di Lucio Angelini

Esplosione.jpgPremetto che attraversavo un periodo di fastidiosa depressione. La militanza politica non aveva risolto certe mie esigenze espressive, e il gruppo da me fondato, la SI.RA, si era presto dissolto, anziché consolidarsi e raccogliere proseliti. Stavo, tuttavia, con un compagno non ancora in crisi, gran confezionatore di bombe, che era arrivato alla lotta armata clandestina dopo la solita parentesi orientaleggiante. Nessuno vi ha mai parlato dei tre gradi dell’ascesi mistica classica? A quel tempo, a me, ancora no. Cristo (così lo chiamavano, a causa di un suo intercalare) mi assicurò che il percorso altro non era che un continuum cogitatio-meditatio-contemplatio, o qualcosa del genere. Che lui l’aveva attraversato tutto, ma che, deluso, alla fine si era dato alla lotta armata. Piazzava ordigni dappertutto: ai grandi magazzini, dentro i confessionali, sotto le pantere della polizia, e non riuscivano mai a pizzicarlo.

Un giorno, a teatro, riflettemmo sullo schema platea-galleria ed avemmo un diverbio piuttosto pesante, tanto che alla fine Cristo mi prese a ceffoni. Non l’avesse mai fatto.
“Maschio! Maschio maledetto!”, gli gridai, “mi hai veramente rotto i coglioni.”
La nostra storia era terminata.
O meglio, ci fu ancora uno strascico abbastanza curioso. Mi giunse una lettera scomposta in cui egli tentò di imputare il fallimento del nostro rapporto ai miei denti fradici, ai miei alluci gonfi e al mio stomaco perennemente sottosopra. Certo, sono cose che, a sentirsele dire, fanno sempre un po’ male, tanto più se inesatte o inventate per rancore. Gli mandai un biglietto con le parole “La storia è comunque conclusa”, evitando di aggiungere quello che a mia volta pensavo di lui (che cioè era un ripugnante maialetto in punta di piedi e con l’ombrello sotto il braccio). Infilatami una blusa color ranuncolo, cercai di costituire, con la mia presenza, un punto di riferimento per qualcun altro.
Se un minimo di ripensamento vi era stato, dopo le accuse di flatulenza e alito pestilenziale mi era parso assennato non averne più. Passeggiavo scornata sulla riva del mare (il mare era così sporco che, se posso usare una battuta di Cristo, invece della risacca c’era la ricacca). Mi ero messa dei tacchi così alti che a ogni passo mi dicevo: “Cadrò, sento che cadrò”. Invece proseguivo impettita contro sole, a mio modo splendida, abbronzata. “Sono una bella ragazza di sinistra, non è vero che mi puzza l’alito”. In ogni caso masticavo bastoncini di liquerizia. Mi ero depilata le ascelle e cosparsa di essenze. Indossavo un tailleurino di plastica lilla, roba di boutique, di grande effetto. Era la prova del nove. “Qua, se non mi si accosta nessuno”, mi dissi, “sono spacciata!” (Mi conosco, sapete? Ho continuamente bisogno di conferme). Ed ecco, non faccio in tempo a dare qualche colpo d’anca, che mi si avvicina un giovanotto niente male.
“Ci siamo!”, trillai tra me.
“Posso parlarti un attimo?”, mi fa il tizio con voce gentile.
“E di che cosa?”, chiedo a mia volta, in tono falsamente seccato.
“Vedi”, incalza lui, “io e il mio gruppo di propaganda cerchiamo proseliti: te lo dico fin da subito, per onestà. È una cosa molto seria. Tu puoi essere una di noi. Ti va di ascoltarmi un po’?”
Al sentirlo parlare di proselitismo mi si accapponò la pelle.
“A patto che non si tratti di nuove forme di cristianesimo.”
“Niente di tutto questo, stai tranquilla”, mi rassicurò il ragazzo.
“Vabbè, ti ascolto.”
“A proposito, mi chiamo Giusva.”
“Wilma, molto lieta.”
