di Raúl Isaías Baduel (traduzione di Irene Caporale)

MuchachasChavistas2.jpg[Mentre continuano a ritmo quasi quotidiano le diffamazioni del presidente del Venezuela Hugo Chávez, e mentre Il Corriere della Sera giunge a dedicare un’intera pagina all’ “idea balorda” di spostare di mezz’ora l’ora ufficiale venezuelana, dimostrando la più crassa ignoranza (condivisa dalla totalità dei nostri media) (1), conviene interrogarsi su cosa sia quel “socialismo del XXI secolo” di cui parla Chávez. Proponiamo a questo fine il discorso pronunciato dal generale Raúl Isaías Baduel, già ministro della difesa e capo delle forze armate, il 18 luglio 2007, alla fine del suo mandato. Alcuni giornali lo hanno menzionato, interpretandolo — convinti come sono che Chávez intenda imporre un modello castrista — nel senso che Baduel avesse intenzione di prendere le distanze dal suo presidente. In realtà Chávez la pensa esattamente alla stessa maniera, come dimostra la sua intervista alla giornalista uruguaiana Raquel Daruech, visibile qui.

Rimando a una nota finale altre considerazioni. In realtà, la polemica di Baduel era rivolta alle ali del futuro PSUV (Partito socialista unito del Venezuela: NON “PARTITO UNICO”, bensì tentativo di riunire il frastagliato arcipelago politico che appoggia Chávez alle elezioni) che professano un marxismo troppo dogmatico.
Non meraviglino i frequenti richiami religiosi, tipici dello stesso presidente. Caracas ha ospitato, due settimane fa, il congresso continentale della Teologia della Liberazione.
Altre considerazioni in una nota in coda.] (V.E.)

Discorso del Generale Raúl Isaías Baduel, capo dell’esercito
Ministro del Potere Popolare per la Difesa alla fine del mandato. 18 Luglio 2007

Voglio iniziare ringraziando dal profondo dell’animo innanzitutto Dio Onnipotente ed Eterno, per avermi concesso il privilegio di servirlo da questa mia posizione, con la protezione della sua potentissima mano, e a tutte le persone che col loro appoggio, lavoro, dedizione e reciprocità mi hanno aiutato a terminare felicemente la gestione del mio incarico nel Ministero.

Ringrazio il Signor Presidente della fiducia che mi ha dato nell’assegnarmi questa responsabilità: a lei vanno tutta la mia amicizia e il mio affetto.

Meritano una speciale menzione i miei diretti compagni d’armi, che hanno costruito attorno a me un gruppo davvero importante, senza il quale il successo del nostro lavoro quotidiano sarebbe stato impossibile: a loro la mia eterna gratitudine ed amicizia, qualunque sia la trincea che si occuperà.

Oggi, per volontà dell’Altissimo, alla quale mi dono mansuetamente, mi sostituisce il Generale Capo Gustavo Rangel Briceño, compagno e amico, del quale conosco, tra le altre virtù, i saldi principi religiosi, che gli saranno di solido supporto durante il suo incarico. A lei i miei migliori auguri, e che Dio la guidi ed illumini in tutte le decisioni.

Ho avuto l’onore di esercitare l’incarico di Ministro del Potere Popolare per la Difesa, posizione che obbliga chiunque lo occupi, per principio e per legge, a mostrare il proprio pensiero sull’esercizio della direzione degli uomini e sulla strategia politica dello Stato, con la mente al futuro, affinché il cittadino della nostra Nazione, che oggi vive un inedito periodo di transizione politica, conosca la professionalità delle sue azioni, e di conseguenza possa finalmente riposarsi e rilassarsi, come gli è dovuto, al vedere la predisposizione del capo militare per il carattere istituzionale dello Stato venezuelano, conservando la disciplina, l’ubbidienza e la subordinazione, pilastri fondamentali della nostra istituzione, con l’aiuto dell’esempio e della perseveranza dei valori degli appartenenti ad essa..

Quando dico che ci troviamo in un periodo di transizione politica, che sta attraversando la nostra Nazione nel campo politico e sociale mi riferisco, tra altre cose, al processo di costruzione di un nuovo modello politico, economico e sociale che abbiamo chiamato Socialismo del XXI Secolo.

