che la fiaba ha qualcosa di importante da dirgli circa la sua situazione interiore del momento, ma deve essere lasciato perfettamente libero di godere delle cose fantastiche che la fiaba gli racconta. L’insegnamento che, se vuole conquistare un obiettivo, non dovrà arrendersi ai primi insuccessi, è efficace solo se comunicato in modo casuale, tendente a indicare che la vita è così, non come una morale o un precetto.”
“Non si farebbe prima a dirgli con chiarezza: ‘Attento a non arrenderti ai primi insuccessi della vita!’, o ‘Solo chi affronta con costanza e determinazione la lotta contro gli ostacoli riuscirà a strappare la vittoria finale’? Che bisogno c’è di ammannirgli tutte quelle ridicole panzane?”
“Le spiegazioni o gli insegnamenti realistici vanno contro le sue esperienze interiori, lo informano senza arricchirlo, lo lasciano confuso, soverchiato e intellettualmente sconfitto.”
“Be’, non esageriamo. ‘Soverchiato’ mi sembra una parola francamente eccessiva. A tantissimi bambini viene semplicemente IMPOSTO, dietro minaccia di severi castighi, di subordinarsi ai dettami degli adulti, e non mi risulta che alcun bambino sia mai morto solo per questo. I bambini si adeguano e basta, non foss’altro che per evitare i castighi.”
“Un atteggiamento così autoritario impedisce a un bambino di conseguire una vera maturazione. La fiaba è allusiva: indirizza i suoi pensieri senza dirgli esplicitamente come debba essere. Gli permette, anzi, di trarre da solo le giuste conclusioni.”
“A dire la verità, quando leggo una fiaba non mi chiedo mai se abbia o no qualcosa da insegnarmi. Me la gusto e basta. A proposito, non trovi che si stia facendo tardi? Che cosa aspetti a divorarmi?”
“Accidenti, me ne stavo dimenticando. Certo che ti divoro! Sono qui per questo. Per noi lupi delle fiabe divorare l’eroe di turno è un must. Guarda che bei denti aguzzi ho!”
“Sono così aguzzi solo per far capire bene a noi bambini che i nostri primitivi desideri incorporativi, se protratti troppo a lungo e non sublimati, diventano distruttivi. Il lupo che inghiotte Cappuccetto Rosso insieme alla nonna simboleggia la sua anteriore oralità cannibalistica, da cui deve emendarsi. Insieme alla sua paura di essere divorata da conflitti più grandi di lei.”
“Be’, visto che sai già tutto, ti ingoio e buonanotte.”
“Lascia che ti ricordi un’ultima cosa: l’avidità orale del lupo, per sua sfortuna, è anche la sua rovina!”
“Sì, ma noi Lupi Cattivi esprimiamo soprattutto la VOSTRA personale cattiveria, la VOSTRA personale propensione all’azione violenta o irresponsabile per il raggiungimento dei VOSTRI scopi, oltre che la VOSTRA angoscia di poter essere divorati. D’altronde, se il Lupo Cattivo non avesse attrattiva su di voi, non avrebbe nemmeno alcun potere su di voi. Ecco perché Cappuccetto Rosso è universalmente amata. Per quanto virtuosa essa sia, infatti, si lascia tentare, e nello stesso tempo avverte che fidarsi troppo espone a trappole.”
“In ogni caso, per lei poi arriva il buon cacciatore che, al momento giusto, la tira fuori dalla pancia del lupo.”
“Il che non significa che ci sarà un cacciatore anche per te. Adesso spalanco la bocca e ti ingoio in un sol boccone.”
“Peccato solo”, gridò il principe all’improvviso, “che io abbia portato con me questa provvidenziale accetta!”
E, toltosi l’arnese di tracolla, gli menò sul capo un fendente talmente vigoroso da squarciarglielo all’istante in due orrende metà. Il bestione si afflosciò al suolo in una pozza di sangue. Il principe, lì per lì, ci rimase male, poi fece spallucce e sospirò:
“Be’, non è la prima volta, in fondo, che in una fiaba si diano degli effetti pulp!”.

(CONTINUA)

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