“Pensa che anch’io, pochi mesi fa, passeggiavo da solo come te, quando una sera mi ferma un ragazzo. ‘Posso parlarti un attimo?’, mi fa. Lo stesso tipo di approccio che ho usato con te. Non sono molto originale, come adescatore. Imito i miei maestri. C’è da dire, però, che ho avuto abbastanza successo. Ho già portato diciassette neofiti nel movimento, uno appena l’altro ieri. Del resto le cose che noi sosteniamo sono molto semplici e molto reali, e per chi è attento non è difficile essere d’accordo, capire che lottiamo per una causa giusta.”
Il ragazzo aveva un lieve accento straniero, capelli tagliati cortissimi, mascella dura. E non era da buttar via. Tuttavia il discorso mi puzzava. “Vuoi vedere che trovo altre rogne?”, mi dicevo. “Che sfortuna!”. Ma, in mancanza di meglio, ed essendo un po’ stanca di avanzare sui trampoli, decisi di starlo ad ascoltare ancora un po’. Ci eravamo frattanto seduti su una panca di pietra. Lui disse che, esattamente nove mesi prima, in una birreria di Monaco, si era tenuta la prima vera assemblea del loro ancor giovane movimento. E che più di duemila persone avevano approvato all’unanimità i venticinque punti del loro programma politico. (“Ahi ahi ahi!”, gemetti).
“Duemila persone in una birreria?”, lo interruppi in tono lagnoso.
“Parlo di una birreria di Monaco, s’intende. Erano così state gettate le basi e seminate le nuove teorie che dovevano definitivamente distruggere il lerciume rappresentato, sino ad allora, da teorie ed opinioni vecchie e per giunta non molto chiare. Era ormai tempo che nascessero energie nuove, capaci di scuotere la pigra e ormai anemica società borghese, di sbarrare il passo alla grande marea marxista e riequilibrare il traballante carro del destino.”
Ero furibonda? Probabilmente sì.
“Carino”, gli dissi. “Questa storia della birreria di Monaco la conosco già. Non sono poi così ingenua. E credo proprio che tu sia cascato male: sappi che i nipotini di Hitler mi fanno ribrezzo, che sopra il mio letto penzola il ritratto del grande Carletto, che se potessi strangolarvi tutti quanti, brutti succhiatori di sangue, neonazisti di merda, lo farei più che volentieri!”
E così dicendo feci per alzarmi e tagliare la corda.
Giusva mi afferrò per un braccio.
“Calma! Calma!”, farfugliò, “non essere troppo precipitosa. Credo che tu abbia travisato già tutto. Vuoi ascoltarmi con più attenzione, per favore?”
Sapevo benissimo di non avere travisato, ma qualcosa mi trattenne ancora. Pensavo al gruppuscolo che avevo tentato a mia volta di fondare due anni prima, la SI.RA (abbreviazione di Sinistra Raffinata). Con lo slogan “Posate d’argento massiccio agli operai” ce l’avevo messa tutta a guadagnare qualche adesione fra i miei compagni di scuola. Avevamo volantinato cinque o sei volte davanti ai cancelli di una fabbrica di posate, ma un giorno la polizia ci aveva menati e così l’entusiasmo aveva cominciato a raffreddarsi, i più assidui avevano avuto dei ripensamenti finché ognuno non si era lasciato assorbire da altri movimenti già pronti e, soprattutto, meglio organizzati. Tanto più che non avevamo una sede, non avevamo saputo inventare nessuna forma di lotta sufficientemente nuova, per quanto ci fossimo scervellati. A ciclostilare eravamo dovuti andare da un sacrestano anarchico, e insomma l’eccessiva precarietà del tutto aveva condotto la maggior parte di noi a dolorosi ripiegamenti interiori. Io, poi, avevo preso a interessarmi di modalità di liberazione più specifiche, e così la mia militanza politica era svanita a poco a poco. Il “personale”, come si diceva allora, era andato facendosi sempre meno politico. Quanto a Cristo, sì, da un canto metteva un sacco di bombe in giro, dall’altro non batteva ciglio quando la polizia, visto che non riusciva ad acchiappare lui, metteva dentro decine di poveracci che non c’entravano niente, e a me la cosa faceva incazzare moltissimo.