Il termine Socialismo purtroppo non ha un significato uniforme e omogeneo per tutti, e di qui vengono l’incertezza e l’inquietudine generate in alcuni settori della vita nazionale non appena è menzionato. La convocazione del Signor Presidente Hugo Chávez per la costruzione del Socialismo del XXI Secolo implica la necessità imperiosa e urgente di formalizzare un modello teorico proprio e autoctono del Socialismo che si accordi con il nostro contesto storico, sociale, culturale e politico. Bisogna ammettere che questo modello, fino ad oggi, non esiste ancora né è mai stato formulato, e reputo che, finché sarà così, persisterà l’incertezza in alcuni dei nostri gruppi sociali.

Come ho già detto altrove, dobbiamo sì “inventarci” il Socialismo del XXI Secolo, ma non in maniera disordinata e caotica, bensì avvalendoci degli strumenti e dei riferimenti che ci da’ la scienza.

Nella puntata di Aló Presidente del 27 Marzo 2005, il Signor Presidente Chávez indicò che “il Socialismo del Venezuela si costruirà in accordo con le idee originali di Karl Marx e Friedrich Engels”. Ribadendo quanto detto in un’altra occasione, se la base per il Socialismo del XXI Secolo è una teoria scientifica al pari di quelle di Marx ed Engels, quello che ci costruiremo sopra non deve essere da meno, per non rischiare che la struttura costruita sia come una capanna costruita sulle fondamenta di un grattacielo.

Ultimamente alcuni teorici, che desiderano dare il loro apporto alla costruzione di un modello socialista venezuelano, hanno parlato largamente di quanto poco conveniente sarebbe ripetere gli errori commessi dai cosiddetti paesi del “socialismo reale”, tra i quali l’ex Unione Sovietica. Ritengo comunque che gli errori che questi teorici segnalano rimangano esclusivamente legati alle falle dell’ordine politico del modello sovietico, come per esempio la relazione tra il partito rivoluzionario e lo Stato e quella tra il partito rivoluzionario e il popolo, o nel pericolo di commettere gli errori del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che si è presto trasformato in un’organizzazione che ha sostituito e spiazzato la società, e che ha finito per essere manipolata dal Comitato Centrale del partito.

Nell’ordine politico, il nostro modello di socialismo deve essere profondamente democratico. Deve chiarire, una volta per tutte, che un regime di origine socialista non è incompatibile con un sistema politico profondamente democratico, con contrappesi e divisioni di potere. È da questo punto di vista, credo, che dovremmo allontanarci dalla ortodossia marxista, che ritiene che la divisione dei poteri nella democrazia sia solo uno strumento della dominazione borghese. Come ha già detto il nostro Presidente Hugo Chávez in un’intervista concessa a Manuel Cabieses, direttore della rivista Punto Final, “uno dei fattori determinanti nella linea politica del Socialismo del XXI Secolo deve essere la democrazia partecipativa e protagonista. Il Potere Popolare. Bisogna concentrare tutto sul popolo, il partito deve essere subordinato al popolo, non il contrario”.

Di certo non sono solo gli errori politici a dover essere considerati. Non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: il socialismo è, in senso stretto, un sistema di produzione economica, tanto quanto il capitalismo, che deve sostituire, è anche esso un sistema di produzione economica. Anche nei paesi dove il socialismo era reale sono stati commessi errori di tipo economico. Bisogna stare in guardia anche nei confronti di questi errori, per non ripeterli. Gli errori economici di questi paesi del socialismo reale, come l’URSS, includono l’insufficiente ge-nerazione di ricchezza, considerato che nonostante l’aver raggiunto un’industrializzazione molto rapida, l’avere un’economia pianificata centralmente e i piani quinquennali, l’economia sovietica non poté essere redditizia, non poté generare la ricchezza necessaria per mantenere il suo popolo in maniera confortevole. Uno dei più grandi paradossi dell’economia sovietica si riflette nel fatto che questa nazione arrivò a dipendere dall’importazione del grano, proveniente proprio dal suo acerrimo nemico durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti D’America, per poter alimentare il suo popolo; come esempio di ciò abbiamo il fatto che nel 1979 il governo nordamericano inviò all’Unione Sovietica 25 milioni di tonnellate di mais e grano. L’URRS non poté fare il passo definitivo in avanti per raggiungere i livelli di efficacia, nella generazione della ricchezza, dei suoi competitori capitalisti, nonostante avesse fatto grandi progressi nei campi del sociale, dell’istruzione, dello sport, della salute, dell’arte, ecc… Di certo non vogliamo ripetere anche noi questi errori.

Non possiamo permettere che il nostro sistema si trasformi in un Capitalismo di Stato, dove lo Stato sia l’unico padrone dei grandi mezzi di produzione. Si può rischiare di commettere l’errore di chiamarsi socialista e in realtà praticare un capitalismo di Stato. Durante un periodo conosciuto come comunismo di guerra, l’URRS, nonostante si chiamasse ancora Repubblica Socialista, praticò il Capitalismo di Stato per mano dello stesso Lenin. In quei tempi, dal 1921 al 1927, tappa storica conosciuta come la “Nuova Politica Economica”, tali azioni furono giustificate con il comunismo di guerra, e portarono alla rivolta di Kronstadt e ad altri accadimenti che quasi superarono quelli della Rivoluzione d’Ottobre. Questo periodo di comuni-smo di guerra che si estese dal 1917 al 1921, fu caratterizzato soprattutto dall’insuccesso nell’agricoltura e nell’attività industriale. La politica di nazionalizzazione totale delle imprese agricole, industriali e commerciali creò, tra il governo e il popolo, gravi malintesi e un’insoddisfazione generale che sfociarono nell’anarchia, nella fame e nella ribellione anticomunista. I prezzi subirono un rialzo verticale, mentre la produzione calava vor-ticosamente, la moneta si svalutava e smetteva di essere un normale mezzo di scambio. La produzione agricola era ridotta ad una terzo di quello che era stata nel 1913, quella industriale al 13% e il traffico ferroviario al 12%. Nel 1921 5 milioni di persone morivano di fame, in Unione Sovietica.

Il comunismo di guerra ci ha insegnato che non si possono installare cambi radicali nel sistema economico; non si può decidere l’abolizione a tutti i costi della proprietà privata e la socializzazione brutale dei mezzi di produzione senza che ciò si ripercuota negativamente nella produzione di beni e servizi e senza che allo stesso tempo si generi uno scontento generale nel popolo. Lenin coniò il termine “Capitalismo di Stato” per riferirsi a ciò che egli considerava essere una fase di transizione ideale tra il capitalismo e il socialismo. Questo significò, per un periodo di 7 anni, la convivenza del capitalismo e del socialismo. Si permise la proprietà privata di piccoli o medi mezzi di produzione, ma indubbiamente lo Stato riservò quelli grandi per sé. La banca rimase nazionalizzata, ma il commercio fu messo in mano ai privati e si permise la vendita di prodotti ai prezzi fissati dal mercato.

Uno dei maggiori fascini del socialismo classico è sempre stato l’immagine sottintesa di una divi-sione più equa delle ricchezze, rispetto all’ordine capitalista, dove le disuguaglianze sono all’ordine del giorno. Non dobbiamo dimenticarci, però, di qualcosa che spesso riteniamo ovvia, forse perché estremamente evidente: le ricchezze, prima di essere divise, devono essere generate. Non si può distribuire qualcosa che non esiste, questa formula ancora non è stata inventata. Il modello di socialismo che costruiremo deve essere tale da mostrarci il cammino socialista verso un’iniziale produzione e generazione delle risorse, e poi la possibilità di una di-stribuzione equa delle stesse tra quelli che le hanno generate, o come direbbe Marx “ad ognuno secondo le sue capacità, e ad ognuno secondo le sue necessità”. Per far sì che il modello socialista che ci prefiggiamo abbia successo, questo deve far trovare a noi venezuelani il modo di essere più produttivi.

In passato, durante la IV Repubblica, i governi impiegavano la ricchezza eccessiva generata dal boom del petrolio per finanziare qualsiasi tipo di aiuti economici e sussidi. Numerosi venezuelani arrivarono a dipendere letteralmente da questi aiuti ufficiali. Invece di insegnare al popolo a produrre ricchezza grazie al lavoro e allo sforzo, gli si insegnò a chiedere aiuto al governo di turno. Quando il boom del petrolio terminò, lo Stato si trovò immediatamente senza fondi per il sostentamento dell’economia nazionale. Fu allora che il Paese entrò in crisi, la peggiore di tutta la storia del Venezuela. Il nostro modello di socialismo deve evitare la ripetizione di questi errori. Dobbiamo imparare dagli errori compiuti negli ultimi quattro decenni ed evitare di ripeterli.