“È chiaro che il nuovo partito”, riprese Giusva, “avrebbe potuto sperare di acquistare il peso e l’influenza necessaria a questo titanico combattimento soltanto se fin dal suo nascere avesse fatto accendere nell’animo dei suoi proseliti la certezza di trovarsi di fronte a un’organizzazione che voleva qualcosa di fondamentalmente nuovo, di un partito, insomma, che non fosse un ennesimo tentativo politico.”
“Sono proprio curiosa di sentire con quali fiammiferi riusciste ad accendere gli animi”, buttai là.
Giusva esibiva la tipica faccia liscia di chi vive più di quanto basti all’aria aperta.
“La novità”, riprese “stava nel fatto che, finalmente, non si offriva più al contadino la protezione dell’agricoltura, all’industriale quella dei propri prodotti, al consumatore la difesa degli acquisti, agli insegnanti aumenti di stipendio e ai funzionari l’accrescimento della pensione. Troppo facile fare programmi in cui ciascuno ha la sua parte, tranne poi, il giorno dopo le elezioni, terminato l’ultimo comizio, dimenticarsi di ogni promessa e pensare soltanto al proprio tornaconto. È lotta politica la continua battaglia per conquistare seggi in parlamento, o non piuttosto l’urlo di guerra d’un eroico e anche brutale attacco?”
“Bisogna vedere”, dissi a mia volta, esasperata. “Non sono certo il tipo che considera le rivoluzioni un sistema di esche già predisposte dalla natura per scaricare le pulsioni aggressive.”
(Giusva rimase colpito dalla mia considerazione).
“Tuttavia”, ripresi, “quando si leggono cose tipo l’ultima, che l’America pare voglia bombardare San Marino, ciò che si deduce è che, quando la storia bussa alle porte di un piccolo paese, regolarmente non si tratta che di guai.”
(Giusva rimase profondamente deluso da questa mia seconda considerazione).
“Sì, sì”, insistetti “questi fenomeni di bullismo ci sono sempre stati e non c’è da stupirsi se oggi hanno l’aggravante di presentarsi con etichette politiche.”
“Ma questo non c’entra nulla”, mi rabbuffò l’amico. Effettivamente non c’era alcuna consequenzialità nei miei discorsi, ma poiché mi ero rotta i coglioni di starlo a sentire e di affrontare quel tipo di problemi, parlavo a vanvera, senza preoccuparmi di doverlo confutare o a mia volta convincere. Quello che volevo era che si stancasse e desistesse al più presto.
“Potevamo consentire, a quel punto, che uno stuolo di guerrieri si trasformasse in una semplice associazione per favorire gli interessi parlamentari? Capisci bene che sarebbe stato assolutamente fuori luogo. Decidemmo, nella maniera più ferma, di rifiutare i meschini e i deboli. Per quanto riguardava, invece, la massa dei milioni di individui già in possesso di chiari presentimenti e della capacità di comprensione delle nostre idee, sarebbe stato bene che da essa si fosse levato un uomo. Tale uomo avrebbe dovuto, con vigore incontestabile, assieme alle fluttuanti idee della grande massa, formulare principi ferrei e guidare la lotta per attuarli finché, dalle onde di un mare di idee libere, non si fosse levata la rupe bronzea di un’unità di fede e volontà. Spero che tu riesca a seguirmi… ”
“Fin troppo bene”, risposi straccamente, “ma mi pare che tu abbia scordato una premessa: se non si puntualizza, innanzitutto, la diversità delle razze in relazione alla loro capacità di diventare civili, non si rischia per forza di ricadere nello stesso avvelenamento che, mi par di capire, il vostro gruppo intende combattere?”
Giusva non si rese conto del fatto che lo prendevo per il culo. Mi guardò schiumante di soddisfazione. Fu allora che indovinai, sotto tanta sgominante idiozia, il doppio segno di una disfatta malinconia e di una ossessiva sessualità. (La sessualità, per me, ha sempre avuto una discreta importanza.) “Mi piacerebbe proprio sapere come se la cava a letto”, mi venne fatto di pensare. Il giovane non era malmesso. Forse, nudo, mi sarebbe parso un tantino più savio. C’è sempre qualcosa di buono in ognuno. “Nessun uomo”, recitava lo stereotipo, “è un rottame”. Bastava saper tirare fuori da ciascuno ciò che molti, semplicemente, hanno difficoltà a manifestare.
“Ho un’idea”, gli dissi. “Perché non saliamo da me? Non trovi che potremmo discutere dell’argomento con maggiore profitto di fronte a un piatto di carote calde? Sono una mia specialità.”
Giusva mi spolverò con uno sguardo greve di presagi. La sua mascella volutamente volitiva mi fece capire che voleva. Allora, poiché il suo discorso andava punteggiandosi di folate di desiderio, mi riuscì più facile sopportarlo.
“Certo che sono differenti!”, riprese, mentre ci avviavamo.
“Che cosa, scusa?”
“Le razze, che diamine! Esse hanno un valore maggiore o minore, per questo il nostro gruppo si sente costretto a pretendere, conformemente all’eterna volontà che domina l’universo, da un lato la vittoria del migliore e del più forte, dall’altro la sconfitta del peggiore e del più debole. La natura è aristocratica, altroché! E non sono solo le razze ad avere un diverso valore, ma anche i singoli!… sai che ti sta davvero bene questo abituccio di plastica lilla?… il problema di fondo è cercare, fra le tante, una razza adatta alla civiltà… e tu puoi essere antinazista finché vuoi, ma, a questo punto, sinceramente, te lo grido in faccia: che se tramontasse Ario, portatore di civiltà, non potrebbe sopravvivere alcuna… ”
“Eccoci arrivati, carino, ora tiro fuori la chiave. Soltanto un attimo.”
“Si può forse negare che certi animali preistorici furono costretti a soccombere e sparire definitivamente?”
“È bene che tu sappia”, lo interruppi brusca, “che a me interessa soprattutto una cosa: tu non hai, come dire?, problemi di erezione, vero? Sai, ho un caratteraccio e, se così fosse, faresti meglio a dirmelo subito, perché, dopo, non lo sopporterei. Cioè conto sul fatto che tutto vada come deve andare, mi segui? Scusa se sono franca, ma conviene intendersi fin dal principio.”
“Di erezione?”, fece lui, come non capendo. Si toccò l’attaccatura delle gambe. Parve volermi rassicurare.
“Cerca di seguirmi”, riprese, “si deve distinguere con la massima chiarezza fra lo stato, che è il recipiente, e la razza, che è il contenuto. E questo recipiente ha valore solo se sa contenere e custodire il contenuto, altrimenti non ha senso.”
“Ne sono convinta”, tagliai corto, spingendolo verso l’interno e buttandolo per terra, “ma prima fammi vedere le referenze!”
Gli sbottonai i pantaloni con impazienza, ansiosa di avere qualcosa di turgido su cui riflettere. Sì, era vero, lo stato non era un contenuto, ma una forma. Certo! E chi aveva più voglia di contrariarlo! Nella fretta di mettermi a mio agio, lacerai il tailleurino di plastica lilla.
Giusva cominciava a perdere la bussola.
“Sai che cosa diceva Moltke?”, mi chiese prima di infilarmi la lingua nella toppa.
“No, che cosa?”, bofonchiai io.
“Diceva che col tempo… ahhhh, sì, così! brava, ottimamente!… col tempo solo il capace ha fortuna… abilissima! davvero efficace! dai…dai, così!”
A cosa finita, quando fui certa di averne fruito a sufficienza, lo mollai. Ero già in bagno, ancora fumante, felice. Giusva se ne stava sul tappeto, raggrumato e contorto, incapace di riaversi.
“Ma qui in zona”, gli chiesi sporgendomi un attimo dalla cabina della doccia, chi è il capo? Chi ha in mano le fila del movimento?”
“Non lo conosci”, balbettò lui con voce chioccia. “Forse, un giorno, ti porterò a uno dei nostri raduni. Allora lo vedrai. Ti piacerà. È un genio. Resterai affascinata.”