Visto che la convocazione del nostro Presidente a costruire ed inventare il Socialismo del XXI Secolo è stata accompagnata da alcune linee direttrici, come il fatto che il nostro modello debba essere profondamente cristiano e basato sulle idee di Giustizia Sociale di Cristo Redentore, credo sia pertinente citare un passaggio del Vangelo che bene illustra quello che Nostro Signore Gesù pensava a proposito della produzione e distribuzione della ricchezza. È la famosa parabola dei talenti che si trova nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30. Dice Gesù:

“Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro.”

Qui Gesù Cristo va apertamente contro il concetto assolutista della proprietà che a quei tempi era fonte di privazione per molti e che tuttora alcuni continuano a sostenere: ognuno può fare con le sue proprietà quello che vuole; questo, secondo nostro Signore Gesù, è contraddetto immediatamente dall’obbligazione di doverne rendere conto, secondo l’uso dei beni morali, intellettuali e materiali. E la resa dei conti implica un castigo molto duro. Il Vangelo continua dicendo: “Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.”

Le esigenze erano calcolate secondo le capacità di ognuno. Ad ognuno venne assegnato un numero equo di talenti. Ad ognuno secondo i beni che aveva ricevuto. Non si poteva pretendere lo stesso rendiconto di colui che aveva ricevuto 5 da quello che aveva ricevuto 2. Gli obblighi degli esseri umani non sono equiparabili, le nostre responsabilità, seppure della stessa natura, non sono uguali per tutti. A chi verrà dato molto, verrà chiesto molto in cambio.

Infine Gesù condanna, in questo Vangelo, in maniera molto chiara, l’accumulo delle ricchezze: “Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.”

A colui che venne dato poco, venne chiesto poco. Se però egli non compie neanche quel poco, lo aspettano “le tenebre”. L’inferno è, nel Vangelo, il castigo inesorabile per coloro che, pur avendo le possibilità, non producono; per coloro che nonostante abbiano l’attitudine, non la usano; per coloro che, essendo poveri perché gli è stato dato poco, non utilizzano il poco che hanno per il bene di tutti.

Per poter raggiungere la meta del generare la ricchezza in maniera differente dal modello capitalista, il nostro socialismo deve “fare popolo”, giacché, come disse il maestro Simón Rodríguez: “Non ci può essere repubblica senza popolo”. Per fare il popolo Simón Rodríguez suggeriva l’implementazione di ciò che chiamava, in modo alquanto visionario, “Educazione Sociale”. Affermava il maestro Simón Rodríguez nel 1828:

“I costumi formati dall’Educazione Sociale producono un’autorità pubblica, non un’autorità personale; un’autorità sostenuta dalla volontà di tutti, non di uno solo, convertita in Autorità o in altro modo, l’autorità si forma nell’educazione, perché educare è creare volontà. Si sviluppa nei costumi, che sono effetti necessari dell’educazione, e ritorna all’educazione per la tendenza degli effetti a riprodurre l’autorità. E’ una circolazione dello spirito di Unione tra soci, come lo è quella del sangue nel corpo di ogni individuo associato, ma la circolazione inizia con la vita”.

Il nostro modello socialista deve chiudere con la brutta abitudine del passato di insegnare al popolo solo diritti e nessun dovere. Il nostro modello Socialista deve insegnare al popolo quello che deve fare per ottenere ciò che non ha. Il nostro modello Socialista deve insegnare al popolo che le cose non appaiono per magia, ma che si deve ottenerle con lo sforzo ed il lavoro. Questo è il compito della vera educazione sociale: deve permettere di formare il repubblicano di cui abbiamo bisogno per ottenere tutto il potenziale del quale è capace questa terra venezuelana di grazia, tanto amata, tanto benedetta e protetta da Dio.