“Vuoi dire che mi porterai alla birreria di Monaco?”
“No, no, un semplice clubbino qui in zona. Ci troviamo tre volte al mese.”
(“Questa è la mia grande occasione”, pensai. “Diventerò una spia. Ho sempre sognato di diventare una spia. Ho dei numeri per tentare. Questi tracagnotti impazziti sono così ingenui che non sarà difficile infiltrarmi tra loro, raccogliere uno scottante dossier e sputtanarli a dovere, affinché smettano di nuocere. Sono obiettivamente pericolosi.”)
Lo guardai con un senso di pena: così carino, così imbecille.
“Abbiamo fatto tardi”, gli dissi, mettendogli una carota calda in mano e accompagnandolo alla porta. “Dobbiamo assolutamente lasciarci. Ho un bel po’ di faccende da sistemare. Con molto dolore, quindi, devo congedarti. Ma sai dove abito. Viemmi a trovare, qualche volta.”
Giusva sparì nella tromba delle scale.
Fumai una sigaretta lunga, mi provai un cappello di cuoio, mi sdraiai sul tappeto, rilassata e nutrente fiducia. Altro che alitosi, polveri per tener pulita la dentiera, addome flatulento. Ero proprio un fiore di ragazza, ci sapevo fare, accalappiavo chi mi pareva. Mi ero già, rapidamente, ripresa dalla crisi di sconforto procuratami da Cristo. Si trattava, adesso, di fissare qualche punto fermo nella gran confusione.

* * *

Al club, mi sedetti nelle ultime file. Giusva mi faceva periodicamente l’occhiolino. Si era fatto tagliare di nuovo i capelli e aveva ormai sfumature così alte, sopra le orecchie, da somigliare a un coyote. Un grosso signore dal naso porcino, dietro il tavolo centrale, prese la parola:
“L’ordinamento delle nostre schiere di disciplina”, disse “ci pone ormai di fronte a un dilemma molto importante. Fino a oggi il movimento non ha avuto distintivi, né vessilli di partito. Ma l’essere privi di questi simboli, se è svantaggioso anche per il presente, è addirittura insostenibile per il futuro. I danni consistono specialmente in questo, che i componenti del partito non hanno un segno esteriore manifestante la loro adesione al nostro movimento. Per l’avvenire non si potrà più ammettere, quindi, la mancanza di un simbolo della nostra opera, che possa contrapporsi come tale all’Internazionale. Io, già da giovane, ebbi modo di riconoscere e di capire il valore psicologico d’un tale segno.”
Un boato d’applausi lo sommerse. Quanto a me, non credevo alle mie orecchie. Giusva gongolava e mi rifece l’occhiolino. “Dove sono capitata?”, mi chiesi. Quell’uomo era pazzo, come tutti gli altri che affollavano la birreria. “È chiaro”, riprese il porcello, “che il nuovo vessillo non dovrà essere soltanto il segno esteriore della nostra battaglia, ma procurare anche una forte impressione negli affissi, nei manifesti eccetera. Chi ha contatti con la folla sa che queste cose apparentemente superficiali o di poco conto hanno un valore fondamentale. Un dentista di Gualdo Tadino ci ha inviato un disegno niente male, che ha, però, un’imperfezione: si tratta di una croce uncinata, che di per sé andrebbe benissimo, non fosse che l’uncino è curvo e la croce inserita in un cerchio bianco. Secondo me bisognerebbe riconsiderare il rapporto fra l’ampiezza del vessillo e quella del disco bianco, ammesso che bianco debba essere.”
In quel preciso momento mi balenò un’idea.
Una bomba!
No, non una bomba di idea, ma una vera e propria bomba. Sarei tornata con un fagottino che avrei poi abbandonato nella sala prima di sgattaiolare via. Sì, era ora di riprendere un minimo di iniziativa politica. Non si poteva lasciar proliferare gruppi di criminali esaltati disposti a tutto.
Tornammo a casa a notte alta.
Giusva aveva la bava agli angoli della bocca.
“Straordinario!”, continuava a commentare, fregandosi le mani. “Che ne pensi?”