In questo senso, la Forza Armata può essere di grande aiuto alla costruzione del modello, giacché nell’istituzione armata l’equazione è sempre stata quella inversa, visto che abbiamo appreso e messo in pratica l’insegnamento che i nostri doveri sono di primissima importanza. Il compimento dei doveri è uno dei maggiori motivi di ponderatezza nella vita del soldato. Potremmo addirittura affermare che negli ultimi anni, e con l’approvazione popolare della Costituzione del 1999, i nostri doveri e responsabilità sono aumentati, in quanto oltre a quelli tradizionali inerenti alla sicurezza e difesa della nazione e alla cooperazione nel mantenimento dell’ordine nazionale, si è aggiunta la partecipazione attiva delle Forze Armate allo sviluppo della Nazione. Abbiamo portato a compimento quest’ultima missione in maniera fedele e definitiva, ed è un onore per l’istituzione armata il fatto di essere stata considerata per portarla a termine; tuttavia, riteniamo necessario un affinamento degli strumenti legali che la regolano, e speriamo che venga permesso alla FAN di poter partecipare a queste migliorie con maggior efficienza amministrativa, operativa e finanziaria.

Il popolo venezuelano ha dato ai militari un compito chiaro nell’articolo 328 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela; il popolo venezuelano ci ha dato, parlando in termini militari, “una finalità”, “un motivo”, che si traduce nel garantire l’indipendenza e la sovranità della nazione, e nell’assicurare l’integrità dello spazio geografico. Il popolo venezuelano ci ha dato anche un “come”, attraverso l’esercizio di tre missioni fondamentali: la difesa militare, la cooperazione nel mantenimento dell’ordine interno e la partecipazione attiva allo sviluppo nazionale.

Sono tre missioni che devono essere in perfetto equilibrio dinamico, e da esse si evince che il popolo venezuelano ci ha assegnato il compito di custodire le armi della Repubblica per difendere i suoi interessi ed amministrare la violenza legale e legittima dello Stato. Tuttavia, più che amministratori della violenza, dobbiamo diffondere e mantenere la pace, generare il conforto e costruire il giusto sentiero verso lo sviluppo del popolo stesso.

Invoco le parole pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II il Grande, il Pellegrino della Pace, di felice e incancellabile memoria: “In un clima dilatato di concordia e rispetto della giustizia può maturare un’autentica cultura della pace, capace di estendersi alla comunità internazionale” (Discorso pronunciato al Corpo Diplomatico, Gennaio 1997).

E navigando nelle pagine del II Concilio Vaticano, nella Gaudium et Spest (allegria e speranza), cito: “La pace non è la mera assenza di guerra, né si riduce al solo equilibrio della forza avversaria, bensì è il frutto dell’ordine piantato nella società umana dal suo divino fondatore e che gli uomini assetati di una giustizia perfetta dovranno portare a termine”.

La Forza Armata Nazionale deve essere uno strumento di potere per la democrazia politica, la pace e lo sviluppo, la cui attuazione sta nella sfida lanciata dalla volontà nazionale e la leadership, con mire alla rivendicazione delle istituzioni e dei procedimenti a favore del collettivo nazionale.

Da ora in poi si impone, a questo umile soldato della fanteria paracadutista, un tempo di riflessione.

Questi sono i sette principi che vigono nel codice di Bushido, la guida morale della maggioranza dei Samurai. Siate fedeli ad essi e il vostro onore crescerà. Rompete il codice e il vostro nome sarà infamato dalle generazioni a venire:

1. Gi — Onore e giustizia. Sii onorevole nelle trattative con tutti. Credi nella giustizia
2. Yu — Valore eroico. Alzati al di sopra della massa di gente che teme l’azione. Nascondersi come la tartaruga nel suo guscio non è vivere. Il coraggio eroico non è cieco. È intelligente e forte. Sostituisci la paura con il rispetto e la precauzione.
3. Jin — Compassione. Sviluppa un potere che verrà usato per il bene di tutti. Aiuta i tuoi simili quando ti si presenta la possibilità. Se non si presenta, vai a cercarla.
4. Rei — Cortesia. Un Samurai è cortese anche con i suoi avversari. Riceve rispetto non solo per la sua fierezza, ma anche per il suo modo di trattare gli altri. L’autentica forza interiore del Samurai si vede nei tempi difficili.
5. Meyo — Onore. Le decisioni che prendi e il modo in cui le porti a termine sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nascondere te stesso.
6. Makoto — Sincerità Assoluta. Quando un samurai dice che farà qualcosa, è come se fosse già fatta. Il semplice fatto di parlare ha messo in funzione l’azione. Parlare e fare sono la stessa cosa.
7. Chugo — Dovere e Lealtà — Le parole di un uomo sono come le sue impronte: può seguirle ovunque egli voglia andare.