“Penso che (‘tu sia un gran coglione’, avrei voluto dire, ma mi trattenni)… certamente, abbiate un bel po’ d’entusiasmo, tuttavia la realtà è molto complessa, bisogna essere prudenti, saperci fare, mirare giusto, scrollarsi di dosso quella patina di… déjà-vu… che mi è parso di cogliere nell’impostazione complessiva del vostro movimento.”
La mia risposta parve soddisfarlo.
L’idea della bomba mi faceva fremere di piacere.
Intanto gli proposi di salire di nuovo da me. Visto che avrei presto reciso ogni legame con quell’essere truce e smarrito, tanto valeva cavarne i pochi vantaggi.
“No, io non penso che un uomo che non sia in stato di erezione sia inutile”, gli dissi più tardi, quando fece cilecca, “tuttavia debbo congedarti, mi sento nervosa e desidero starmene un poco da sola, a riflettere.”
Giusva filò via mogio mogio, con la sua sfumatura alta. (“E vedi di infilarti la croce uncinata nel culo”, avrei voluto aggiungere, ma mi trattenni). Appena se ne fu andato mi aggrappai al telefono. Cercai di contattare i vecchi compagni della SI.RA.
“Vedi”, disse il primo, “adesso ho questo posto in banca, ho famiglia, non ho più tempo. E poi le masse mi hanno deluso. Mi sento ferito. Non è più come allora.”
“Capisco”, borbottai. E sbattei giù la cornetta.
Il secondo tentativo non fu più fortunato.
“Ho altre tensioni, ormai. Sto partendo per l’India, cerca di capire. Sono altre dimensioni.”
Dio, che riflusso! A nessuno fregava più un cazzo di niente.
“Ma qua”, gridavo al telefono, “se non stiamo attenti, presto ci troveremo costretti ad organizzare clandestinamente la lotta! E sottolineo ‘clandestinamente’.”
“La lotta?”, rispondevano smarriti.
Erano tutti reticenti, trasognati, contraddittori.
“Bisogna prestarsi agli altri, darsi solo a se stessi”, pontificò un ultimo.
Allora mi sentii disperata, ma strinsi le guance. Dovevo procurarmi una bomba, c’era poco da fare.
Mi gettai addosso un vecchio cappotto di coniglio e uscii.
“Se solo trovassi i vecchi appunti”, mi ripetevo, “potrei costruirmelo da sola, un cazzo di bomba. Una bomba magari un po’ rudimentale… ma è il pensiero che conta!”.
Chissà dov’era finito il mio quaderno di appunti di un tempo. Probabilmente lo avevo distrutto, data la particolarità dei contenuti.
Furono due settimane di dura ricerca. Stavo, ormai, per darmi per vinta, quando mi viene in mente il sacrestano. Certo! E che diamine! Come non averci pensato prima?
Ricordate il sacrestano anarchico che soleva prestarci il ciclostile al tempo della SI.RA?
Svicolai a slalom per tutta la città.
Era sera tardi.
Andai a bussare alla sua casupola.
Il sacrestano ci mise un bel po’ ad affacciarsi, e ancora di più a decidersi ad aprirmi. L’uomo era male in arnese, invecchiato, barba incolta. Tuttavia mi ascoltò con interesse.
“Tu sei molto giovane”, sospirava di tanto in tanto, “devi riflettere bene su quello che fai.”
“So quello che voglio!”, ribattevo con fermezza.
Parlammo per ore. Parlammo della Cina, della Russia, del Sud America, del grande riflusso internazionale, della possibilità di riscatto, del revisionismo. Poi vennero fuori alcuni problemi personali, suoi e miei, la fatica di vivere, il rincaro dei prezzi, gli acciacchi della vecchiaia, la volgarità di certi ragazzi, la solitudine, l’impossibilità di avere una vita sessuale serena (“Pensa”, mi confidò, “mi ero illuso che con l’avanzare dell’età… hai presente la storia della pace dei sensi? Non è per niente vera. Eppure la gente ci crede. E a me non resta che farmi le seghe, come quand’ero bambino. Squallore, miseria!”)… E poi di nuovo la Cina, la Russia. E San Marino.
“Non mi stupirei che l’America si mettesse a bombardare San Marino”, dissi.
Mi offrì del vino da messa.
Mi ripeté di stare calma, di agire con il massimo autocontrollo e di ripassare la domenica successiva, verso le ventitré, perché, molto probabilmente, la bomba me l’avrebbe procurata. Così ci lasciammo.
Tornai a casa esausta, ma felice.

La telefonata di Giusva non tardò a giungere.
“Mi sento solo. Mi sento solo come un cane”, si lagnò. Trasse un profondo respiro e aggiunse: “E non auguro a nessuno di sentirsi come me in questo momento”.
Gli dissi che sì, che quello della solitudine era uno dei tempi più assertivi che si conoscano, e che, se voleva, poteva venirmi a trovare.
Giusva apparve con la sfumatura dei capelli così alta da sembrare totalmente calvo. Aveva in mano un disco.
“Maledetti rossi!”, imprecò. “Guarda che cosa sono arrivati a fare!”
Mi mostrò il disco.
“Lo conosco”, sbadigliai. “Non è Maestranze Crucciate? La musica è divertente. Certo, il testo può dare fastidio.”
“Fastidio? Luridi materialisti di merda!”
“Via, non mi pare il caso di farsi venire un travaso di bile per così poco. Siediti da qualche parte. Siedi dove vuoi. Finisco di liberare il tavolo e sono da te.”
“Sai”, mi confessò, “io credo un po’ alla magia, alle cose che sembrano venirti incontro, alle persone che sembrano averti aspettato… ”
(“Ci risiamo!”, mi dissi. “Questo comincia a mettere giù un sacco di merda”).
Lo lasciai dire.
Era molto infelice.
“Credi, non so come sia potuto accadere, la volta scorsa. Non mi era mai successo prima, te lo giuro. Il fatto è che, quando sono con te, mi prende… una sorta di ansia.”
“Vuoi che facciamo il budino?”, gli chiesi. (Adoro osservare la materia che si rapprende con grazia ineguale). Non mi importava più che, ora, fosse anche fisicamente reticente. Piccolo idiota. Non pensavo che alla bomba.
“Vuoi dei biscotti, intanto? Guarda, sono a forma di croce. Non uncinata, purtroppo, ma comunque squisiti. C’è chi li trova, con pari esagerazione, immangiabili, ma tant’è. Assaggiane uno.”
Visto che Giusva taceva, tentavo di reggere da sola la conversazione.
“Sai che, probabilmente, mi tingerò i capelli color scorza di cipolla? Pensi che potranno piacerti?”
E ancora:
“Dov’è finito quel tuo camiciotto in tela da vele che ti stava niente male?”
Giusva era proprio uno strazio.
“Vedi”, gli dissi accarezzandogli la sfumatura, “anche se per onestà devo confessarti che non mi piace sentire parlare di ‘grande amore’, sappi che trovo comunque vantaggiose certe sensazioni anche sul piano di una fugace, disimpegnata simpatia. A proposito… quando ci sarà un nuovo raduno? La cosa comincia ad acchiapparmi. Trovo che alcune vostre posizioni siano interessanti. Sta di fatto, poi, che la realtà, così com’è, è sempre meno accettabile, va modificata. Va assolutamente modificata. Un altro mondo è possibile. E tu hai ragione. Qua vogliono addirittura farci ballare, ormai, al ritmo di Maestranze Crucciate. Roba da matti! Bisogna reagire. Bisogna unirsi. Fare qualcosa.”
Giusva, che masticava tristemente un biscotto, parve illuminarsi.
“Domenica”, annunciò, “domenica a mezzanotte ci sarà una nuova riunione importante. Andremo insieme.”
(“Mezzanotte?”, ripetei preoccupata fra me e me. “Cristo! Solo un’ora prima avrò l’appuntamento con l’anarchico. Ma devo farcela, devo assolutamente farcela!”)
“La rivoluzione, contrariamente a quel che si crede, non nasce mai nelle classi proletarie!”, affermò Giusva, pallido come una bacca di gelso, la bocca acerba da zitella.