Che Yahvé, Elhoim degli Eserciti, Supremo creatore di tutte le cose, benedica e protegga per sempre la Repubblica Bolivariana del Venezuela.

1) Venerdì della settimana scorsa, nella trasmissione di Radio Rai Due Trame, il conduttore Favetto ha ironizzato su Chávez che vorrebbe “adeguare il tempo ai suoi desideri, come tutti i dittatori”. Riecheggiava, ahimè, parole in libertà di Massimo Cacciari. Il giorno prima, il conduttore con gravi deficit di cultura de Il cammello di Radio Due aveva detto, all’incirca: “Avete sentito di Chávez? Vuole spostare di mezz’ora l’ora legale! Per cui qua sono le 19,30, là le 20!” (!!!!!!! Testuale, lo giuro!).
Mezzi cretini a parte, la risposta migliore è venuta dal blog raccomandabile di Gennaro Carotenuto. Riassumo. Sono numerosi i paesi situati ai tropici che spostano di mezz’ora il tempo assegnato loro dai cartografi britannici dell’Ottocento. Non si tratta di “ora legale”, che là non può esistere: le giornate sono più o meno uguali. Si tratta invece di sfruttare al meglio la luce. E non per fare lavorare di più, come insinua Il Corriere della Sera. Uno degli articoli della nuova costituzione venezuelana che meno garbano al suo vicedirettore, l’ex picista Pierluigi Battista, è quello che fissa la settimana lavorativa in 36 ore. Per tutti e ovunque. Dio ci guardi dagli ex, dai post e dai pentiti del “socialismo reale”. Hanno conservato la mentalità di prima (insinuare, calunniare, mentire, stravolgere, specie nei riguardi del “nemico a sinistra”) al servizio di una diversa ideologia.