“Il budino è pronto”, squittii trionfante. “ Mi piace farlo. Adoro osservare la materia che si rapprende con grazia ineguale.”
“Una razza forte scaccerà le deboli, perché lo slancio vitale nella sua forma definitiva abbatterà le assurde barriere della cosiddetta umanità degli individui per l’umanità della natura, la quale distrugge il debole per dare il suo posto al forte!”
“Ne sono convinta”, sospirai, infilandomi un po’ di budino in gola.
“Credi che riuscirai, stasera, se proviamo?”, aggiunsi, ricca di intenzioni.
“Non lo so”, fece lui. “Mi sento condizionato dall’episodio dell’ultima volta.”
“Allora non importa”, lo rassicurai. “Possiamo limitarci a parlare. E così dicendo spalancai delusa la bocca in un enorme sbadiglio.
“Tu sei molto buona”, mormorò con occhi riconoscenti.
“Buona? Sì, a volte, non sempre.”
“Mi piacerebbe sapere cosa pensi di me”, aggiunse.
(“Penso che tu sia un gran coglione”, avrei voluto dirgli, ma mi trattenni. “Non sei nemmeno capace di stare su bello diritto in erezione.”)
“Cosa vuoi che pensi? Ti conosco poco”, blaterai invece. “… sei un ragazzo simpatico, impegnato. Sai, la tua generazione mi fa un po’ paura. Questi nuovi giovani, questa generazione montante, mi dà l’idea di non sapere bene quello che vuole. E non tutti sono preparati, consapevoli. Si vivacchia. C’è una gran confusione in giro. E molta approssimazione. La follìa dilaga. Uno dice ‘giovani’ e subito si pensa a bellezza, sensualità, entusiasmo, partecipazione, giustizia, verità. Ma la costellazione è opposta e negativa: egoismo, presunzione, incapacità. (‘Tu, poi, sei il più coglione di tutti’, avrei voluto dettagliare, ma mi trattenni)… E tu che cosa pensi di me?”, chiesi a mia volta (ma la sua risposta non mi interessava per niente).
“Vedi… prima o poi te lo dirò. Sei in gamba. Fin dal primo momento… ”
“Vuoi dell’altro budino?”, lo interruppi furbesca.
“Grazie, ancora un po’.”
“In ogni caso, ora sono un po’ stanca. E con molto dolore devo lasciarti. Ho della corrispondenza urgente da sbrigare. Vorrei farmi anche una doccia, e filare presto a nanna.” Così dicendo lo spinsi verso la porta.
“Vengo a prenderti domenica sera”, disse, rotolando giù per le scale.
“No, ci vediamo davanti al circolo prima di mezzanotte. Okay?”
“Se preferisci. Buonanotte, allora!”
“Ciao, piccolino, ciao.” E agitando alcune dita della mano rientrai nel portone.

Volete sapere come finì?
Be’, per farla breve, ecco che viene la domenica sera. Sono lì che corro corro col mio fagottino, ma quando arrivo… il locale è già saltato. Vi ricordate di Cristo? Quello che metteva bombe dappertutto? Era arrivato prima di me. Ironia della sorte.
Lo blocco mentre scappa, bianco di paura.
“Guarda guarda!”, gli dico sorpresa.
“Cristo!”, esclama lui. “Ancora tu, con quel tuo alito pestilenziale?”
“Che memoria!”, mi complimentai. “A proposito, sai che cos’ho in questo fagotto?”
“No, naturalmente.”
“Qualcosa che desidero… lanciarti addosso!”
Ma la polizia stava arrivando. Non c’era più tempo.
“Scappa, scappa!”
Lanciai il mio pacchetto contro i pulotti.
La detonazione mi parve tremenda.
Fumo, polvere, macerie.
“È la mia prima bomba!”, farfugliai.
Ero emozionata.
Cristo mi tese la mano.
“Addio, compagna. Ora devo proprio scappare.”
Scappai anch’io, ma in un’altra direzione.
La nostra storia era finita davvero.
Non lo rividi mai più.

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