LA NOTA IN CODA

Certo il “socialismo del XXI secolo” proposto dal Venezuela è ancora tutto da definire. Chávez propone varie forme di proprietà: statale (materie prime, comunicazioni), privata, mista, cooperativa (specie nelle campagne), comunale. “Pazzo” com’è, sostiene la subordinazione della Banca Centrale al potere politico. Grande eresia, si strilla in Occidente. Niente affatto, si risponde dall’altra parte dell’Oceano. Guai a lasciare la finanza rendersi autonoma. Lo avevano intuito i sandinisti negli anni ’80, in Nicaragua, e Marx ne Le guerre civili in Francia, scritto più di un secolo prima. La finanza ha l’eterna tendenza a rendersi indipendente dall’economia concreta, e a trascurare le ricadute sociali della sua dinamica. Lo sanno bene, o l’intuiscono, i cittadini europei, soggetti alle scelte di una BCE svincolata da forme democratiche di controllo.
Il progetto di “economia mista” avanzato da Chávez non è comunque di natura autoritaria, tanto che ha l’appoggio di alcuni gruppi libertari venezuelani (vedi qui e qui). Non è nemmeno particolarmente ambizioso. Intende dare priorità all’emancipazione dalla miseria, piaga tradizionale latinoamericana, e all’innalzamento del tenore di vita dei mestizos, componente maggioritaria della popolazione del Venezuela, fino a dieci anni fa totalmente esclusi dalla vita democratica (al punto che molti di essi, per non parlare degli indios veri e propri, non erano iscritti né nelle liste elettorali né all’anagrafe).
Il “modello cubano”, difficile da esportare, non c’entra nulla; tanto è vero che, per quanto Chávez renda spesso omaggio a Fidel Castro, in nome della resistenza cinquantennale di Cuba all’Impero, oggi è il Venezuela che inietta risorse nell’economia cubana, e non il contrario. L’alleggerimento della logica dell’ “emergenza” a Cuba, e l’ampliamento, per quanto molto parziale, delle libertà sull’isola, a Chávez devono molto.
Poi ci sarebbe da dire dell’Argentina, del Nicaragua, dell’Ecuador, della Bolivia ecc. Il Venezuela persegue un progetto di “commercio equo e solidale” (diciamolo in termini europei) totalmente diverso dall’ingerenza indubbia, anche se contrapposta al più ingerente dei nemici, che fu praticata dall’ex URSS e dagli stessi cubani. E ha un’idea di pace molto coerente. Le parole del generale Baduel, vecchio compagno di Chávez, già danno l’idea di militari diversi da come ce li figuriamo, specie in rapporto all’America Latina. Quanto alla solidarietà tra Venezuela e Iran, letta frettolosamente dal povero Pierluigi Battista e da altri come alleanza tra “Stati canaglia”, può assai meglio essere vista come un superamento dello “scontro tra civiltà” che l’Occidente — e, di converso, gli integralisti musulmani disseminati per il mondo a partire dalla “democratica” Arabia Saudita — persegue forsennatamente, spinto da pulsioni suicide. Nel primo incontro tra Chávez e Mahmoud Ahmadinejad, il presidente venezuelano richiamò ripetutamente, nel suo discorso, “Cristo redentore”. Non fu fischiato, bensì applaudito. Senza che ciò implichi che il Venezuela sia uno Stato confessionale, naturalmente.
Ma torniamo al “socialismo del XXI secolo”. Chávez, indubbiamente senza saperlo, pare richiamarsi a Hilferding (autore de Il capitale finanziario), scomunicato da Lenin e da allora detestato dai comunisti. Non si ispira a Cuba: semmai, in parte, il suo modello ancora imperfetto ricorda quello che i sandinisti intendevano costruire negli anni Ottanta, senza riuscirvi a causa della sanguinosissima rappresaglia scatenata dagli Usa. Però le vere radici del pensiero di Chávez vanno ricercate altrove. Nelle sue radici di indio, compartite da Morales e Correa. Di qui il suo insistere sulla base comunale della proprietà (quando, negato il rinnovo della concessione a RCTV, ha dato vita alla televisione “comunalista” TVES, questa è stata immediatamente definita da un’opposizione indecente “la tv dei negri”: non si era abituati alla comparsa di gente dalla pelle scura sullo schermo).
Ciò apparenta Chávez alla rivolta di Marcos, e a tante altre rivolte che stanno avendo luogo in America Latina. Sono gli indios e i meticci che, un tempo esclusi da tutto, riprendono la parola, a Caracas come a La Paz come a Oaxaca. Il modello sociale di cui sono portatori non è il comunismo né la socialdemocrazia, ma qualcos’altro: il comunitarismo tradizionale dei loro insediamenti, fondati sull’autogoverno (2). Difficile da sopprimere, una volta scoperchiato, dopo secoli, il vaso di Pandora. La rivoluzione messicana, durata un ventennio e vittoriosa, ebbe proprio questa origine.
Ci sono lezioni da apprendere, per il movimento no-global (chiamiamolo così) italiano? Non sta a me dirlo. Mi basta sapere che Chávez, in ogni pubblica apparizione, è acclamato in tutto il mondo, mentre il brasiliano Lula (commerciante dell’anti-ecologico etanolo, combustibile fatto con mais strappato alle bocche degli affamati) è accolto con freddezza. Per non parlare del pietoso presidente spurio del Messico, il neoliberale e filo-Usa Calderón, che non osa nemmeno uscire dalla propria tana, dopo un’elezione scandalosamente truffaldina. Dovunque appaia lo accolgono pernacchie.
L’auspicio è che, prima o poi, i portabandiera (di destra e di sinistra) dell’ideologia neoliberale, fonte di guerra e matrice di precariato e miseria, siano spernacchiati dappertutto, come meritano.
(V.E.)

(2) Karl Marx vide nel mir, la proprietà collettiva contadina, l’embrione della futura rivoluzione russa. Idea fatta propria dagli SR, i “socialisti rivoluzionari”, e avversata da Lenin, che liquidò, teoricamente e materialmente, gli SR dell’ala sinistra (ce n’era anche una di destra, bellicista) come “forza reazionaria”.

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